La realtà degli anziani dietro il fascino di Venezia

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A vederla ora, Venezia sembra una cartolina perfetta, senza sbavature, senza il brulicare del divorante formicaio turistico. Al di fuori del tempo. Ma a tratti, angosciante. Tra i palazzi secolari che si specchiano nell’acqua dei canali, ora più limpida senza moto ondoso, la tenue luce del crepuscolo ti riporta indietro nel tempo, quando nella città isolata, a girare erano i medici della peste avvolti in lunghissimi mantelli, con il capo coperto da un grande cappello e con le maschere dal naso lunghissimo, imbevuto di essenze e imbottito di erbe medicinali con l’intento di impedire che la malattia mortale entrasse nei polmoni. La peste che Venezia affrontò con idee per quel tempo rivoluzionarie, a partire dall’istituzione del primo lazzaretto della storia per l’isolamento degli appestati, nel 1423, e di un secondo, nel 1468, per le quarantene, in un concetto di prevenzione adottato poi in tanti altri porti nel Mediterraneo.
Ora, a stordirti tra calli deserte è il vibrare di un suono finora sconosciuto. L’assenza totale di voci, di passi, di quotidianità. E di anziani. Con le piccole buste della spesa, il loro intercalare, le soste nei campi, nelle calli o nei vaporetti. A raccontarsi di parenti, di età passate e di giorni a venire, di visite mediche, di libri, teatri, telegiornali. Di vita quotidiana. «Virginia, tien de ocio el balcon dea Nives, che xe do giorni che no ea vedo, me racomando!» Finestre di vita vera.
Tra loro, sono tanti anche quelli costretti dagli acciacchi dell’età a vivere ricoverati nelle residenze, lontani dalle loro case. «Solo nel territorio provinciale di Venezia, le Residenze per anziani sono 90, 72 private e 18 pubbliche. Un totale di 5.300 posti letto. Siamo molto preoccupati per il forte rischio di contagio da Covid cui sono soggetti ospiti e operatori».

Così Daniele Tronco, segretario generale dello Spi Cgil metropoliano Venezia esprime la apprensione per la situazione che si è venuta a creare a causa del Coronavirus. «Fin dal sorgere della pandemia, abbiamo evidenziato la necessità di tutelare questi luoghi. Siamo stati, purtroppo per troppi giorni, inascoltati. Questa grave sottovalutazione ha determinato una vera e propria ecatombe in molte aree del Paese, Lombardia docet. Nella nostra provincia esiste, a tutt’oggi, una situazione molto diversificata tra zona e zona con aspetti, a una prima analisi, più gravi nella Riviera del Brenta e a Portogruaro, con già molti contagiati e alcuni deceduti per complicazioni da Covid-19».

«Per questo – continua Tronco – abbiamo inoltrato richieste di incontro ai vertici delle strutture residenziali e delle due Ulss di competenza territoriale, e abbiamo sollecitato il Prefetto perché prenda le decisioni che servono».

Lo Spi ha chiesto alla Regione Veneto di procedere con il tampone a tutti gli ospiti e dipendenti, di individuare aree riservate per isolare le persone già contagiate e, non ultimo, di dotare tutti i soggetti di adeguati strumenti di protezione. Dal 20 febbraio scorso, nella sola ULS3, ad esempio, su 3.479 ospiti, i positivi al Covid sono 349, il 9 per cento, e 29 i deceduti. Tra i 3.560 operatori, 137 sono risultati positivi, il 4 per cento dei lavoratori.

«Fino ad ora – racconta il segretario dello Spi metropolitano Venezia – le nostre richieste hanno trovato solo parziale accoglimento».
Nel frattempo però, questi ritardi producono un preoccupante aumento del contagio in alcune strutture. «Serve – prosegue Tronco – un intervento di massima urgenza, pena un aggravamento della situazione, a partire dalla mancanza di personale che, una volta contagiato, deve rimanere a casa».

Nella Provincia esistono anche, ma si tratta di casi rari, alcune situazioni virtuose, ad esempio a San Stino di Livenza dove, al momento, non ci sono contagiati tra dipendenti e ospiti.

Il lavoro intenso e ininterrotto che lo Spi sta portando avanti con la Funzione Pubblica Cgil e con la Camera del Lavoro di Venezia, ha proprio l’obiettivo di accelerare gli interventi.«Continuiamo a sperare – precisa Tronco – che al più presto possibile i soggetti interessati della Regione, delle ULSS, nonché i Sindaci, si facciano carico di questa grave situazione che rischia di peggiorare di giorno in giorno».

Lo scenario è particolarmente complesso dal punto di vista demografico. Oltre 80 mila anziani non sono in condizione, parzialmente o del tutto, di badare a loro stessi e il trend non è certo confortante. Sono circa 210 mila gli ultrasessantacinquenni e 64.700 gli ultraottantenni. Dal 2008 al 2018, la percentuale degli anziani è passata dal 21,1 al 24,3 per cento. Nei prossimi 30 anni (2018-2048) l’aspettativa di vita passerà da 81,6 a 85,6 anni per gli uomini e da 85,9 a 89,2 anni per le donne. Ma esiste un’ulteriore situazione di criticità insita nell’invecchiamento della popolazione, soprattutto per quegli anziani ultraottantenni già gravati dalla non autosufficienza totale o parziale. La solitudine.

Secondo un’indagine realizzata da Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp, sono sono circa 40 mila, in pratica 6 su dieci, gli over 80 che vivono soli. E fra questi, il 72 per cento è composto da donne.

Proprio a causa della sua conformazione, Venezia è la città che presenta le maggiori difficoltà, essendo anche uno dei comuni del territorio con il più alto numero di anziani e con l’indice di invecchiamento più alto di tutto il Veneto (nel 2018, c’erano 240 gli anziani oltre i 65 anni di età ogni 100 ragazzi con meno di 14 anni). L’emergenza del Coronavirus ha reso la situazione ancora più complicata e, per certi versi, tragica.

«Persino fare la spesa può diventare impresa impossibile. – osserva Tronco – Ma è anche vero che esistono buone pratiche e volontari pronti a intervenire e a sopperire a disagi o mancanze, per aiutare il prossimo. È il caso dell’Udu, la Rete degli universitari, che in questi giorni sta consegnando spese e farmaci a chi si trova in difficoltà, un esempio solidaristico di scambio intergenerazionale che regala a tanti anziani momenti di socialità in questa fase di costrizione».

«Ci vorrà ancora tempo – conclude il segretario dello Spi – e dolore. Ma dobbiamo usare tutte le risorse disponibili per difenderci, per proteggerci e proteggere i più vulnerabili, i più deboli. A partire dai nostri anziani. Perchè dietro ai meri conteggi e bollettini quotidiani, gli anziani non sono solo cifre o numeri. Sono persone. Storie vissute, da vivere e da tramandare. In qualsiasi città, luogo o latitudine».

Cristina De Rossi

Foto: Filippo Alessandro Nappi