Emma Ruzzon: l’Antifascismo necessario

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Il 25 aprile è la festa della Liberazione dal nazifascismo. È un momento della storia da ricordare, eppure non è soltanto memoria, ma è celebrazione, è gioia. E proprio in quanto evento nazionale, dovrebbe essere condiviso. Invece polemiche e contestazioni non mancano

Quest’anno sono otto decenni da quel giorno del 1945, ma per quanto la Liberazione sia ancora sentita, credo sia innegabile ammettere che ci siano forti spinte che tentano di rendere la festa non più qualcosa di condiviso, ma di parziale. Se godiamo della libertà lo dobbiamo alla Costituzione scritta sulle macerie del paese appena liberato. Eppure, da un po’ di tempo a questa parte voci sempre più intense dipingono l’antifascismo come una “posizione politica parziale”, “divisiva”. Riconoscersi antifascisti – dicono – significa prendere una parte estrema: il vero cittadino italiano di oggi «non è fascista né antifascista, perché gli estremi sono sempre sbagliati e perché il fascismo non esiste più». Certo. Non ci sono dubbi, naturalmente, sul perché una certa – piccola – fetta di popolazione abbia insistito tanto su questo tasto, ma è urgente interrogarsi sul perché abbia avuto seguito. Soprattutto per noi giovani, ultima appendice di questa memoria.

Il limite valicato. Il mondo in cui viviamo appare spesso grottesco: le figure più potenti del pianeta fanno il saluto fascista a convention di rilevanza mondiale, ma sostengono di star solo lanciando il loro cuore al pubblico. Ci si scherza su, vengono alimentati dibattiti spesso superficiali, discussioni infinite che poi diventano meme sui social network,vanno e vengono alla velocità delle dita che scrollano sullo schermo. Dico che il mondo in cui viviamo pare grottesco perché ogni giorno si alza l’asticella del limite dell’accettabile: un anno fa guardavamo inorriditi i video in diretta del genocidio in Palestina, oggi Donald Trump pubblica un contenuto creato con l’intelligenza artificiale che lo ritrae mentre beve un cocktail in spiaggia a Gaza sotto una sua statua monumentale. Siamo inorriditi, certo, l’abbiamo condannato, ma ora anche quel limite è stato superato. Chissà quale sarà il prossimo.

Raccontare falsità. Tutto è contestabile, tutto può essere raccontato come qualcosa di diverso nel dibattito pubblico. Certo, all’interno del mondo dei social questo fenomeno è estremizzato – e non riguarda assolutamente soltanto i giovani, anzi –, ma è un abitudine forzata che pervade ogni mezzo di informazione. La presidente del Consiglio, ad esempio, può permettersi di raccontare falsità in prima serata nelle emittenti pubbliche e di non essere contraddetta. E quando qualcuno presenterà i dati verrà accusato di faziosità. Se tutto è discutibile dunque, l’antifascismo per primo può essere presentato senza problemi come un accessorio polveroso, che si può anche concordare meriti un posto nello scaffale dei ricordi, ma che è bene stia lì ben fermo a prendere polvere. I miei genitori ogni tanto mi raccontano quanto sia diverso da qualche decennio fa: una volta, mi dicono, non potevi fare certe “commemorazioni” in pubblico, non senza aspettarti di venire attaccato da ogni fronte. Il fascismo era dei fasci, e criticare i fasci non era “divisivo” né anacronistico. In questo momento, in cuipare tutto sia permesso, in cui si ricomincia a discutere di terza guerra mondiale, in cui il potere è nelle mani di pochi che controllano l’informazione di buona parte del globo, in cui l’autoritarismo e i metodi violenti tornano in auge, e razzismo e discriminazioni la fanno da padroni, ecco, in questo momento un forte spirito antifascista non solo è necessario, ma è fondamentale. Significa non soltanto convincere chi lo sostiene che non è vero, che sta sopra un mobile a prendere polvere, ma anche ritrovare la sua linfa vitale.

Partecipare e organizzarsi. Ciò da cui dobbiamo difendere oggi la democrazia non è il fascismo dell’olio di ricino e delle camicie nere e l’antifascismo di oggi non sarà la lotta partigiana sui monti e in bicicletta. Ma da quella lotta può prendere spunto. La base che oggi a fatica si sta cercando di ricostruire è una: la partecipazione. Le persone devono tornare a interessarsi di ciò che accade loro intorno. Nelle scuole non si deve avere paura di parlare di attualità, di cittadinanza, di capire la storia invece di impararla a memoria. Questa è l’unica strada percorribile. È difficile, ma non impossibile. Non c’è un singolo aspetto della vita di tutti i giorni che non sia toccato da ciò che sta accadendo.

Punto di ripartenza. Antifascismo e Liberazione oggi significano parlare con il proprio collega, il proprio vicino di casa e la persona in fila al supermercato, e riattivare la partecipazione. E poi, organizzarci. Nessun tentativo è troppo piccolo, troppo insignificante. Il 25 aprile 2021 a Padova organizzammo un’assemblea pubblica in piazza: studenti, lavoratori e pensionati, seduti per terra in cerchio e distanziati. Per qualcuno magari era solo un modo per non saltare la data. Ma per le persone passate in quella piazza e fermatesi ad ascoltare, che forse nemmeno ricordavano cosa fosse il 25 aprile, può aver acceso una luce che magari non si è spenta più. Da quella è necessario ripartire.

L’articolo, a firma di Emma Ruzzon, è stato pubblicato nel numero di aprile 2025 di LiberEtà. Per abbonarti clicca qui