Ottanta anni fa le leggi razziali

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ottanta anni di leggi razziali

Pubblicato, con il titolo “Il fascismo e i problemi della razza”, su “Il Giornale d’Italia” del 14 luglio 1938, il manifesto degli scienziati razzisti anticipa di poche settimane la promulgazione della legislazione razziale (settembre-ottobre 1938). Firmato da alcuni dei principali studiosi italiani, il manifesto diviene la base ideologica e pseudoscientifica della politica razzista dell’Italia fascista.

Il caso delle vie di Roma. Ad Arturo Donaggio, neuropsichiatra, sono intitolati un largo e una via del quartiere Trionfale, a Nicola Pende, endocrinologo, un viale interno del policlinico universitario, a Edoardo Zavattari, zoologo, una via parallela alla Pontina. È solo di pochi mesi fa la “scoperta” che la toponomastica della Capitale onora tre dei firmatari del manifesto, base teorica della politica razzista del fascismo e della persecuzione contro gli ebrei. Ai nomi citati, che la sindaca di Roma si è impegnata a espellere dallo stradario cittadino, vanno aggiunti quelli dell’antropologo Guido Landra, del fisiologo Sabato Visco, del patologo Lino Businco, dell’antropologo Lino Cipriani, del pediatra Leone Franzi, dello zoologo Marcello Ricci, e del demografo Franco Savorgnan.

Il manifesto, apparso su Il Giornale d’Italia del 14 luglio 1938 con il titolo “Il fascismo e i problemi della razza”, muove da alcune premesse: le razze umane esistono, il concetto di razza è puramente biologico, ci sono piccole e grandi razze. A questo punto i dieci “luminari” certificano che la razza italiana è pura, non contaminata dai semiti «approdati nel corso dei secoli sul sacro suolo della nostra patria» e dall’occupazione araba della Sicilia, di cui resta solo il «ricordo di qualche nome». Sarebbe «questa antica purezza di sangue il più grande titolo di nobiltà della nazione italiana» per cui «è tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti». E agiscano di conseguenza, risolvendo per prima cosa il rapporto con gli ebrei che «non appartengono alla razza italiana» e rappresentano «l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché costituita da elementi razziali non europei».

Un mese dopo la pubblicazione del manifesto viene avviato un censimento degli ebrei italiani, che risultano essere poco più di cinquantamila. Una minoranza irrilevante, considerata però minacciosa: la propaganda del regime ne sottolinea la penetrazione in settori importanti della vita nazionale. Allarma la presenza di ben 174 professori ebrei nelle università del regno! Il 5 settembre viene emanato il decreto di espulsione di docenti e studenti appartenenti alla “razza ebraica” dalle università e dalle scuole di qualsiasi ordine e grado.

Insigni studiosi, come Attilio Momigliano, Federigo Enriques, Mario Fubini, Vito Volterra, devono abbandonare cattedre e istituti di ricerca. A Tullio Levi Civita è impedito l’accesso alla biblioteca dell’istituto di matematica dell’università La Sapienza che lui stesso ha creato. Enrico Fermi, la cui moglie è ebrea, emigra negli Stati Uniti. Il 6 ottobre 1938 il Gran consiglio del fascismo vota una dichiarazione sulla razza che mette a punto le varie enunciazioni di principio e le disposizioni emanate, introducendo nuove restrizioni. La più rilevante è quella che impedisce i matrimoni tra cittadini italiani di “razza ariana” con appartenenti ad altra razza e per i funzionari statali anche con donne straniere in genere.

L’appartenenza alla “razza ebraica” deve poi essere denunziata e menzionata nei registri dello stato civile, nei relativi certificati ed estratti. Il Gran consiglio «prende atto con soddisfazione che il ministro dell’Educazione ha istituito cattedre di studi sulla razza nelle principali università» e preannuncia severe sanzioni per chi attenta «al prestigio della razza nei territori dell’impero».