L’eredità del 25 aprile

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La Liberazione fu il culmine di una battaglia di civiltà, ma anche il punto di partenza verso nuove sfide. Celebrarla significa ricordare la lotta dei partigiani per un futuro basato su pace, giustizia e cooperazione

Il 25 aprile di ottant’anni fa, mentre in Italia avveniva l’insurrezione finale contro l’occupante tedesco proclamata dal Cln, a San Francisco fervevano i preparativi per la conferenza istitutiva della nuova organizzazione internazionale delle Nazioni unite. Un organismo voluto dal presidente Usa, Franklin Delano Roosevelt (scomparso proprio nell’aprile del 1945), per dare continuità alla grande alleanza che aveva sconfitto il nazifascismo e impedire così nuove catastrofiche guerre. Dai lavori di San Francisco nacque la Carta dell’Onu, che condannava ogni forma di aggressione e affermava il principio della sicurezza collettiva. La guerra veniva posta solennemente fuori legge: era consentita soltanto la legittima difesa e la comunità internazionale aveva il dovere di soccorrere i paesi aggrediti da Stati espansionisti. In coerenza con questo impianto, al processo di Norimberga ai gerarchi nazisti tra i capi di imputazione vi fu quello di crimini contro la pace. Poco dopo l’approvazione della Carta dell’Onu si verificò un altro fatto storico di grande portata: la vittoria dei laburisti in Gran Bretagna e il conseguente avvio della edificazione del welfare state. I due avvenimenti erano accomunati nella grande speranza del 1945: che alla tragedia della Seconda guerra mondiale seguisse un mondo libero e in pace, in cui trovassero concreta applicazione quelle quattro libertà enunciate da Roosevelt: di espressione, di fede religiosa, dal bisogno e dalla paura. Solo la lotta vittoriosa per assicurare queste libertà fondamentali avrebbe dato un senso all’immane dolore attraverso il quale era passata l’umanità. Nel cuore del Novecento si poneva una sfida ineludibile dal punto di vista morale e civile, mentre il fungo atomico di Hiroshima indicava l’abisso nel quale il mondo sarebbe potuto precipitare.

La scelta dei Costituenti. Questo monito e queste speranze vennero raccolte dai nostri Costituenti, che espressero il ripudio della guerra come strumento di soluzione delle controversie internazionali e affermarono quei diritti civili e sociali che l’Onu avrebbe poi universalmente compendiato nella Dichiarazione dei diritti umani. L’antifascismo italiano dimostrò di non essere soltanto “anti”, realizzando un grande incontro fra culture volto alla costruzione di un mondo e di una società migliori. Fu questa la via intrapresa per rendere duraturi i valori della Resistenza, in uno sforzo analogo a quello compiuto dai fondatori delle Nazioni unite. Scrivere le regole di un mondo nuovo appariva come una necessità politica e morale. Celebrare oggi il 25 aprile vuol dire ricordare tutto questo: la lotta iniziata dai partigiani per costruire un futuro migliore e la grande speranza dell’epoca che si potesse procedere su questa strada di pace, giustizia e cooperazione. Il 25 aprile fu il culmine di una battaglia di civiltà, ma anche il punto di partenza verso nuove sfide.

Il nuovo ordine mondiale. Nel 1945 iniziò a prendere corpo un nuovo ordine europeo e mondiale basato sull’equilibrio delle forze che avevano prevalso nell’immane conflitto. Del resto, un ordine internazionale non può che reggersi su tale fondamento: è un principio elementare di realismo. Ma da allora non possiamo e non dobbiamo accontentarci di questo. Alla base degli assetti postbellici vi erano anche i valori: il tentativo di affermare un nuovo umanesimo radicalmente alternativo alla barbarie hitleriana appena sconfitta. Un’idea di ordine non più legato alla sopraffazione dei più forti. Una scommessa sul dialogo e la cooperazione tra sistemi economico-sociali diversi, in un mondo sempre più interdipendente e che avvertiva il risveglio dei popoli in via di sviluppo. L’insorgere della guerra fredda avrebbe appannato ma non cancellato questa prospettiva.

L’attualità di quei valori. Oggi quei valori e quelle speranze ci parlano ancora, con forza addirittura rinnovata. Superata la grande illusione liberista che l’economia risolva tutto, la parola torna alla politica e dunque a paradigmi in grado di orientarla nel senso più alto e nobile. Nella partita odierna affinché la globalizzazione non vada fuori controllo e l’ordine mondiale non resti affidato solo a una brutale realpolitik, il paradigma del 25 aprile si staglia limpido dinanzi a noi. Sulle spalle dell’Europa c’è il compito di ripartire da quei valori per rilanciare il suo ruolo di potenza civile: un appuntamento con la storia che non può essere mancato. Avanti, allora, in questo abbraccio tra 1945 e 2025, per ricacciare indietro ogni idea di inevitabilità, normalità o addirittura auspicabilità della guerra. Il progetto europeo ci appare indissolubilmente legato alla scommessa della pace e alle speranze di ottant’anni fa.

L’articolo, a firma di Gianluca Fiocco, è stato pubblicato nel numero di aprile 2025 di LiberEtà. Per abbonarti clicca qui