Le vicende di Laura Santi e Martina Oppelli, le due donne affette da malattie irreversibili che la scorsa estate sono ricorse al suicidio medicalmente assistito, hanno riportato in primo piano un tema che interroga la coscienza civile del paese. Intanto, in Parlamento, maggioranza e governo lavorano a una legge che negherebbe i diritti della persona all’autodeterminazione. Ne abbiamo parlato con il filosofo e teologo Vito Mancuso.
Il dibattito sul fine vita torna a interrogare la coscienza civile e politica del paese. A riaccenderlo, di recente, è stata la vicenda di Laura Santi, affetta da una patologia irreversibile, che ha scelto di rivolgersi alla magistratura per poter accedere al suicidio medicalmente assistito. Un caso che, come altri prima e dopo di lei, ha riportato al centro dell’attenzione pubblica il vuoto legislativo in cui si dibattono migliaia di persone.
Ma al di là dell’urgenza normativa, ciò che si impone è una riflessione più profonda: qual è il significato del vivere e del morire in una società libera? Lo abbiamo chiesto a Vito Mancuso, teologo e filosofo tra le voci più lucide e ascoltate nel panorama culturale italiano. In questa intervista, Mancuso ci guida in un percorso che tocca la spiritualità, l’etica e la responsabilità civile, per arrivare a un punto fermo: non c’è vera sacralità senza libertà.
Cosa rivela l’odissea di Laura Santi rispetto al ritardo legislativo? E sul piano umano e culturale?
«La vicenda di Laura Santi è l’ennesima scossa emotiva che interpella la nostra coscienza. Non è più importante di altri casi, se non per la sua attualità. E nemmeno è l’ultima: basti pensare a Martina Oppelli, la donna triestina, affetta da sclerosi multipla da oltre vent’anni, che pochi giorni dopo si è recata in Svizzera per accedere al suicidio assistito. Sono storie che si ripetono e che continuano a sollecitare il nostro paese affinché si doti finalmente di una legge sul fine vita, come già avviene nella maggior parte dei paesi europei». Qual è il fine della vita? «Non si può discutere in modo fondato del fine vita se prima non si riflette sul fine della vita. E questa riflessione deve essere condivisa, non può appartenere solo a una parte, a una visione religiosa o ideologica. Il problema è che non esiste una risposta unica. Ogni individuo può dare una risposta diversa, persino all’interno della stessa famiglia. Questo ci dice una cosa molto chiara: il fine della vita è inseparabile dalla libertà. Èla libertà della coscienza che ci unisce. Ed è alla luce di questa libertà che anche la fine della vita va pensata e normata».
È davvero possibile individuare un fine condiviso dal quale far discendere una legge?
«Il solo fine condivisibile, che può costituire la base di una legge in uno Stato laico, è proprio la libertà. Tutta la nostra vita si svolge nel segno della libertà: scegliamo come vestirci, cosa mangiare, cosa leggere, come parlare. Anche la morte, che è semplicemente l’ultima pagina del libro della nostra esistenza, dovrebbe poter essere scritta con lo stesso stile e la stessa coerenza con cui abbiamo scritto tutte le altre. Lo Stato deve garantire questa coerenza, offrendo a ciascuno la possibilità di vivere – e concludere – la propria vita secondo la propria visione». Lei ha detto: «La libertà è tale che ti consente di scegliere anche la tua fine». Ma molti, anche tra i credenti, si oppongono a questa visione, invocando la sacralità della vita.
Cosa rispondere a chi sostiene che legalizzare il suicidio assistito possa minare il valore sociale della vita e aprire derive pericolose?
«Anch’io credo profondamente nella sacralità della vita. Ma la vita umana è sacra in quanto è libera. È la libertà che fonda la dignità dell’essere umano. E questa dignità significa che nessuno – né lo Stato, né una chiesa, né alcuna autorità superiore – può decidere al posto della persona. La vera sacralità sta nel rispetto della coscienza individuale. Legalizzare il suicidio assistito non significa aprire a derive, ma riconoscere il valore altissimo della libertà personale». Pensa che anche nel mondo religioso ci sia più spazio per accogliere il dubbio e la sofferenza senza giudizio? «Il mondo religioso è variegato. Così come accade in quello politico, sindacale, imprenditoriale, esistono molte prospettive. Hans Küng, uno dei più grandi teologi cattolici del Novecento, era favorevole all’autodeterminazione e al suicidio assistito. Non è una posizione isolata. Secondo un sondaggio pubblicato sul quotidiano La Stampa, il 73 per cento degli italiani è favorevole all’autodeterminazione: è difficile pensare che tutti costoro siano atei. Anche tra i cattolici cresce l’idea che ognuno debba poter scegliere come morire, con consapevolezza e dignità».
Come si fa a mettere d’accordo chi crede che la sofferenza sia redenzione e chi pensa sia una tortura inutile? È davvero possibile una legge “neutra”?
«Non si tratta di mettere d’accordo filosofie di vita diverse, ma di rispettarle. Questo è il compito di uno Stato laico: garantire che ciascuno possa vivere – e concludere – la propria esistenza secondo coscienza. Chi vede nella sofferenza una forma di redenzione deve avere accesso all’accompagnamento, alle cure, alle strutture adeguate. Chi invece ritiene la propria condizione una tortura insopportabile deve avere la possibilità di scegliere una fine dignitosa, senza dover espatriare o pagare cifre enormi. La legge neutra è quella che tutela entrambe le posizioni: senza imporre, ma garantendo». Cosa significa rispettare la vita? «Significa rispettare la libertà e la coscienza dell’individuo. La specificità della vita umana rispetto a ogni altra forma vivente è la sua libertà. Rispettare la vita non significa difenderla a ogni costo, ma custodire il diritto di ciascuno a viverla e concluderla secondo la propria visione del mondo. Questa è la vera sacralità della vita».
Vito Mancuso è un teologo e filosofo italiano, noto per una visione della fede aperta al dubbio e alla libertà di coscienza. Ha insegnato teologia in diverse università italiane ed è editorialista per La Stampa. Tra i suoi libri ricordiamo L’anima e il suo destino ed Etica per giorni difficili.










