Il mondo in tasca: i racconti del Premio LiberEtà 2015

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I “diari” dei tre finalisti di quest’anno, storie vere che raccontano diverse visioni del mondo e della vita, per la prima volta sono stati raccolti in un unico volume dal titolo “Il mondo in tasca”, pubblicato proprio in occasione della premiazione, svoltasi durante le tre giornate della XXI Festa nazionale di LiberEtà.

Il libro dei racconti del Premio LiberEtà 2015
Tre narrazioni brevi, ma parimenti autentiche; eppure, gli scenari che ne costituiscono lo sfondo non potrebbero essere più diversi e lontani, nel tempo e nello spazio. Quanto dista una capanna fra i boschi della Sila greca da una tenda nel deserto del Saharawi? E cosa accomuna l’una e l’altra ai reticolati di una trincea scavata un secolo fa per combattere una guerra feroce (l’«inutile strage» la definì il pontefice del tempo) nel cuore dell’Europa della Belle époque? Difficile rispondere. Eppure, nessuna di queste situazioni ci è estranea. Forse le storie dei tre finalisti del premio LiberEtà 2015 riusciranno a spiegare che la memoria è, per ciascuno di noi, non soltanto un viaggio a ritroso nelle proprie esperienze di vita, bensì gli occhi per guardare al mondo con la volontà di comprenderlo in tutte le sue contraddizioni, anche leggendo le tracce lasciate da altri. Ciascuno ha una capanna in cui rifugiarsi con i propri affetti; nessuno può illudersi di bastare a se stesso; tutti sanno cosa siano sofferenza e smarrimento. Entro questo spazio si svolge la vita; ogni vita.

Abitare il mondo. Paola Maccioni ci racconta alcune esperienze, apparentemente minime, connesse al proprio impegno di cooperante internazionale. Come si rintracciano i tizzoni di carbone sotto la sabbia del deserto per farsi il tè; come s’indossa la melfa; come si vive in una tenda in un giorno di vento; come ci si scambia affetto e simpatia fra donne in un villaggio tamil. Esperienze reali; narrate con rispetto e umiltà, senza trarne solenni conclusioni geopolitiche. Anche in ciò si manifesta l’identità femminile dell’autrice. Dopo aver letto queste affascinanti pagine, non si sfugge al pensiero di avere imparato cose importanti su questo nostro mondo, a un tempo così piccolo e così grande. Ci appaiono meno inspiegabili le notizie drammatiche che ci colpiscono ormai quotidianamente, lasciandoci attoniti: quelle migliaia di disperati che solcano il Mediterraneo lasciandovi spesso la vita; la ferocia di cui sono vittime, per lo più invisibili, sempre i più indifesi…

Una pallottola vicino al cuore. Molti hanno affermato e scritto che due drammatici fenomeni concorsero, più di altri, a gettare i semi dell’unità nazionale italiana: l’emigrazione di massa (non solo dal Sud) e la prima guerra mondiale. Forse l’analisi storiografica meriterebbe maggiore approfondimento, ma c’è del vero. E il breve racconto di Eugenio Vittorio Donise, che segue le orme del nonno (una scatola di latta, una fotografia, un cent ammaccato), ne è un esempio lampante. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, dai borghi del Sannio o dell’Irpinia (ma anche del Veneto e del Friuli) si emigrava per fame; senza conoscere le lingue né le rotte né i porti di approdo. Si finiva a posare traversine di una ferrovia a Pittsburgh per un treno su cui non si sarebbe mai saliti. Poi, ecco la cartolina precetto dall’Italia che ti scaraventava in luoghi altrettanto sconosciuti (da Maddaloni alle trincee del Carso), a combattere una guerra di cui non si sapeva il perché né per chi né contro chi. Così si faceva amicizia con quello che ti stava a fianco – fosse pure il ladro che ti aveva derubato – e forse sareste stati feriti dallo stesso colpo di mortaio. Così, si cominciava a condividere un destino.

Pane e castagne. Non c’è solo nostalgia nelle pagine scritte da Barbara Ferraro. Lei non ci dice se il suo itinerario della memoria sia compiuto sulla scorta di narrazioni, direttamente o indirettamente, a lei giunte da nonna Carmela. Ma non è importante. Ciò che vale è l’intensità e l’autenticità del racconto. Le capanne costruite in mezzo ai boschi della Sila, in cui soggiornavano stagionalmente le famiglie dei raccoglitori di castagne, non appartengono a un passato mitico di qualche zona marginale della nostra Italia. Più di un nonno potrebbe raccontare a una classe di ragazzi – come non di rado succede – esperienze personali analoghe, la vita e i giochi della sua infanzia. Ma ciò che rende affascinanti queste pagine è che a pensarle e raccontarle in modo così vivido sia stata una nipote; in questo caso la memoria è davvero un filo che non si è spezzato.