Liliana Segre. Il tempo e la memoria.

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In occasione della consegna della tessera onoraria dello Spi Cgil alla senatrice Liliana Segre, riportiamo l’articolo a sua firma uscito nel numero di LiberEtà dello scorso marzo 2020. Il riconoscimento del sindacato dei pensionati milanesi è stato consegnato nel corso dell’iniziativa del Memoriale della Shoah presso i binari della Stazione Centrale.

di Liliana Segre

«Mi sforzo di far interagire le mie qualità di donna, di sopravvissuta alla Shoah, di cittadina italiana nelle attività derivanti dalla mia nuova funzione pubblica». In questo articolo scritto appositamente per il nostro giornale in occasione della giornata dell’otto marzo, Liliana Segre ricorda la lezione di Primo Levi. Per non smarrire il senso della storia è necessario integrare istruzione, formazione, centri di ricerca, mass media, famiglia, società

Un’occasione per riflettere. La ricorrenza dell’8 marzo è certo un’occasione per riflettere sul ruolo delle donne nella nostra società, sui problemi, a volte i drammi, ma anche le speranze e le cose da fare. Da quando, del tutto inaspettatamente, fui nominata senatrice a vita dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, mi sono sempre sforzata di far interagire le mie qualità di donna, di sopravvissuta alla Shoah, di cittadina italiana in qualsiasi attività che la mia nuova funzione comportava.

Il punto di vista femminile ha una sua specificità e autonomia ed è un bene prezioso, perché arricchisce la nostra società, la sua immagine, il suo profilo, l’insieme delle possibilità e delle alternative. Nel mio lavoro sulla memoria e sulla scuola di questi due anni mi sono sforzata appunto di tenere insieme questi diversi approcci: testimoniale, femminile, civile.

Le donne e la Shoah. Vorrei condividere con voi alcune riflessioni proprio sul tema della “memoria”. Intanto ricordare che ci fu una specifica componente femminile della Shoah. Ci furono addirittura campi di sterminio riservati esclusivamente alle donne e comunque speciali aree riservate anche negli altri campi. Le condizioni erano però le stesse: schiavitù, violenza, morte, forni crematori. Resistere in quelle condizioni era impresa disperata. Ove possibile si tentarono gruppi di mutua assistenza fra donne, per cercare di condividere almeno informazioni, cibo, medicamenti, vestiti. Soltanto di rado furono possibili episodi eroici e disperati di resistenza armata o tentativi di fuga. Molte donne ne furono comunque coraggiose protagoniste.

La dignità negata. A gennaio sono stata invitata a tenere un discorso al Parlamento europeo, a Bruxelles. Ho ricordato la “marcia della morte” alla quale da gennaio 1945 fummo costretti a migliaia da Auschwitz, verso ovest, verso la Germania. Fu fatta apposta per sterminare per stenti e sfinimento quanti più prigionieri possibili. Mi è capitato di dire davanti al Parlamento europeo: «Eravamo giovani, ma sembravamo vecchie, senza sesso, senza età, senza seno, senza mestruazioni, senza mutande. Non si deve aver paura di queste parole perché è così che si toglie la dignità a una donna». Questo il senso del mio impegno: come donna, come sopravvissuta, come parlamentare. A tale proposito credo ci sia qualche altra riflessione da fare.

Testimonianza, storia e memoria. In prima istanza è opportuno distinguere testimonianza, storia e memoria. La testimonianza, personale o collettiva, orale o scritta, è certamente più puntuale e legata all’esperienza in prima persona; la storia è invece ricostruzione di fatti e vicende analizzati in prospettiva, nel tempo lungo, nelle loro cause e implicazioni. Quanto alla memoria, essa raggiunge il suo valore più autentico quando diviene generale patrimonio collettivo, di una società e di un’epoca. Forse però, particolarmente nel caso della Shoah, è bene che i tre livelli della testimonianza, della storia e della memoria, pur senza confondersi, si incontrino e si completino a vicenda. Proprio l’unicità dello sterminio sistematico del popolo ebraico (e di altre minoranze sociali e politiche), perpetrato in Europa dai nazisti, quasi impone di dar luogo a un discorso al tempo stesso diffuso e intelligibile a tutti, ma anche serio, informato, credibile.

Il dovere di dire l’indicibile. Elie Wiesel ha ragione nel dire che «solo coloro che vi passarono sanno cosa fu, gli altri non lo sapranno mai». Ma proprio per questo è utile – anzi necessario – che la testimonianza e il racconto orale e scritto si integrino con la più generale coscienza civile, che altrimenti resterebbe più facilmente esposta all’ignoranza e alla menzogna. I testimoni hanno dunque il dovere di provare a dire l’indicibile. Possono ancora farlo in ragione proprio dell’autorevolezza che viene loro dall’esperienza diretta, dell’essere prova vivente di quanto sembra impossibile a dirsi e spiegarsi.

Certo, resterà sempre uno scarto fra la parola e la realtà, fra il dire e l’indicibile. Uno scarto che forse neanche l’esperienza diretta potrà mai colmare, tanto più per il tempo nel quale non vi saranno più testimoni. Questo è un problema di tutte le epoche storiche, ma l’unicità della Shoah quasi impone oggi di attivare un sistema integrato della memoria, fatto di scuola, università, formazione, centri di ricerca, mezzi di comunicazione, famiglie, società nel loro insieme.

Conoscere è necessario. Come ha scritto Primo Levi nella Appendice a Se questo è un uomo: «Forse, quanto è avvenuto non si può comprendere, anzi, non si deve comprendere, perché comprendere è quasi giustificare». Intendeva dire che “comprendere” significa alla lettera prendere sotto un unico sguardo, circoscrivere anche, addirittura limitare, sicché poi il passaggio alla semplificazione, alla relativizzazione, se non addirittura alla negazione, può essere breve. Per questo Levi aggiungeva: «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte e oscurate». Dunque, non mai “comprensione” ma sempre “conoscenza”, appunto come pratica ed esperienza diffusa, partecipata, potrebbe dirsi “religione civile”. La storia riesce a essere magistra vitae soltanto come “bene comune”, nel quale si incontrano passato e presente, testimoni e giovani.

Il compito dei testimoni. Ma allora proprio perché “gli altri”, coloro che non hanno transitato l’abisso, non possono né comprendere né sapere, è inderogabile per i testimoni diretti il compito di raccontare, ricordare, educare ovvero lasciare traccia, conferire documenti, fornire prove.

LiberEtà è un modello, ma penso anche all’Anpi di questi ultimi anni, dove persone di lunga esperienza di vita e di lavoro mettono a disposizione conoscenze e idee, e altre ne promuovono e favoriscono. Quel circuito virtuoso che la vita di ognuno di noi dovrebbe essere. Si può dire – ancora con Primo Levi – che in tempi come i nostri, di fronte a una società civile spesso distratta e confusa, «la memoria di quanto è avvenuto nel cuore dell’Europa, e non molto tempo addietro, può essere di sostegno e di ammonimento», indispensabile fattore di crescita individuale e di coesione civile.

Un caro saluto a tutte le lettrici e a tutti i lettori di LiberEtà.