«Mi sforzo di far interagire l’essere donna, sopravvissuta alla Shoah, cittadina italiana
nelle attività derivanti dalla mia nuova funzione pubblica». In questo articolo scritto appositamente per il nostro giornale in occasione della giornata dell’8 marzo, Liliana Segre
ricorda anche la lezione di Primo Levi. Per non smarrire il senso della storia è necessario
integrare istruzione, formazione, centri di ricerca, mezzi di comunicazione, famiglie, società. Pubblichiamo un estratto che si può leggere interamente sulla nostra rivista.

Un’occasione per riflettere. La ricorrenza dell’8 marzo è certo un’occasione per riflettere sul ruolo delle donne nella nostra società, sui problemi, a volte i drammi, ma anche le speranze e le cose da fare. Da quando, del tutto inaspettatamente, sono stata nominata senatrice a vita dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, mi sono sempre sforzata di far interagire le mie qualità di donna, di sopravvissuta alla Shoah, di cittadina italiana in qualsiasi attività che la mia nuova funzione comporta.

Il punto di vista femminile ha una sua specificità e autonomia ed è un bene prezioso, perché arricchisce la nostra società, la sua immagine, il suo profilo, l’insieme delle possibilità e delle alternative. Nel lavoro sulla memoria e sulla scuola di questi due
anni mi sono sforzata appunto di tenere insieme questi diversi approcci: testimoniale, femminile, civile. Le donne e la Shoah. Vorrei condividere con voi alcune
riflessioni proprio sul tema della “memoria”.

Intanto ricordare che ci fu una specifica componente femminile della Shoah. Ci furono addirittura campi di sterminio riservati esclusivamente alle donne e comunque
speciali aree riservate anche negli altri campi. Le condizioni erano però le stesse: schiavitù, violenza, morte, forni crematori. Resistere in quelle condizioni era impresa disperata. Ove possibile si tentarono gruppi di mutua assistenza fra donne, per cercare di condividere
almeno informazioni, cibo, medicamenti, vestiti. Soltanto di rado furono possibili
episodi eroici e disperati di resistenza armata o tentativi di fuga. Molte donne ne furono comunque coraggiose protagoniste.

La dignità negata. A gennaio sono stata invitata a tenere un discorso al Parlamento europeo, a Bruxelles. Ho ricordato la “marcia della morte” alla quale da gennaio 1945 fummo costretti a migliaia da Auschwitz, verso ovest, verso la Germania. Fu fatta apposta
per sterminare per stenti e sfinimento quanti più prigionieri possibili. Mi è capitato di dire davanti al Parlamento europeo: «Eravamo giovani, ma sembravamo vecchie, senza sesso, senza età, senza seno, senza mestruazioni, senza mutande. Non si deve aver paura di queste parole perché è così che si toglie la dignità a una donna».

Questo il senso del mio impegno: come donna, come sopravvissuta, come parlamentare. A tale proposito credo ci sia qualche altra riflessione da fare. Testimonianza, storia e memoria. In prima istanza è opportuno distinguere testimonianza, storia e memoria. La testimonianza, personale o collettiva, orale o scritta, è certamente più puntuale
e legata all’esperienza in prima persona; la storia è invece ricostruzione di fatti
e vicende analizzati in prospettiva, nel tempo lungo, nelle loro cause e implicazioni.

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