Ieri non eravamo eroi e oggi non siamo untori

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Il viaggio per incontrare gli infermieri impegnati nei reparti Covid fa tappa nel pronto soccorso dell’ospedale di Empoli. Qui lavora Sabrina Leto, che è rappresentante sindacale della Cgil della Usl Toscana Centro: “Stiamo vivendo una situazione di stress e fatica. Arrivano pazienti contagiati da casa: quelli che a giudizio dei medici devono essere ricoverati. Ma anche i positivi che ancora non sanno di esserlo vengono qui per altre emergenze e dopo il tampone si scoprono positivi”. Ma c’è anche chi arriva con la febbre: non sapendo chi chiamare o non trovando risposte sul territorio, si presenta direttamente al pronto soccorso.

“E poi ci sono i pazienti che arrivano dalle rsa, tanti”. Sabrina spiega che il personale della Asl dentro le rsa è entrato per monitorare e dare assistenza medica adeguata. “Ma non sempre si riesce a far fronte a tutto”. Anche perché a volte questi pazienti peggiorano di notte, quando il personale della Asl è ridotto. “E allora si chiama il 118, e arrivano da noi”. Si tratta di persone anziane che spesso non riescono nemmeno a tenere il telefono in mano per poter chiamare i propri parenti. “Quando arrivano qui stanno molto male. E noi non possiamo offrire quella vicinanza che il nostro lavoro ci imporrebbe. Per noi è un dolore enorme, è come un fallimento della nostra professione”.

La sofferenza per la mancanza di un vero rapporto con i pazienti è tanta: “Non possiamo stare accanto al letto, o dire una battuta, fare una carezza, alzarli, spostarli, farli socializzare. E questo è terribile”. E si aggiunge alla disperazione dei familiari: “Una volta una nipote cercava di parlare con il nonno. Piangeva al telefono. Ma non potevamo passarglielo perché stava molto male. La ricordo ancora quella telefonata”.

Sabrina conosce da vicino la solitudine degli anziani malati di Covid, e non solo di quelli. È forse per questo che il tema delle residenze per anziani la tocca: “In luoghi in cui le persone anziane e deboli dovrebbero essere protette, invece si incontra il virus. È crudele”. Negli ultimi vent’anni è cambiato il modo di gestire il rapporto con gli anziani e le persone non autosufficienti, “complici anche le nostre vite più complicate, stressanti e veloci. Ho cinquant’anni e ricordo quando gli anziani venivano tenuti in casa. Non solo i ritmi di vita e di lavoro dei parenti erano meno frenetici. Ma anche le famiglie erano più grandi, c’erano più figli, si viveva insieme a più persone. Era quindi più semplice assistere persone deboli, anziane o non autosufficienti”. Quello di Sabrina non è un giudizio. Ma un’analisi lucida di ciò che è accaduto negli ultimi decenni.

Il pronto soccorso è un via vai continuo. Manca il personale. Mancava anche prima del Covid: “Durante la prima ondata c’è stata l’assunzione di operatori sociosanitari, infermieri e medici. Ma poi le graduatorie si sono esaurite. Non ci sono più infermieri disponibili”.

A spiegare come stanno le cose è Giancarlo Go, responsabile nazionale delle professioni infermieristiche per la Funzione pubblica Cgil: “Bisognerebbe fare nuove assunzioni, in tutte le regioni. Invece abbiamo avuto risposte parziali, insufficienti. E ora in alcuni casi si cerca di sostituire la figura degli infermieri con altri profili senza adeguata formazione. È rischioso per loro e si corre il pericolo di generare soltanto caos”. Non è cosa da poco considerato che in un’azienda sanitaria la forza lavoro è composta in media per il cinquanta per cento proprio da infermieri.

Ma il problema è anche di spazi: “Il pronto soccorso è studiato per un numero limitato di pazienti. Ora siamo in emergenza e più difficile diventa la gestione dei pazienti non Covid”. Tra l’altro, i contagiati restano ricoverati per lunghissimo tempo: “Anche quando stanno finalmente bene, devono restare in reparto perché sono ancora positivi. Ma così non abbiamo letti per le urgenze. Invece si potrebbe pensare a luoghi a lunga degenza per poter permettere a chi è in ripresa di completare il recupero fuori dalle strutture ospedaliere”.

Altro capitolo: la formazione del personale. “Non c’è tempo per formare i neoassunti. E così in tanti si ritrovano nel mezzo dell’emergenza senza sapere bene cosa fare”, spiega Sabrina. E Giancarlo Go aggiunge: “Se occorrono infermieri nelle rianimazioni, occorre il tempo per formarli. Se fossero stati assunti a luglio, il tempo ci sarebbe stato. Le tecnologie e le apparecchiature delle rianimazioni sono complesse, non si può improvvisare”.

Nonostante le procedure e le cautele, anche gli infermieri si ammalano. “È un grande problema perché non c’è ricambio. Se ci ammaliamo, il personale si riduce, non ci sono le sostituzioni. Lavoriamo a ciclo continuo senza riposi settimanali. Siamo stanchi, tanto stanchi, soprattutto psicologicamente. Ci hanno chiamati eroi, invece siamo deboli. Siamo fragili anche noi”, racconta Sabrina. “Si poteva fare qualcosa prima. E poi ci sono i negazionisti, che se la prendono anche con gli operatori sanitari. È come se la gente avesse smesso di credere al virus. Non credono più in ciò che sta accadendo dentro gli ospedali”.

Per Sabrina e i suoi colleghi la vita è cambiata: “Io e il mio compagno dormiamo separati. Cerchiamo di stare attenti. Non è una quotidianità normale. Ed è triste vedere la diffidenza crescente nei nostri confronti. La gente ci percepisce come possibili untori. Non è bello e ci fa sentire più soli”.