Il vecchio marchio Fiat in cima alla palazzina principale  e l’enorme struttura esterna che ne delinea i confini. Della vecchia fabbrica del Lingotto che questi giorni ospita  il congresso dello Spi Cgil non è rimasto che questo. All’interno è invece un susseguirsi di negozi, un centro congressi, una pinacoteca con opere di artisti come Modigliani e passaggi che integrano la struttura con la vita del quartiere. Un esempio di architettura industriale capace di trasformare ciò che era nato per tutt’altro scopo. Perché una volta, in migliaia ogni mattina entravano per produrre automobili, per progettarle e per collaudarle sull’avveniristica pista che fungeva anche da tetto.

Cose che capitavano quando in fondo a via Nizza c’era la fabbrica. Chi a Torino ha meno di 40 anni stenta a crederlo. Ma qui c’è stata quella che per molti dipendenti Fiat è  stata “l’università del Lingotto”. Fra il 1915 e il 1916 la Fiat, riportano i siti internet sull’argomento, “acquista 378.000 mq nell’area del Lingotto per realizzare un nuovo stabilimento produttivo, poiché le officine di corso Dante non riescono più a contenere il numero di operai cresciuto negli anni della guerra. Costruito tra il 1917 e il 1921, il Lingotto, prima fabbrica in Italia in cemento armato, si sviluppa su 150.000 mq tra la ferrovia e le vie Narzole, Nizza e Passobuole. D’ispirazione americana, con le sue grandiose misure concentra tutte le fasi della produzione in una struttura unica e innovativa nelle linee estetiche e nell’organizzazione del lavoro. Lo stabilimento viene inaugurato alla presenza del re Vittorio Emanuele III il 22 maggio 1923, ma già nel 1921 sono in funzione le fonderie, le fucine, il reparto preparazione telai, quello forni automatici e nel 1922 i reparti carrozzeria, montaggio finale e le officine meccaniche. L’intero complesso comprende il fabbricato degli uffici, le officine di smistamento per il trasporto dei materiali e la spedizione delle vetture e le “officine nuove”, sviluppate su cinque piani e formate da due maniche longitudinali di 505,5 m di lunghezza unite da cinque trasverse che formano quattro corti interne. Qui l’automobile prende forma salendo verticalmente dal piano terreno, dove sono le grandi presse per le parti di carrozzeria, sino all’ultimo, dove si compie il montaggio e la finizione della vettura che, una volta ultimata, è avviata alla pista sopraelevata per le operazioni di collaudo. L’accesso alla pista, destinata subito a suscitare stupore e meraviglia con due rettifili di 443 m ciascuno e due curve sopraelevate, avviene attraverso due rampe elicoidali costruite a nord e a sud del fabbricato.”. La nuova organizzazione della produzione prevede che gli operai ricevano direttamente e in modo sistematico le parti da lavorare, svolgendo le proprie mansioni senza muoversi dalla propria postazione: l’addetto macchine diventa la nuova figura professionale cui compete una singola operazione a seconda del ciclo produttivo nei vari reparti. Nel 1936 al Lingotto lavorano oltre 16.800 persone, reclutate non più esclusivamente tra gli abitanti del borgo, ma anche oltre i confini della città. Nel 1937 la produzione – tra cui le celebri Torpedo, Balilla e Topolino – raggiunge le 54.931 unità (1). La fabbrica, gravemente danneggiata dai bombardamenti a partire dal 1942, negli anni diventa anche un luogo simbolo del proletariato industriale torinese: i lavoratori sono coinvolti negli scioperi del marzo 1943, in quelli del 1 marzo 1944 e del 18 aprile 1945. Nel dopoguerra, completato il trasferimento a Mirafiori delle grandi produzioni in linea, il Lingotto è utilizzato per la produzione di elettrodomestici come frigoriferi e lavatrici (fino alla metà degli anni Cinquanta) e come Officina Sussidiaria Automobilistica fino al 1982 quando, dopo una politica di graduale diminuzione della manodopera, la Fiat decide di chiudere lo stabilimento. Chi visse quelle vicende da operaio impegnato nelle lotte sindacali è Nello Pacifico, decano dei giornalisti torinesi, operaio comunista, al Lingotto nel 1949. “Ero addetto – ha ricordato in un’ intervista su quotidiano la repubblica qualche anno fa – alla limatura del piombo con la lima e una mola smeriglio. Ci davano una scodella di latte al giorno per combattere il saturnismo. Pochi mesi dopo il mio arrivo si fece una lotta di novanta giorni. La Fiat trovò la scusa del trasferimento della produzione a Mirafiori per licenziarci. Eravamo in 88. Salimmo sulla pista parabolica e la occupammo con le bandiere rosse. Pensavo che avremmo perso. Invece, inaspettatamente, si trovò un accordo e ci riassunsero. Ma fummo dispersi in altri stabilimenti”.

Di tutto questo oggi resta il centro commerciale nato dalla ristrutturazione di Renzo Piano. La proposta di Piano, si legge sul blog rottasutorino.blogspot.com, per il Lingotto è affascinante, coerente con il ruolo che il Lingotto aveva avuto sin dalla sua inaugurazione. Come negli anni ’20 lo stabilimento aveva indicato la direzione della città verso lo sviluppo industriale, così negli anni ’90 diventa simbolo del terziario avanzato, della sfida verso il futuro. Nei grandi spazi industriali vengono ricavati un Centro Congressi, un Centro Esposizioni, un Auditorium, un grande Hotel, un Centro Servizi, Uffici Direzionali, un’Area per lo Shopping. Piano dice di aver voluto ricreare nel Lingotto “un genuino pezzo di città”, pulsante, vitale, poliedrica, complessa.

Anche se modernizzato è trasformato, il Lingotto rimane anche patrimonio di memoria per chi ci ha lavorato. LIngottoierieoggi.com è il sito internet in cui gli ex lavoratori Fiat continuano a raccogliere i ricordi di quegli anni, con meticolosità e passione da pionieri di un’era che ha segnato le vicende, non solo industriali, del nostro paese.