Marco Bazzoni, un operaio contro le morti sul lavoro

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Da Barberino Tavarnelle, comune di 12mila abitanti in provincia di Firenze, conduce dal 2006 la sua personale battaglia contro quelle che ci ostiniamo a chiamare, non senza ipocrisia, ‘morti bianche’. “Oltre la retorica, il dramma delle morti cosiddette “bianche” non ha trovato ancora risposte da parte delle autorità”  

“Oltre la retorica, il dramma delle morti cosiddette “bianche” non ha trovato ancora risposte da parte delle autorità”.

Marco Bazzoni, 47 anni, operaio da 27 in un’azienda che produce macchine enologiche, è dal 2003 rappresentante per la sicurezza dei lavoratori. Da Barberino Tavarnelle, comune di 12mila abitanti in provincia di Firenze, Bazzoni conduce dal 2006 la sua personale battaglia contro quelle che ci ostiniamo a chiamare, non senza ipocrisia, ‘morti bianche’. Giorno dopo giorno, questo operaio discreto aggiorna la contabilità dei caduti sul lavoro che ci fa toccare il fondo della classifica dei paesi sviluppati. La realtà è questa: in Italia si continua a morire sul lavoro. “Speravo che dopo la pandemia ci fosse più attenzione, e invece i lavoratori ci rimettono anche di più. E invece…”.

Marco, tu non ti limiti a contare i caduti. Contatta le famiglie, ti batti per alzare i riflettori sulle loro vicende.
Lo faccio per restituire un po’ di dignità ai lavoratori. Si parla sempre di numeri ma mai del fatto che dietro un operaio che muore ci sono de figli, una moglie. Che quasi sempre rimangono soli, abbandonati da tutti, alle prese con una burocrazia infernale». Denuncia l’inganno che si cela nella statistiche ufficiali. Ogni anno l’Inail respinge metà delle denunce di infortunio mortale, lasciando senza indennizzi i familiari.

Come ti definiresti?
Prima ancora che un sindacalista, mi sento un attivista. Non ho un sito internet né un blog, lavoro in fabbrica e per me sarebbe difficile gestirne uno. Ma in questi anni mi sono battuto perché sui media si andasse oltre la fredda contabilità dei caduti sul lavoro, per restituire all’opinione pubblica le storie delle vittime. La sensibilità dei giornali per questo problema è aumentata, ma non credo sia ancora sufficiente per porre fine alla strage.

Qual è il bilancio degli ultimi due anni, trascorsi nell’emergenza sanitaria?                          La mia impressione è che rispetto alle ore lavorate il fenomeno è in aumento, l’incertezza economica ha accresciuto la “distrazione” delle aziende e la ricattabilità di molti lavoratori che rischiano il posto o sono costretti a ritmi massacranti.

A ottobre dell’anno scorso il governo ha varato un nuovo decreto sulla sicurezza. Qual è la tua opinione in merito?
Il decreto va nella direzione sbagliata: pur di non rafforzare i dipartimenti di prevenzione delle Asl, che dalla riforma del 1978 si occupano dei controlli sulla sicurezza, si è estesa questa possibilità all’ispettorato nazionale, che era impegnato su regolarità contributiva e lavoro nero. Il problema è che nei dipartimenti di prevenzione gli ispettori sono dimezzati negli ultimi dieci anni. Il decreto prevede la sospensione delle aziende che non rispettano la normativa, ma chi accerta le irregolarità? Il decreto poi non tocca un altro elemento cruciale.

Quale?
I processi per gli infortuni o la morte di un lavoratore durano un sacco di tempo e si risolvono spesso con pene irrisorie o la prescrizione. Senza deterrenza penale, i responsabili se la cavano con poco o nulla.