Italia 90. Un convegno per capire i nostri giorni. Le trasformazioni del paese nell’apogeo dell’ordine neoliberale

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Gli anni Novanta sono stati un punto di svolta nella costruzione del nuovo ordine mondiale e dell’attuale primato neoliberista. Il convegno Italia 90. Le trasformazioni del paese nell’apogeo dell’ordine neoliberale, organizzato dal dipartimento di Storia dell’Università La Sapienza di Roma, in collaborazione con la Fondazione Gramsci e il contributo del sindacato dei pensionati della Cgil si è posto un obiettivo ambizioso: analizzare, in un rapporto interdisciplinare, quel decennio di radicali trasformazioni e mettere a fuoco la sua eredità politica, economica, sociale, culturale negli anni successivi fino ad oggi.

Il 19 e il 20 febbraio 2026 storici, economisti, sociologi e sindacalisti hanno sviscerato le vicende italiane degli ultimi trent’anni. Si comincia il 19 febbraio, all’Università La Sapienza di Roma, nell’aula dedicata a Federico Chabod. Come ha fatto un paese agricolo, industrialmente immaturo, con welfare tutto da costruire a diventare, nel giro di qualche decennio, una tra le prime cinque o sei potenze economiche? Eppure, dopo le turbolenze finanziarie degli anni Novanta, quando il ciclo economico mondiale riparte, l’Italia non regge il passo. Il paese non ha colto le opportunità che sarebbero derivate da una più equa redistribuzione della ricchezza. «Capire questo nodo problematico, significa – spiega lo storico Silvio Pons, in apertura dei lavori della prima giornata – capire la vicenda italiana nel contesto di quella globale. Negli anni Novanta si ridefinisce il rapporto tra Stato, mercato e lavoro; quest’ultimo perde forza contrattuale e centralità. Il welfare e la sanità sono i settori più investiti dal ridimensionamento. Si ferma la costruzione di un sistema sociosanitario alla pari con i paesi europei avanzati. Tuttavia, per capire gli anni Novanta bisogna fare un passo indietro al decennio precedente – afferma Pons –. L’eredità degli anni Ottanta è fondamentale: svalutazione della lira, alta inflazione e alto debito pubblico, bassa produttività, la crisi delle grandi imprese e la loro mancata internazionalizzazione, le distorsioni di un welfare insufficiente e indirizzato prevalentemente alle categorie sociali “garantite”.

«Quali sono le ragioni dell’accumulo del debito pubblico negli anni Ottanta? – si interroga Roberto Ventresca dell’Università di Firenze –. Non è la spesa pubblica, perché era inferiore alla media europea e non era fuori controllo. Il debito è dovuto al ritardo con cui l’Italia costruisce lo stato sociale e alla pressione fiscale inadeguata. Non abbiamo speso troppo, abbiamo avuto una pressione fiscale inferiore alle necessità e una tendenza forte alla elusione e alla evasione da parte delle imprese. Il debito pubblico è stato funzionale ai profitti privati, alle imprese e alla loro dirigenza. Nel 1992, l’uso che il governo italiano ha fatto del debito pubblico va in crisi. La lira si svaluta del 30 per cento. Il governo prova a rendere l’Italia un paese normale e il presidente del consiglio Amato – prosegue Ventresca – impone la svolta rigorista: riforma pensionistica, riduzione delle spese, privatizzazioni che riducono il debito solo del 12 per cento e come contro partita contraggono radicalmente gli investimenti pubblici. Nel 1993, l’accordo sulla “politica dei redditi” – conclude il docente dell’Università di Firenze – abolisce la scala mobile; collega gli aumenti salariali alla inflazione programmata e non a quella reale; impone una stagione di moderazione salariale. Si interrompe il percorso di convergenza con altri paesi europei iniziato nel dopoguerra. L’impresa italiana emerge in tutta la sua debolezza: concentrata sulla rendita e incapace di fare investimenti di prospettiva».

Negli anni Settanta il “lavoro” aveva cercato di essere protagonista, conquistare diritti e forza politica. Venti anni dopo viene ricondotto a essere subordinato alle regioni economiche. Si ritorna all’ordine. «Nel discorso pubblico, afferma Manfredi Alberti, dell’Università di Palermo, il mercato riconquista il primato. L’abolizione della scala mobile e la flessibilità introdotta con il pacchetto Treu (che prende forma con il governo Prodi) rendono il lavoro una “variabile dipendente”. Il passo fino alla legge Biagi del 2003 con la galassia dei lavori atipici è breve. La precarietà ostacola la forza contrattuale della classe lavoratrice e i salari sono stagnanti dalla stagione degli anni Settanta. Le liberalizzazioni non producono come dichiarato dal governo Amato aumento della occupazione. Alla “moderazione salariale” non seguono i promessi investimenti». In altre parole, si cerca la partecipazione delle parti sociali alla stabilizzazione economica e si ottiene la moderazione salariale e la diminuzione della forza contrattuale del sindacato.

Chiara Giorgi, dell’Università La Sapienza di Roma, concentra il suo intervento sulle politiche sociali e della salute. Negli anni Novanta inizia la narrazione in termini di costi economici. «I livelli di assistenza passano dall’essere diritti costituzionali garantiti a essere soppesati come obiettivi economici (riforma De Lorenzo). Le risorse – afferma Giorgi – vengono spostate verso il settore privato e cresce il ritardo nell’attuazione delle riforme sociosanitarie. In quegli anni, si istituzionalizzano gli attori privati nell’offerta sanitaria pubblica. Le nuove Aziende sanitarie locali, la trasformazione in senso manageriale della dirigenza, la regionalizzazione della sanità determinano cambiamenti profondi nella struttura del sistema sanitario nazionale.

Bruno Settis, dell’Università di Pavia, legge la storia del paese attraverso una azienda simbolo dell’industria italiana: la Fiat. Nel 1989, dopo l’allontanamento di Vittorio Ghidella dalla impresa produttrice di auto, il nuovo amministratore delegato, Cesare Romiti prende la strada della “qualità totale”. «La moda del toyotismo, arriva in Italia, spiega Settis, attraverso la mediazione dell’industria statunitense. I principi della manifattura snella si sostanziano nella fluidità del processo produttivo e nel ruolo marginale del sindacato. Una frase di Romiti “Il profitto è la qualità di essere creativi” sintetizza meglio di tante riflessioni il nuovo corso in casa Fiat».

Il 20 febbraio il convegno Italia 90, viene ospitato dal sindacato dei pensionati della Cgil nel centro congressi Frentani. Tania Scacchetti, segretaria dello Spi Cgil, rivendica il valore del duraturo rapporto tra il sindacato e il mondo accademico. «Questo convegno è il frutto di una collaborazione che dura da di tempo e può mettere insieme anche generazioni diverse in una fase particolarmente complessa della vita democratica e culturale del nostro paese». Gli anni Novanta, ricorda la sindacalista, segnano un passaggio cruciale, «è cominciata la crisi della rappresentanza collettiva e della capacità del sindacato di incidere e trasformare la società. La crisi di potere contrattuale di quel decennio era legata a condizioni di trasformazione oggettiva, che avevano mutato il contesto in cui il sindacato aveva conosciuto la sua stagione più forte negli anni Settanta». La segretaria dello Spi Cgil ricorda come il sindacato sia stato grande in epoche in cui il conflitto capitale-lavoro era un conflitto ben identificato, in cui i lavoratori si riconoscevano come una sola classe. L’epoca della grande industria fordista, della politicizzazione diffusa, di «un’idea di partecipazione alle scelte collettive del paese, vissuta con senso di responsabilità dalle generazioni nate nel dopoguerra». Nei decenni successivi le trasformazioni economiche e sociali e «la globalizzazione hanno favorito l’aumento delle polarizzazioni e delle disuguaglianze». A questo si aggiunge oggi «un balzo tecnologico che ha trasformato le relazioni industriali, ma anche i modi della conoscenza, i legami umani e quelli sociali». In questo scenario, – conclude la leader dello Spi Cgil – è cresciuta «una generazione di sindacalisti che ha operato in continua rincorsa di nuove prospettive e di nuovi avanzamenti di diritti». Da qui il senso del convegno Italia 90 «per rileggere quel decennio, le sue trasformazioni economiche, sociali, politiche, culturali per comprendere il presente; per comprendere il mondo attuale, in cui la rappresentanza è meno basata di tempo su vincoli ideologici e deve reinventarsi per ridurre le diseguaglianze». Infine, Tania Scacchetti si impegna a dare continuità al confronto con il mondo dell’università «intendiamo realizzare gli atti dei lavori di queste due giornate e metterli a disposizione anche della generazione più anziana che il sindacato dei pensionati rappresenta, una generazione che vuole mettere la sua esperienza di vita e professionale a disposizione della collettività».

Gli anni Novanta furono significativi anche per le forme culturali inedite e per la rivoluzione tecnologica. Gli interventi successivi allargano la riflessione al ruolo dei programmi televisivi di massa; alla controcultura underground; all’autoproduzione discografica; alle politiche di genere; ai diversi femminismi; all’emergenza Hiv/Aids; alla diffusione della dipendenza da sostanze; all’avvento di Internet e delle tecnologie digitali. Non poteva mancare l’approfondimento sulle trasformazioni sociali: la crescita dell’immigrazione, i movimenti antimafia e la nascita dell’associazione Libera, fondata da Don Ciotti; la questione delle aree interne, dello sviluppo locale e dell’ambientalismo.

Francescopaolo Palaia, storico dello Spi Cgil rievoca il caso emblematico del sindacato dei metalmeccanici della Cgil, la Fiom Cgil, in un intervento intitolato La nuova Fiom. La sfida al neoliberismo tra movimento, indipendenza e confederalità. Palaia inizia la sua riflessione dal 1994, data di elezione Claudio Sabattini a segretario nazionale della Fiom Cgil. «Autonomia e conflitto sociale sono le sue parole d’ordine». Una parte della sinistra italiana, ricorda Palaia, si era alleata con quella sinistra europea (il cui alfiere è Tony Blair) per la quale il lavoro è escluso dall’agenda politica. «In quegli anni, un capitalismo sempre più radicale si colloca a destra dello schieramento politico e questa deriva contribuisce a determinare la crisi della democrazia a vantaggio dei partiti populisti e neoliberisti».