Le ultime ore di Paolo Borsellino

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ll 19 luglio 1992 in via D’Amelio, a Palermo, un’autobomba uccideva il magistrato e i cinque agenti della scorta. Nel brano qui proposto, tratto dal libro “Paolo Borsellino parla ai ragazzi”, Pietro Grasso ricostruisce quella drammatica vicenda 

Paolo in quei giorni, esattamente come il suo amico Giovanni, lavorava con perfetta coscienza che presto la mafia lo avrebbe ucciso. Eppure non si fermò, tenne fede ai suoi valori, ai suoi princìpi, a quello che sentiva essere il suo dovere: l’impegno nel lavoro e la ricerca della verità.

Non fuggì nemmeno quando i carabinieri avvisarono la procura che alcune fonti ben informate avevano dichiarato che fosse arrivato un carico di esplosivo a Palermo. Un poliziotto della sua scorta ha raccontato di averlo visto particolarmente turbato intorno al 13 luglio, di avergli chiesto come mai e che Paolo gli abbia risposto:

«Sono preoccupato per voi, so che è arrivato il tritolo per me e non voglio coinvolgervi». In molti, amici e conoscenti (magari qualcuno anche interessato a che non scoprisse davvero la verità),gli chiedevano di fuggire da Palermo, ma lui reagiva sdegnato. Dopo aver saputo dell’arrivo del tritolo, raccontandomi di quanti gli chiedevano di andarsene, mi confidò: «Non è mi dà questi consigli. Gli amici sinceri sono quelli che condividono le mie scelte, i miei stessi ideali, i valori in cui credo. Come potrei fuggire, deludere le speranze dei cittadini onesti?».

Sono gli ultimi, frenetici giorni. Paolo trovò il modo di confessarsi, chiedendo al suo parroco un appuntamento urgente. Lui rispose che non c’era bisogno, che avrebbe potuto farlo la successiva domenica, ma Borsellino insistette, perché sentiva di non avere più molto tempo.

A un altro parroco, col quale amava parlare, confidò di aver cambiato atteggiamento nei confronti dei figli che tanto amava, di aver iniziato a guardarli da lontano e di aver smesso di dargli carezze, spiegando che «così li farò abituare alla mia assenza». Era questo il suo stato d’animo quella domenica, il 19 luglio, quando alle cinque di mattina si mise seduto alla sua scrivania per scrivere le risposte alle domande degli studenti di Padova.

Nonostante le tensioni e i pensieri gli si affastellassero in testa (…) decise di dedicare qualche ora per spiegare il banale equivoco per il quale non gli era stato possibile partecipare all’incontro cui era stato invitato e per rispondere ai quesiti dei ragazzi.

Perché, come aveva intuito per primo Rocco Chinnici, per combattere la mafia non bastano solo le leggi, la polizia, i processi. Serve un cambiamento culturale che parta dai giovani e tocchi tutte le generazioni, serve una rivolta etica che faccia di#sperdere «il puzzo del compromesso morale» ed espandere a Palermo, in Sicilia e in tutto il paese «il fresco profumo di libertà».

Paolo era un marito e un padre. Ma era anche un figlio. Per preparare l’attentato la mafia sfruttò il suo affetto per la madre e l’abitudine di andare a trovarla nel fine settimana. Rubarono una macchina, la imbottirono di esplosivo e la parcheggiarono in via D’Amelio, vicino all’ingresso della casa. La scarsa
volontà di proteggere Paolo è dimostrata dal semplice fatto che in quella via, proprio per prevenire ogni rischio, non ci sarebbe dovuta essere alcuna macchina.

Invece i mafiosi ebbero tutto il tempo di aspettare, nei giorni precedenti, che si liberasse il posto più vicino al cancelletto di ingresso al palazzo, posizionandovi un’auto che lo tenesse occupato. Quando ebbero la certezza del suo arrivo, liberarono il parcheggio per la Fiat 126 imbottita di tritolo: scelsero quel modello perché era tra le poche macchine ad avere il bagagliaio nella parte anteriore, in modo che
l’esplosione non lasciasse alcuna spe#ranza di salvezza.

Alle 16,58, mentre Paolo e la scorta si avvicinavano al citofono, il rumore assordante dell’esplosione si sentì in tutta la città. La via si trasformò in uno scenario di guerra, la bomba era talmente potente che bruciarono decine di macchine e vennero danneggiati moltissimi appartamenti.

Morirono, oltre Paolo, gli agenti Agostino, Vincenzo, Walter, Claudio ed Emanuela, la prima donna assegnata al servizio scorte. (…)

Una seconda strage a così poca distanza da Capaci non si spiega solo con la cieca violenza mafiosa. In quei cinquantasette giorni sono successe moltissime cose, alcune delle quali ancora avvolte nel mistero. Tra i molti dubbi che circondano quei momenti c’è quello riguardo l’agenda rossa, un quaderno fitto di appunti presi da Paolo nelle ultime settimane, e che Lucia e Manfredi ricordano perfettamente essere stato preso dal padre e riposto nella sua borsa, sia la mattina a casa a Palermo che il pomeriggio andando da Villagrazia di Carini verso via D’Amelio.

A seguito dell’attentato la borsa di Paolo passò di mano in mano, e venne riconsegnata ai familiari solo dopo mesi: dentro c’erano tutti i suoi effetti personali, compreso un pacchetto di sigarette, ma non l’agenda rossa.

Le indagini e i processi sono ancora in corso, la ricerca della verità non si è mai fermata, pur fra mille ostacoli e un bieco depistaggio durato oltre sedici anni, e che solo grazie alla collaborazione del vero autore del furto della 126, Gaspare Spatuzza, si è potuto smascherare. Questa ricerca non dovrà fermarsi finché non si sarà fatta piena luce sui motivi e le persone che hanno armato le mani degli assassini.

Il sacrificio degli uomini e delle donne uccisi dalla mafia non è stato vano. Sul loro esempio e nel loro ricordo, dal 1992 a oggi sono stati fatti passi avanti enormi. La cupola che ha pianificato e organizzato quelle stragi è stata catturata, processata e condannata. La città di Palermo si è risvegliata e ha vinto numerose battaglie grazie all’impegno dei cittadini, dei lavoratori, dei commercianti, degli imprenditori.

Nelle scuole di tutta Italia, l’impegno dei docenti per l’educazione alla legalità si è moltiplicato, grazie alla passione, alla creatività e ai sacrifici di insegnanti che col loro contributo hanno tenuto viva la memoria dei caduti. I giovani che erano in piazza ai funerali di Falcone e Borsellino sono diventati genitori, non hanno dimenticato quel momento di rabbia e commozione e hanno trasmesso questi sentimenti ai loro figli, formando una generazione più consapevole del pericolo mafioso e meno incline ad accettare imposizioni e ricatti.