Li chiamavano “Safari a Sarajevo”

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Sul fondo della valle, sotto il tiro dei fucili di precisione e dell’artiglieria dell’esercito serbo c’erano tutti i cittadini di Sarajevo, capoluogo e simbolo della Bosnia Erzegovina. Ma a sparare contro di loro dalle alture che circondavano la città, i militari del governo di Belgrado forse non erano soli. Fu un assedio e durò quattro anni. Cominciò il 5 aprile 1992 e per i millequattrocentoventisette giorni che seguirono i cittadini vissero quotidianamente con l’incubo di dover schivare i colpi di fucile e di artiglieria, di driblare la morte a ogni istante. Dalla città nessuno li vedeva ma tutti sapevano che dall’alto delle colline i cecchini erano pronti in ogni momento a scegliere con spietata precisione a chi togliere la vita: una donna che attraversava una strada per andare a cercare un pezzo di pane, un uomo con un figlio in braccio, un bimbo in carrozzina, operai al lavoro, qualcuno che cercava materiale per scaldare la propria casa, ghiacciata nel rigido inverno dei Balcani come tutte le altre. Per proteggersi e garantirsi la possibilità di un minimo movimento nelle vie di Sarajevo, le persone avevano costruito rifugi improvvisati agli incroci delle strade e quasi a ogni angolo c’erano cartelli che ricordavano a tutti che era vietato pure distrarsi, perché i cecchini non lo avrebbero fatto. Fino al 29 febbraio 1996, quando venne posta fine alla mattanza, si assistette a un macabro tiro a segno su migliaia di cittadini inermi. Alla conta finale, le persone ammazzate furono undicimila, e tra questi c’erano anche millecinquecento bambini; oltre cinquantamila i feriti, molti dei quali mutilati e amputati. L’85 per cento delle vittime era costituito da civili inermi. La città di Sarajevo era stata bersaglio di uno dei più lunghi e sanguinosi assedi della storia contemporanea.

Trent’anni dopo, proprio nella ricorrenza dei giorni che a Dayton, in Ohio (USA), il 21 novembre 1995 portò alla firma dell’Accordo quadro generale per la pace in Bosnia ed Erzegovina, ratificato il mese successivo a Parigi, quel conflitto torna a far parlare di sé mostrando quanto sia a volte complicato trovare il fondo al pozzo delle nefandezze di cui sono capaci certi esseri umani. Mentre migliaia di italiani erano impegnati in quel terribile frangente a cercare di lenire attraverso ogni tipo di aiuto le terribili sofferenze patite dalle popolazioni dell’ex Jugoslavia, insieme ai soldati serbi, un’inchiesta aperta dalla procura di Milano – che indaga per omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai motivi abbietti – presume che vi fosse anche chi tra i nostri connazionali, così come altri provenienti da paesi europei ed extraeuropei, non badava a spese per partecipare ai safari contro i civili, a Sarajevo. Andavano lì per sparare e uccidere esseri umani, grandi e bambini, come fossero trofei di caccia. Di questo parla anche il documentario Sarajevo Safari del regista sloveno Miran Zupanič uscito qualche anno fa.

Nel novembre del 1993, Patrizia Martini, insieme al marito e alle loro due figlie, con la bellezza che invece solo certi semplici gesti possono avere, accolsero nella loro casa Alija Salahovich, ingegnere allora cinquantenne proveniente da Mostar, profugo bosniaco in fuga dalle milizie croate. Quell’incontro diventa l’inizio di una lunga amicizia che non si è più interrotta, ma, grazie alla Martini, si è trasformata anche in un racconto, Don’t forget-Non dimenticare (ed. LiberEtà, pagg.88). Una storia sull’importanza della memoria, compresa quella relativa ai crimini commessi dai “cecchini dei fine settimana”, così li chiamava la gente di Sarajevo; un’esortazione ad andare a fondo in questa vicenda della quale l’ingegner Salahovic parlava già nel 1993, quando fu ospitato dalla famiglia di Patrizia Martini.

«Durante questo orribile periodo – scrive l’autrice – gli abitanti della città (Sarajevo, ndr.) furono sottoposti al fuoco delle artiglierie serbe e delle fucilate di sedicenti volontari, miliziani, comuni delinquenti fattisi mercenari. Ci fu anche di molto peggio. La nostra figlia maggiore ricorda che Alija le raccontò qualcosa di raccapricciante: “C’erano degli stranieri ricchi, tra cui tanti italiani provenienti soprattutto dal Triveneto che pagavano per sparare dalle postazioni serbe, posizionate tutt’intorno alla città, contro i civili sotto assedio. Il prezzo aumentava se l’obiettivo era un bambino. I giornalisti che lavoravano a Sarajevo lo sapevano, ma anche la popolazione della città assediata era al corrente della situazione. Li chiamavano safari.”».

Perché solo ora se ne torna a parlare? Edin Subašić, ex agente dell’intelligence militare bosniaca, tra i primi a denunciare il fenomeno, ha dato la sua versione in un’intervista rilasciata a Osservatorio Balcani e Caucaso-Transeuropa, think tank che si occupa di Sud-Est Europa, Turchia e Caucaso.  «L’unica spiegazione che ho – risponde – è che le circostanze in Italia sono cambiate e che quegli ex “cacciatori”, che allora erano potenti e influenti nel loro paese, sono ormai usciti di scena e hanno perso influenza. Oggi è ancora possibile indagare su questo scandalo perché i crimini di guerra non cadono in prescrizione. Penso però che nulla si sarebbe mosso se non fosse stato per la tenacia e l’azione del giornalista scrittore Ezio Gavazzeni. Ha raccolto tantissime prove rilevanti che il procuratore Alessandro Gobbis ha preso in considerazione, aprendo un’indagine ufficiale».