L’invecchiamento della popolazione e la denatalità stanno producendo effetti dirompenti sul mercato del lavoro, il sistema previdenziale, la sanità e la scuola. Urgono nuove politiche sociali, fiscali, economiche e migratorie
L’inverno demografico inevitabilmente avrà ripercussioni su ogni aspetto della vita economica, sociale, culturale del nostro paese. Per il sindacato dei pensionati della Cgil la transizione demografica è una tema di primo piano. Quali sono le conseguenze di questa trasformazione e quali gli interventi pubblici necessari? Il seminario Una sfida per il futuro. La trasformazione demografica, organizzato dallo Spi Cgil, insieme all’Alta Scuola Luciano Lama, il 12 maggio 2026, è stata l’occasione di una riflessione con il contributo di studiosi e relatori che spesso collaborano con i pensionati della Cgil.
Dando l’avvio ai lavori, Fulvio Fammoni, coordinatore dell’Alta Scuola Spi Cgil Luciano Lama, ha rappresentato la crisi demografica italiana come un fenomeno strutturale, destinato a incidere su economia, welfare e diseguaglianze. «Negli ultimi dieci anni, abbiamo perso un milione e 300 mila abitanti, un calo enorme delle nascite è dovuto a tante ragioni: povertà, paura, guerra. La regressione demografica italiana è la più grave in Europa. A ciò si aggiunge l’invecchiamento progressivo della popolazione: i decessi sono circa il doppio delle nascite». Fammoni ha sottolineato che mentre Francia e Spagna mostrano maggiore stabilità demografica, l’Italia condivide con la Polonia una traiettoria di forte declino. Le proiezioni indicano che entro il 2050, potrebbe perdere fra i 3 e i 4 milioni di cittadini.
Un ruolo decisivo sarà giocato dalle migrazioni. «Il nostro paese avrebbe bisogno di un saldo attivo di 300 mila persone l’anno, ma il problema non è solo quantitativo: servono politiche capaci di trattenere sia i migranti sia i giovani che emigrano all’estero per farsi un futuro». Secondo il coordinatore dell’Alta Scuola, «l’invecchiamento della popolazione impatterà sul peso che l’Italia ha nei meccanismi europei di decisione, sul Pil, sul lavoro, sulle nuove tecnologie, sulla sanità e sul sistema scolastico. Avremo un forte calo delle persone in età da lavoro, con conseguenze sul sistema contributivo e sulla crescita economica». Il sistema sanitario, avverte Fammoni, dovrà affrontare le necessità delle famiglie che invecchiano, mentre il calo delle nascite produrrà un effetto perverso sulla scuola, con meno classi e calo degli investimenti nella formazione. Allarmante è la situazione del Mezzogiorno, dove il declino demografico si intreccia con l’emigrazione interna ed estera. Fammoni ha parlato apertamente di «un processo di desertificazione sociale ed economica di molte aree del Sud. Per questa ragione le trasformazioni demografiche richiederanno nuove politiche economiche, sociali e migratorie, oltre che interventi pubblici per evitare l’isolamento dei territori e l’aumento delle disuguaglianze generazionali e territoriali».
Noreena Hertz, economista dell’università di Cambridge, ha dedicato il suo intervento al «secolo della solitudine e all’importanza della comunità nella vita di tutti i giorni». La transizione demografica non riguarda solamente quanto viviamo, ma soprattutto come viviamo e sempre più spesso come viviamo separati gli uni dagli altri. «Non stiamo semplicemente diventando società più anziane, ha spiegato la studiosa, stiamo diventando società più solitarie. E questa condizione non è casuale, ma il risultato di scelte economiche, trasformazioni del mercato del lavoro, modelli urbani e sistemi tecnologici che hanno indebolito le relazioni quotidiane e i legami di comunità».
La parola è poi andata a Cristina Freguja, direttrice del dipartimento statistiche sociali e demografiche dell’Istat. «Dal 1977 la fecondità è al di sotto del tasso di sostituzione delle generazioni». Secondo le stime dell’Istat, entro il 2050 gli over 65 anni arriveranno a superare il 34 per cento della popolazione. L’invecchiamento eserciterà una forte pressione sul welfare italiano, con effetti sulla sostenibilità del debito pubblico e sulla tenuta dell’equilibrio tra generazioni attive e pensionate. Secondo Freguja «la spesa pubblica legata all’invecchiamento crescerà ulteriormente, soprattutto per sanità e assistenza a lungo termine». Sul fronte sociale, assistiamo a una crescente frammentazione delle famiglie e al forte aumento delle persone sole. Infine, la dirigente dell’Istat ha espresso preoccupazione per la fuga dei giovani qualificati e ha ricordato che «113 mila giovani laureati, tra i 25 e i 34 anni, hanno lasciato il paese e il Mezzogiorno si è impoverito della sua forza lavoro più qualificata».
La trasformazione demografica, ha affermato Carlo Buttaroni, presidente dell’istituto di ricerche sociologiche Tecnè, è avanzata lentamente, quasi senza farsi notare e ha cambiato profondamente il paese. Al centro dell’analisi c’è la condizione dei giovani, segnata da una nuova forma di isolamento. «La solitudine competitiva è una gara in cui si corre da soli. Non si tratta di isolamento fisico, ma di una condizione sociale in cui i giovani pur essendo iperconnessi sono privi di spazi di appartenenza». Buttaroni ha anche denunciato «l’illusoria contrapposizione tra generazioni, spesso alimentata da narrazioni politiche errate: giovani contro anziani, futuro contro passato. È una visione che non ha un vero significato perché le generazioni sono invece interdipendenti». Un terzo dei giovani, prosegue Buttaroni, è convinto di non raggiungere le condizioni di vita dei propri genitori e questa convinzione produce rinvii continui nelle scelte di vita. Ma la precarietà non è solo economica, è anche esistenziale e indebolisce le identità collettive e la costruzione del noi. «Serve un nuovo patto tra generazioni, conclude il presidente di Tecnè, fondato sulla solidarietà reciproca e sul riconoscimento del valore di giovani e anziani. Solo così sarà possibile ricostruire identità collettiva, fiducia verso il futuro e superare la crisi di coesione che attraversa la società contemporanea».
Silvia Borelli, docente di diritto del lavoro e delle relazioni industriali dell’università di Ferrara, si sofferma sulla crisi del sistema di welfare italiano, storicamente fondato sul lavoro gratuito svolto dalle donne «Lo stato ha sviluppato tecniche per contenere il bisogno e il costo della cura, poggiandolo sullo sfruttamento delle badanti che sono spesso straniere, le quali percepiscono salari minimi e godono di scarse tutele legali. Ma anche le badanti invecchiano».
Il futuro delle pensioni richiede secondo Matteo Jessoula, docente di scienza politica dell’università di Milano, un disegno organico di riforma fondato su maggiore equità sociale, crescita occupazionale e redistribuzione fiscale. Il sistema pensionistico infatti è sostenibile sul piano economico-finanziario, ma presenta problemi di sostenibilità sociale e politica. Inoltre, il calo demografico minaccia l’equilibrio del mercato del lavoro. Per questo servono politiche di conciliazione, sviluppo dei servizi per l’infanzia, estensione del congedo di paternità, formazione e politiche del lavoro e per l’invecchiamento attivo. Jessoula ha criticato le riforme pensionistiche degli ultimi vent’anni, perché hanno ristretto «la durata media del pensionamento, passata da 25 anni a 20 anni, producendo effetti ampiamente regressivi a danno delle categorie più deboli». Tra le soluzioni urgenti, Jessoula, ha indicato «la necessità di recuperare un impianto solidaristico redistributivo nel primo pilastro delle pensioni pubbliche».
Inoltre, vanno eliminati «gli importi soglia, perché sono una specie di mostro che esiste soltanto in Italia e perché producono ulteriori elementi regressivi». Riguardo al finanziamento del sistema di welfare, Jessoula ha affermato che «la fiscalità avrà necessariamente un ruolo maggiore nel futuro sistema pensionistico» e ha proposto «una forma di prelievo maggiore sui fattori improduttivi, cioè rendita e patrimonio, per liberare la fiscalità e possibilmente anche un po’ di contribuzione sui fattori produttivi, quindi sul lavoro».
Ha tirato le fila della riflessione sulla transizione demografica, la segretaria nazionale dello Spi Cgil, Tania Scacchetti. La transizione demografica, ha annunciato, sarà uno dei temi centrali del prossimo Congresso nazionale del sindacato dei pensionati, sottolineando che «la demografia non si limita ai numeri, ma è una questione che investe tutte le nostre discussioni politiche, le nostre iniziative, le nostre valutazioni». Tania Scacchetti ha sottolineato la necessità di «calare la riflessione sul calo demografico, all’interno delle riflessioni già all’attivo dello Spi Cgil per evitare di affrontare la questione come un filone di ragionamento a parte». Perché il calo della popolazione è un processo che attraversa le differenze territoriali, il Mezzogiorno, le aree interne, l’abitare e il cambiamento delle città.
Un altro punto centrale delle conclusioni riguarda il collegamento tra demografia e non autosufficienza. La segretaria ha spiegato che «il sindacato non può non collegare le due questioni» e ha denunciato il rischio di «un sistema che arretra nelle risposte e di una crescente polarizzazione tra i cittadini che potranno accedere alle cure e coloro che invece resteranno esclusi dal sistema di protezione sociale». La cura delle persone non autosufficienti è una priorità politica e sociale «perché è una delle sfide più potenti che siamo chiamati ad affrontare e deve diventare un fattore capace di orientare le politiche pubbliche in contrasto con le politiche neoliberiste».
La segretaria generale dello Spi Cgil ha ricordato che l’Italia «è uno dei paesi in Europa in cui l’età di pensionamento è di fatto una delle più alte. Un cambiamento che si intreccia con la precarietà lavorativa giovanile e con il tema dell’invecchiamento attivo, in una società in cui il lavoro resta uno strumento di riconoscibilità sociale, anche oltre la pensione».
Grande attenzione è stata dedicata da Scacchetti alla questione della sanità pubblica, definita «il cuore della sfida demografica del nostro paese». L’aumento della longevità, il calo delle nascite e la «frantumazione dei nuclei familiari produrranno nuove fragilità e nuove disuguaglianze sociali, rendendo insufficiente il tradizionale welfare familiare. Per questo sarà necessario costruire «nuovi modelli relazionali di società e rafforzare il ruolo pubblico della cura e della protezione sociale». Infine, Tania Scacchetti ha indicato i quattro pilastri dell’azione dello Spi Cgil: reddito e pensioni; sanità pubblica; sistema sociosanitario; non autosufficienza.










