L’altro sono io. Il bell’esempio di Bernardeschi

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during the Serie A match between Juventus and Bologna FC at Allianz Stadium on October 19, 2019 in Turin, Italy.

Accade anche che lo sport (professionistico) dia il buon esempio. Si sono fatte notare le considerazioni di Federico Bernardeschi, calciatore della Juventus, che ha ricordato come l’odio verso l’altro, il razzismo e la chiusura non ci portino da nessuna parte. Un giorno, forse già domani, potremmo essere noi quelli bisognosi di aiuto, di accoglienza. E un po’ sta proprio accadendo. L’emergenza del coronavirus ci ha già messo di fronte ai nostri limiti e alle nostre debolezze. Basti pensare come gli italiani nel mondo siano diventati in breve tempo “gli emarginati”. In casa la situazione non è molto diversa, perché l’isteria collettiva in queste settimane ci ha spesso fatto muovere secondo ciechi egoismi senza alcuna considerazione per l’altro e per i pericoli che avremmo fatto correre a chi ci stava intorno.

Ecco perché secondo Bernardeschi, un ragazzo di ventisei anni, l’emergenza del coronavirus è un’occasione per riflettere sulle nostre chiusure e le nostre intolleranze. «Abbiamo fatto morire donne e bambini, perché prima veniva la nostra sicurezza, la nostra ricchezza e poi le loro vite. E adesso siamo noi gli emarginati, siamo noi a essere discriminati e cacciati, rinchiusi tra i confini di un Paese che soffre. Quando tutto questo finirà, ricordiamoci di questi giorni, di questa sofferenza, di questa isteria che ci ha trasformato in animali mossi solo dall’istinto di sopravvivenza, senza ragione, senza rispetto per nessuno. Ricordiamocelo poi di come ci trasformano disperazione e paura di morire. Ricordiamocelo quando ad aver paura sarà qualcun altro, che chiede aiuto».