Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 650.000 soldati italiani, abbandonati senza ordini dalla monarchia in fuga, furono catturati dai tedeschi. A causa del loro rifiuto di entrare nelle forze armate germaniche o in quelle della Repubblica sociale italiana, vennero privati delle tutele riservate ai prigionieri di guerra, dichiarati “internati militari” e costretti a lavorare nell’industria bellica del Terzo Reich. Divennero gli “schiavi di Hitler” rimanendo per quasi due anni dietro i reticolati dei campi di concentramento.
Chi ricorda, ottant’anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, l’altra Resistenza degli oltre 650.000 internati militari italiani nei lager nazisti? Furono catturati dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, quando la monarchia abbandonò le forze armate senza ordini, in balìa degli ex alleati tedeschi. Chi conosce la storia degli Italienische Militärinternierte (Imi), i cosiddetti “schiavi di Hitler”, privati delle tutele riservate ai prigionieri di guerra e costretti a lavorare per il Reich? Chi sa che oltre uno su dieci morì durante la prigionia? Pochissimi. Regna l’oblio nei confronti di quelle decine di migliaia di soldati e ufficiali, rinchiusi per quasi due anni dietro i reticolati a causa del rifiuto a entrare nelle forze armate germaniche o in quelle fasciste della Repubblica sociale italiana (Rsi).
Gli ultimi testimoni. Il compito di tenere in vita la loro associazione – Anei (www.anei.it), fondata nel 1945 dopo il ritorno in patria dei prigionieri appena liberati – negli ultimi anni è stato assunto da figli, nipoti e simpatizzanti (chi firma questo articolo, figlio di Pietro Brando, è il presidente della sezione milanese n.d.r.). Nel 2025 i reduci viventi, tutti ultracentenari, sono ormai pochissimi. Rappresentano gli ultimi testimoni diretti di una scelta che ha accomunato persone di ogni età: dai soldati semplici agli ufficiali, dai giovanissimi che avevano compiuto diciotto anni nel 1943 a uomini adulti, ultracinquantenni, che avevano già combattuto nella Grande guerra del 1915- 1918. Erano militari di carriera, ma anche studenti, operai, professori, impiegati, costretti a indossare le divise allo scoppio della guerra. Così tra gli ex Imi si contano tanti personaggi divenuti famosi: Alessandro Natta, futuro segretario del Pci, l’attore Gianrico Tedeschi, lo scrittore e giornalista Giovannino Guareschi, l’attore e regista Luciano Salce e lo scrittore Mario Rigoni Stern. Poi tra loro c’erano i padri di persone oggi note, come quelli di Vasco Rossi, Ezio Greggio, Luca Bottura e Francesco Guccini.
Obiezione di coscienza di massa. Sul sito di Anei si legge che finirono dietro il filo spinato tra seicento e settecentomila soldati: «La truppa fu sottoposta in condizioni disumane a lavoro coatto. I caduti, secondo i dati della Cri, sarebbero stati circa 78.000; secondo OnorCaduti 60.000; ma si tratta di calcoli approssimativi, che non tengono conto della percentuale altissima di malati che morirono dopo il rientro». Quegli internati rappresentavano un quinto dei nostri soldati mobilitati durante la guerra. Erano l’1,44 per cento dei circa 45 milioni di italiani dell’epoca; significa, ad esempio, che almeno 15.000 avevano la residenza in una città come Milano (che aveva poco più di 1.200.000 abitanti), circa 150 in una cittadina di 10.000 abitanti. Si può dunque affermare che oggi tanti di noi, anche se spesso non ne sono consapevoli, hanno tra i propri parenti più o meno vicini (padri, nonni, zii e cugini) un ex internato, protagonista di una strenua Resistenza senz’armi e di un gigantesco e unico caso di obiezione di coscienza di massa. I dati complessivi della deportazione italiana dimostrano quanto gli internati militari siano stati rilevanti. Su quasi 800.000 connazionali segregati nei lager nazifascisti per varie ragioni, oltre 70.000 morirono o furono uccisi durante la prigionia: la quasi totalità dei 6.806 italiani ebrei (solo 837 superstiti) e dell’ottantina di rom e sinti; 12.000 dei 33.000 partigiani e oppositori politici; alcuni testimoni di Geova; poi, appunto, persero la vita almeno 60.000 internati militari e alcune migliaia di internati civili.
Una rimozione collettiva. Purtroppo, nel dopoguerra gli Imi sono stati al centro di una rimozione collettiva. È accaduto a causa dei pregiudizi politici, storici e culturali subiti nell’Italia repubblicana post-bellica; in misura minore, a causa della stessa reticenza dei reduci nel raccontare ciò che avevano dovuto sopportare. Fatto sta che la loro memoria nel dopoguerra è stata cancellata, denigrata o censurata, pure a sinistra. Basti pensare che nel 1954 il citato futuro segretario del Pci, Natta, non riuscì a pubblicare il suo libro L’altra Resistenza, perché giudicato “editorialmente” inopportuno dalla casa editrice del partito (venne pubblicato da Einaudi solo nel 1997). Soltanto da una ventina d’anni la storiografia e la politica hanno cominciato a occuparsene di nuovo.
Prigionieri di serie B. Tuttavia, ancora oggi raramente i militari internati sono ricordati sui palchi del 25 aprile e del 27 gennaio, giornata «in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti», sebbene siano ricorrenze dedicate, teoricamente, anche a loro. La brutta sensazione che siano considerati ancora di serie B non accenna a diminuire. È vero che a gennaio 2025 è stata istituita per il 20 settembre di ogni anno la “Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda guerra mondiale”, ma ciò rischia di isolare ulteriormente gli Imi dal 27 gennaio e dal 25 aprile, che già rappresentano la Resistenza e il sacrificio di tutti.
La mostra della Cgil. Per fortuna, il sindacato si è mosso: dal 23 gennaio al 23 febbraio nella Camera del lavoro metropolitana di Milano si è svolta la mostra La scelta, la fame, il silenzio, un’esposizione di documenti originali sugli Imi, realizzata a cura di Cgil, Archivio del lavoro, associazione “Pio Galli” e Inca, con il patrocinio del Comune di Milano. Di certo, però, la battaglia degli internati per farsi conoscere e riconoscere continua, ottant’anni dopo il loro sacrificio.
L’articolo, a firma di Marco Brando, è stato pubblicato nel numero di aprile 2025 di LiberEtà. Per abbonarti clicca qui










