mercoledì 21 Febbraio 2024
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Ad Aversa la camorra non fa più paura

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Ad Aversa la camorra non fa più paura

Un campo antimafia ad Aversa. Il gruppo parrocchiale della chiesa Santa Teresa di Modena – una ventina di ragazzi e ragazze in tutto tra i 15 e 21 anni – giunge ad Aversa in un torrido lunedì di fine luglio. Appare un po’ spaesato, stravolto dal caldo e dal viaggio. L’accoglienza del referente di Libera – comitato Don Diana Raffaele Carotenuto, dei volontari del Masci (gli scout adulti che lavorano in cucina e si occupano degli approviggionamenti), di Anna Maria Palmieri dello Spi-Cgil Campania e dei rappresentanti delle altre associazioni che collaborano all’organizzazione del campo della legalità offre subito l’occasione per esternare le ragioni e le aspettative di chi ha deciso di passare una settimana in una villa confiscata alla camorra.

La villa apparteneva una volta alla famiglia camorristica Mazzara, alleata del boss Antonio Bardellino, e si trova a Ponte Mezzotta, periferia di Aversa. Quello che si svolge in via Madonna dell’Olio, al confine con Gricignano, è in assoluto il primo campo della legalità che si tiene ad Aversa.

Riuniti in cerchio, i ragazzi mostrano subito una maturità inconsueta per la loro età. Li aspetta una settimana di formazione, di incontri con i parenti delle vittime innocenti della camorra come Attilio Romanò e Dario Scherillo, a cui i volontari di Libera hanno intestato il loro presidio di Aversa, e di lavoro per restituire alla collettività questo bene.

“Cosa mi aspetto? – chiede Matteo, 21 anni – Di fare un’esperienza fuori dal comune, ma che ci può lasciare qualcosa. Sono venuto a imparare e a capire come vanno le cose qui, non è la stessa cosa vederle alla tv”. Samuele, 16 anni, va subito al punto: “Sappiamo che la camorra e le altre mafie non sono più soltanto un problema del Sud, ma che interessano anche l’Emilia Romagna e il nord del paese. Nessuno può sentirsi al sicuro. Credo sia importante che i giovani tocchino con mano, per capire cosa rischiamo con le mafie, ma anche come qui a Caserta le associazioni si sono organizzate per riscattare il territorio”. Emanuele, 17 anni, ricorda che le mafie anche se sono meno visibili, ciò non vuol dire che non esistano. E questo avviene anche a Modena. Teresa, 19 anni, pensa che al Nord “ci siano troppi luoghi comuni, e che molti ragazzi associno Napoli e Caserta alla sola Scampia, perché guardano le serie Tv come Gomorra. Ma è una semplificazione”.


Il bene confiscato e la città.
Il bene che ospita il campo è una villa bunker in centro città utilizzato dai Mazzara – un clan originario del vicino comune di Cesa -come covo e dotato di diversi passaggi nascosti. Fu confiscato nel 2010 ad Amedeo Mazzara, uomo di fiducia di Antonio Bardellino, ma assegnato al Comune di Aversa soltanto nel 2018, e formalmente consegnato il 23 dicembre 2020 e mai riutilizzato fino ad oggi. L’edificio è in buone condizioni ed è composto da tre piani di circa 250 metri quadrati ciascuno, un ampio giardino e diversi terrazzi. Le associazioni del territorio, da tempo ne chiedono l’assegnazione a realtà del territorio che possano rilanciare l’immobile con finalità sociali, e per spingere in questa direzione hanno messo in campo negli ultimi due anni, varie iniziative con le scuole.

“Anche grazie a queste iniziative – racconta Raffaele – la sensibilità al riuso dei beni confiscati tra gli aversani sta crescendo. Aversa è una città che in un certo senso ha sempre allontanato da sé l’ombra della camorra, come se il problema non la riguardasse. Ma come dimostrano recenti indagini, la camorra è presente e qui ha sfruttato banche e aziende per riciclare il denaro proveniente da attività illecite, infiltrandosi a fondo nel sistema economico della zona”. Aversa è anche una città ricca di storia: fu la prima contea normanna ed è sede vescovile dal 1053. Nota per la produzione di mozzarella di bufala e di vino asprinio, e fino agli anni Sessanta del secolo scorso come centro per la produzione della canapa. Negli anni Otattanta le prime infiltrazioni, con cui la città non ha mai veramente fatto i conti fino in fondo. E’ per questo che il campo assume un significato particolare.

Il campo. Il titolo del campo, che si terrà in due turni con gruppi diversi (26-31 luglio, 2-7 agosto), per poi riprendere a fine agosto, ha un titolo emblematico: “Nessun luogo è maledetto, nessuna storia ha il finale già scritto”. A ricordare che nessun destino è irreversibile, e che la sorte dipende dalle comunità e dagli individui che le compongono. A gestire il campo è il presidio di Libera Aversa “Attilio Romanò e Dario Scherillo” in collaborazione con il Comitato Don Peppe Diana, la cooperativa sociale Un fiore per la Vita, Radici APS, Associazione Patatrac, I due gruppi dell’Agesci (scout) e il Masci (scout adulti). «L’apertura del bene – spiega Carotenuto – si inserisce nelle attività di progettazione più efficace del patrimonio recuperato alla camorra realizzate dal “Gruppo di lavoro sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie” composto dal presidio Libera di Aversa, dal Comitato don Peppe Diana, Associazione Patatrac, Masci Aversa 2, AversaLab».

In un incontro con i ragazzi, Anna Maria Palmieri ha ricordato l’importanza del sindacato, e l’impegno che lo Spi sta spendendo per il territorio. “Da anni, lo Spi prende parte con i propri volontri ai campi della legalità, che sono necessari per accendere i riflettori sui beni confiscati. E se oggi i campi si tengono anche nel Nord sui beni sequestrati alle mafie, è grazie all’esempio positivo che arriva da Caserta e provincia”.

Il parroco e il ricordo di Antonio Cangiano. I ragazzi sono ospitati dalla locali dell’antistante chiesa ‘Maria SS. Immacolata’. A guidare la diocese è Don Raffaele Corcione. “La presenza del campo – esordisce Don Raffaele – è un segnale estremamente positivo, un messaggio di legalità su un bene che finalmente viene restituito alla collettività per un uso sociale”. Don Raffaele noto per il suo impegno civile, ha memoria delle varie tappe che il territorio ha attraversato e di come la situazione sia migliorata negli ultimi anni. Parte della sua missione l’ha svolta tra Casapesenna e San Cipriano. Ricorda la solitudine di quelli che si opponevano alla camorra, trent’anni fa, come l’assessore comunista ai lavori pubblici di Casapesenna Antonio Cangiano, gambizzato nell’89 e poi costretto all’amputazione delle gambe. “Tonino” è scomparso nel 2009. “Se oggi non abbiamo più paura di alzare la voce contro la camorra è anche grazie al sacrificio di persone come Tonino”, conclude il giovane parroco.