Lombardia. Riforma sanitaria ancora al palo

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Più ombre che luci a un anno dalla sua entrata in vigore.

L’idea fondante della riforma sanitaria in Lombardia era di «passare dal curare al prendersi cura», ma a un anno dalla sua entrata in vigore per i cittadini nulla è cambiato o quasi. Il diffuso aumento dell’aspettativa di vita è una conquista legata al miglioramento delle condizioni sociali e ai progressi tecnologici e scientifici, ma più anni di vita non sempre corrispondono a una qualità di vita migliore.

È indubbio che in presenza di una popolazione che invecchia, sempre più persone dovranno essere assistite e curate per tempi sempre più lunghi. In quest’ottica il superamento del modello ospedalocentrico è uno dei punti centrali della riforma, ma le nuove aziende sociosanitarie territoriali ancora non funzionano e dei percorsi dedicati per il paziente cronico, che prevedono le dimissioni protette dall’ospedale e la sua presa in carico da parte del medico di famiglia in collaborazione con la medicina specialistica, non c’è traccia.

Le liste d’attesa rimangono molto lunghe, l’assistenza domiciliare resta un difficile percorso e il medico di famiglia non comunica con le strutture sanitarie del territorio. Inoltre, la compartecipazione alla spesa sanitaria (ticket) è sempre alta nonostante un accordo del 2014 tra Regione e sindacati ne avesse previsto l’abolizione.

LA NUOVA RETE DEI SERVIZI SUL TERRITORIO. La riforma sanitaria approvata dalla Regione Lombardia oltre un anno fa ha trasformato le aziende ospedaliere in aziende sociosanitarie territoriali (Asst) assegnando loro il compito di occuparsi del paziente anche dopo le sue dimissioni dall’ospedale attraverso percorsi dedicati. Alle vecchie aziende sanitarie locali (Asl), ora denominate agenzie di tutela della salute (Ats), sono stati invece affidati compiti di programmazione con maggiore attenzione al tema della cronicità.