A Pugliano di Teano, nei terreni confiscati a un clan camorristico, la cooperativa “La strada” non coltiva soltanto legumi e nocciole, ma dignità, lavoro e futuro
C’è un cancello rosso, a Pugliano di Teano nell’alto casertano, che si apre ogni mattina. Oltre, un panorama di ulivi secolari e campi di ceci che profumano di terra buona. Un luogo che per decenni ha nutrito il potere del clan Maiulo di Afragola, e che oggi porta un altro nome: quello di Antonio Landieri, vittima innocente della camorra. Ventisette ettari confiscati, diventati la casa di un sogno. A farlo vivere è la cooperativa sociale “La strada”, un gruppo di giovani che ha scelto di restare.
«Restare – dice Stefano Mancini, psicologo e presidente – è stato il nostro modo di ribellarci. Ci hanno insegnato che qui o te ne vai o ti fai raccomandare. Noi abbiamo deciso che non volevamo né l’una né l’altra cosa. Volevamo costruire il nostro lavoro, con le nostre mani».
E così è nato un modello unico: agricoltura sociale, sostenibile, capace di dare dignità e futuro a chi era rimasto indietro. Qui lavorano fianco a fianco persone con disagio psichico, ex tossicodipendenti, detenuti in misura alternativa. Nessuno è uno “scarto”. Qui tutti possono avere un’altra possibilità.
Queste terre hanno accolto i campi antimafia organizzati da Libera. Una settimana di lavoro, formazione e vita condivisa che ha messo insieme ragazzi e ragazze della provincia di Venezia, i pensionati dello Spi Cgil, gli operatori della cooperativa.
«La mattina si lavora, il pomeriggio si impara – racconta Antonietta Vicario, una delle anime della cooperativa –. Si parla di memoria, di racket, di vittime innocenti. E poi c’è la parte più bella: vedere i ragazzi mescolarsi con le persone del paese, creare relazioni. È così che l’antimafia diventa reale, concreta ».
Oriana, Mara e Gabriele, dello Spi Cgil di Forlì-Cesena, con l’entusiasmo di ventenni, hanno mondato ceci, cucinato, scavato solchi. E accanto a loro, Tania Scacchetti, segretaria generale dello Spi Cgil, ha condiviso due giorni di campo. «Volevo provare la vita dei nostri volontari – racconta –. Qui si lavora, ma soprattutto si entra in relazione. Giovani e pensionati insieme sperimentano un modello diverso di comunità. È questo il senso più profondo dell’antimafia sociale: costruire ogni giorno un’idea di società alternativa, fondata sulla dignità e sulla libertà. Colpisce vedere i ragazzi immersi nella vita concreta: cucinare, lavorare, discutere, confrontarsi. Sono momenti preziosi di scambio. E per noi dello Spi è fondamentale: possiamo raccontare loro cosa fa il sindacato, e ricevere in cambio la loro visione del mondo. È un arricchimento reciproco».
L’agricoltura sociale della cooperativa “La strada” con la produzione di ceci, nocciole e olive racconta un’altra storia: non solo di qualità, ma di riscatto. Non è facile. Perché persino vendere nocciole può diventare una battaglia. «Abbiamo scoperto – dice Mancini – che il mercato all’ingrosso era controllato dalla criminalità. Ti impongono il prezzo, decidono loro. Ma noi non ci siamo piegati».
E così, tra ulivi secolari e ceci che crescono ostinati, prende forma un modello diverso di comunità. Ed è qui che si capisce che l’antimafia non è uno slogan, ma una pratica di vita: una zappa che affonda nel terreno, una mano che si tende, un racconto che passa di generazione in generazione. E guardando quei ragazzi e quegli anziani seduti fianco a fianco, viene da pensare che un altro mondo è possibile. Anzi, in un angolo di Caserta, esiste già.










