La musica al tempo del coronavirus. Una nota tira l’altra #18

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“Dio salvi la Regina” o “Dio salvi il Re” è considerato l’inno nazionale più antico del mondo. Esso è entrato in uso il 28 settembre 1744, seppure non sia mai stato dichiarato in nessun documento “inno ufficiale”. Poiché è ancora considerato come proprio inno da molti Paesi oltre all’Inghilterra (Canada, Australia, Nuova Zelanda, ecc), forse è anche il più suonato e cantato al mondo. Malgrado l’enorme successo e le tante supposizioni su chi l’abbia composto, la posizione ufficiale del Governo britannico è ufficialmente “di autori ignoti”. Le parole del testo forse a qualcuno potrebbero sembrare un po’ stucchevoli (i primi 3 versi sono a dir poco ripetitivi: “Dio salvi la nostra gentile Regina, lunga vita alla nostra nobile Regina, Dio salvi la Regina”) ma la musica dell’inno inglese indubbiamente prende chi lo canta e anche chi l’ascolta. Ve lo proponiamo in versione ufficiale con il testo originale e la traduzione in italiano.
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Avrete notato che nel testo non si accenna mai all’idea di Paese o di Popolo. Tutto è rivolto sempre e solo alla Regina (o al Re): i nemici da sconfiggere, le vittorie da realizzare, non appartengono mai agli inglesi ma sempre alla Regina (o al Re). Chi volesse verificare la differenza di ruolo e di comportamento tra un monarca e il Presidente di una moderna repubblica, guardi questa bellissima e scenografica versione dell’inno cantato per gli 85 anni di Elisabetta II nell’Abbazia  di Westminster.
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Dal video si nota che tutti gli invitati cantano l’inno (civili, militari, funzionari, laburisti, conservatori, donne uomini, coro di bambini, parenti: compreso il marito Filippo di Edimburgo) ma la Regina non apre bocca e nemmeno sorride. Ecco: potremmo dire che in una repubblica il Presidente canta l’inno nazionale perché è l’inno dello Stato che lui rappresenta e in cui anche lui si identifica. In una monarchia, seppure moderna e democratica come quella inglese, sono lo Stato e il popolo che si identificano nella Regina o nel Re. Non il contrario. Elisabetta non canta l’inno semplicemente perché l’inno è rivolto a lei. A noi fa una certa impressione questa abitudine ma gli inglesi la considerano “normale” da molti secoli. Una curiosità: abbiamo detto inglesi, infatti il Galles e la Scozia hanno inni nazionali loro propri e diversi da quello inglese.

È così antico “Dio salvi la Regina” (o il Re) che molti autori lo hanno usato nelle loro composizioni musicali (da Paganini a Rossini, a Verdi fino a Britten, ai Sex Pistols, a Brian May). Di Brian May vi proponiamo questa incredibile versione del 2002 dal tetto di Buckingham Palace.
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Ma tra i più famosi esempi di rivisitazione nella musica classica dell’inno inglese si debbono richiamare senza dubbio le 7 variazioni per piano di Ludvig van Beethoven. Eccole eseguite da Alfred Brendel.
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L’inno degli Stati Uniti è dedicato alla bandiera a stelle e strisce, simbolo della nazione, fin dal titolo: “La bandiera adorna di stelle”. Venne adottato come inno ufficiale dal Congresso il 3 marzo 1931 ma era già in uso da molto tempo. Tant’è che Puccini lo usa spesso nell’opera “Madama Butterfly” a richiamare la presenza della Marina americana che l’aveva adottato. La canzone, con il testo preso da una poesia di Francis Scott Key e la musica di John Stafford Smith, fu eseguita per la prima volta a Baltimora il 20 settembre del 1814, in piena guerra anglo-americana. I versi dell’inno parlano infatti di bombe e razzi che esplodono in aria e descrivono scene di guerra cui la bandiera a stelle e strisce resiste indomita.

Vi proponiamo prima di tutto una versione “ufficiale” con il testo inglese e la traduzione italiana che ne fanno percepire il carattere prettamente militare del canto.
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Nella famosa interpretazione di Jimi Hendrix, eseguita a Woodstock nell’agosto del 1969, la chitarra distorce l’inno nazionale fino a farne, per riconoscimento unanime, una canzone e una testimonianza pacifista contro la guerra del Vietnam.
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Infine una interpretazione lirica del tutto diversa e molto emozionante di Witney Houston in occasione del Super Bowl del 1991.
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Il contrasto mai sopito tra pacifismo e militarismo nelle cultura dei cittadini degli USA, portò il Presidente Reagan a commettere anni dopo una gaffe clamorosa. Si narra che, colpito dal successo della canzone “Born in the USA” di Bruce Springsteen (1984) che aveva venduto 15 milioni di copie solo negli USA (altrettanti nel resto del mondo), il Presidente Reagan abbia dichiarato che gli sarebbe piaciuto farne l’inno degli USA. Interpellato su questa ipotesi, pare che il Boss abbia risposto con molto savoir faire: ”Sono sicuro che il presidente non l’ha mai ascoltata”.
Vi proponiamo allora di ascoltare la versione originale anche del “mancato” inno degli Stati Uniti, che parla di una generazione di giovani travolta dalla guerra nel Vietnam, dalla crisi economica e dalla disoccupazione.
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Buon ascolto!