La doppia sfida della sanità italiana

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Gli italiani sono convinti che il sistema pubblico abbia retto bene all’urto della pandemia. Ma troppe cure e troppi interventi sono stati rinviati con gravi danni per la salute dei cittadini. Più finanziamenti e più medicina di territorio almeno per iniziare a riparare i danni 

La doppia sfida. Affrontare l’emergenza sanitaria in corso e, allo stesso tempo, progettare il nuovo modello che segnerà il dopo pandemia: è questa la doppia sfida (espressione coniata dal Censis nel suo ultimo rapporto) con la quale la sanità italiana si sta confrontando. Con quali risultati?

Quando si è accorta che l’emergenza non sarebbe terminata in tempi brevi, la maggioranza degli italiani (il 77 per cento) ha dato un giudizio positivo sull’operato del servizio sanitario sin da quando è iniziata l’emergenza e ha apprezzato l’eccezionale sforzo compiuto dal comparto. La lunga durata dell’emergenza ha reso però sempre più evidenti le criticità del settore, a cominciare dalla riduzione di servizi e prestazioni per pazienti non Covid 19.

Dati allarmanti. Stando ai dati del ministero della Salute, sono saltati circa 39 milioni tra accertamenti diagnostici e visite specialistiche solo nell’ultimo anno; 2,5 milioni di screening di prevenzione oncologica; oltre 1,3 milioni di ricoveri (554 mila quelli urgenti). Questi pochi dati fanno riaffiorare timori antichi verso il servizio sanitario, ma per il futuro le idee degli italiani sono chiare: il 93 per cento vuole un incremento stabile dei finanziamenti pubblici; il 94 per cento ritiene indispensabile avere sul territorio strutture sanitarie di prossimità; il 70,3 per cento ritiene invece prioritario un più ampio ricorso al digitale e alla telemedicina per controlli, diagnosi e cure a distanza.

Recuperare il terreno perduto. Verso questo percorso sembrano finalmente indirizzate le le azioni di governo e Regioni. In particolare, attraverso la Missione 6 del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che prevede il rafforzamento della sanità di territorio, con il potenziamento e l’istituzione di presìdi territoriali (case e ospedali di comunità) e dell’assistenza domiciliare, dello sviluppo della telemedicina e dell’integrazione tra i servizi sociosanitari attraverso sistemi digitali. L’obiettivo è recuperare, con l’uso di risorse pubbliche, il terreno perduto dopo anni di tagli e spending review. Solo negli ultimi dieci, tutto ciò ha prodotto una riduzione della spesa pubblica di 3,3 miliardi di euro, che ha causato carenze di personale, obsolescenza o mancanza di attrezzature, assenza di servizi e strutture in molti territori, con i cittadini costretti a rivolgersi al privato per farsi curare.

Finanziamenti. Per riparare i danni passati, solo per far fronte alla pandemia, nel 2021 le istituzioni hanno destinato 5,6 miliardi di euro a investimenti su personale, dispositivi medici, ricerca, sanità di territorio e rete di tracciamento dei positivi al Covid 19; altri 21 miliardi sono invece destinati, nel quadro del Pnrr, a finanziare progetti di modernizzazione tra territorio e digitale. Per la sanità di territorio la bozza di riforma dell’assistenza territoriale, ispirata dal nuovo Patto per la salute e aggiornata con le indicazioni e i progetti del Pnrr, presentata a luglio 2021, delinea gli ambiti di ridefinizione dei percorsi di cura standard a livello territoriale.

Anche per il digitale, è evidente come sia cresciuto il potenziale di utilizzazione: dall’attivazione di piattaforme per accedere ai sistemi di prenotazione del vaccino anti-Covid ai tanti progetti sperimentali nelle varie realtà regionali che hanno consentito l’assistenza domiciliare dei pazienti Covid.