I disagiati del lavoro

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Oltre nove milioni di cittadini italiani hanno problemi rilevanti con il lavoro. I risultati di una ricerca della fondazione Di Vittorio sull’area del disagio lavorativo sono allarmanti. Troppa precarietà, troppi impieghi poveri, troppi ostacoli nella ricerca di un’occupazione

Marica, 39 anni, è separata, ha due ragazzini di 11 e 14 anni da crescere, lavora in un’azienda farmaceutica di Catania. È un’interinale, cioè una lavoratrice in affitto. Un contratto ce l’ha, ma con l’agenzia che la presta a una multinazionale del farmaco. Stesso stipendio, stesse mansioni dei dipendenti diretti, ma non gli stessi diritti. «Quando non avranno più bisogno di me mi manderanno via» dice Marica. «Dura finché dura. E al dopo non ci voglio pensare».

Annamaria vive a Ivrea, ha cinquant’anni e quattro figli. Lavora per trentatré euro a notte per quattro notti a settimana. Ogni sera esce da casa alle nove e guida per cinquanta chilometri per raggiungere Torino. Durante il tragitto un messaggio sul telefono le indica la stazione in cui dovrà iniziare il turno di lavoro: sanificare le banchine e le carrozze dei treni. «Con gli assegni familiari e 150 euro di indennità per il lavoro notturno, la mia busta paga arriva a mille euro al mese». Ma da qualche mese, i conti in casa di Annamaria non tornano più. L’aumento del costo della benzina e delle bollette dell’elettricità e del gas si mangiano quasi metà dello stipendio. Le converrebbe restarsene a casa, prendere il reddito di cittadinanza e il bonus energia, e aspettare che il mondo vada a ramengo.

Una scena del film di Emmanuel Carrère Tra due mondi, con Juliette Binoche

Milioni di storie così. Quelle di Marica e Annamaria sono (apparentemente) delle piccole storie. I giornali le usano per riempire le pagine in occasione del 1° maggio, poi se le dimenticano. Succede così pure ai partiti politici. Ma quante ce ne sono di storie come questa? Di chi, guardandosi allo specchio, riflette un mondo fatto di non lavoro, di impieghi sottopagati, precari, poco qualificati. Da Torino a Palermo se ne contano più di nove milioni, secondo quanto emerge da una ricerca della fondazione Di Vittorio. Appartengono a lavoratori e lavoratrici vittime della precarietà, del lavoro povero, del caro bollette, dei diritti negati e delle pessime condizioni di vita.

Il boom del precariato. L’indagine circoscrive l’area, che chiama del “disagio occupazionale”, a tutti quei lavoratori che «vivono una condizione determinata dall’orizzonte temporale limitato del proprio rapporto di lavoro o dal numero di ore insufficiente rispetto alle necessità, o anche dalla sospensione dell’impiego, benché temporanea, causata dalla cassa integrazione o dall’intermittenza del lavoro».

In quest’area, che potremmo chiamare del lavoro precario, si contano 4.872.000 persone, il 21,7 per cento del totale degli occupati (23,2 milioni di persone nel luglio 2022). Spesso si tende a considerare questa realtà una sorta di calamità. Invece è un fenomeno strutturale nel capitalismo moderno. «I nostri dati – spiega infatti Fulvio Fammoni, presidente della fondazione Di Vittorio – dimostrano l’uso strumentale che si fa del precariato. Viene utilizzato come “locomotiva” durante le fasi di crescita e come “carrozza da sganciare” durante le fasi di difficoltà. È stato così con la crisi del 2009, con quella del 2014, e in modo enorme nel 2020 durante la pandemia. E oggi che la “locomotiva” riparte, il numero dei precari ha raggiunto il massimo di 3,2 milioni di persone».

(…)

L’ex ministro del Lavoro, Andrea Orlando, aveva censito commissionando una ricerca a esperti di diversi campi. I risultati furono eclatanti. Risultò che i lavoratori poveri – cioè tutti coloro che guadagnavano meno di dodicimila euro l’anno – erano circa un quarto degli occupati. Ripartire dal basso. I dati dovrebbero farci riflettere. Ci sono troppa precarietà, troppo lavoro povero, troppe barriere verso un’occupazione di qualità. Tutte le ricerche testimoniano come la situazione del lavoro in Italia sia molto difficile. E non c’è un partito che se ne faccia carico per davvero. Questo mondo non ha più una rappresentanza politica come quando fu scritta la Costituzione. E questo è un grande problema sociale oltre che per la democrazia. Da qui bisognerebbe ripartire.

(trovate l’inchiesta integrale sul numero di LiberEtà di novembre)