Gian Maria Volonté, a 22 anni dalla morte

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Il 6 dicembre 1994 ci lasciava Gian Maria Volonté, non solo il volto principale del cinema di impegno civile tra gli anni Sessanta e Settanta, ma anche, più semplicemente, uno dei più grandi attori della storia del cinema italiano. Se il senso comune preferisce ricordare i comunque bravissimi Sordi, Manfredi, Tognazzi, Mastroianni e Gassman come i nomi principali della nostra cinematografia (e qui si escludono altri interpreti eccellenti), isolandoli in una specie di Olimpo, è soprattutto per la loro frequentazione con il popolarissimo genere della commedia (in particolare i primi tre): ma chi ricorda le loro prove più complesse e difficili? Chi ricorda Tognazzi e Mastroianni al lavoro con Marco Ferreri (un altro dimenticato) o Bertolucci o Fellini? Chi ha negli occhi il Sordi dei Vitelloni o dello Sceicco bianco? O il Gassman diretto da Robert Altman o da Alain Resnais? Non che nei film più popolari regalassero prestazioni di basso livello (né si parla di film brutti), ma forse il successo di massa pretende l’oblio delle esibizioni meno convenzionali, peccato.

E per tornare in tema, chi si ricorda di Gian Maria Volonté? Fatta eccezione per il Volonté più “borghese”, si intende; quello che dice a Clint Eastwood che «quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile, quello con la pistola è un uomo morto» (e la voce non è nemmeno la sua, perché in Per un pugno di dollari è doppiato da Nando Gazzolo). Il Volonté più intenso e sincero, passato alla storia e dimenticato dai più, viene fuori lentamente, quando ormai si è fatto conoscere sulla piazza, quando stringe sodalizi fondamentali per la sua carriera (su tutti con Elio Petri e Francesco Rosi) e può finalmente dedicarsi al cinema in cui crede: in cui l’impegno civile, il bisogno di denuncia, la lotta contro gli aspetti più disastrati della società e il sogno in un mondo diverso vengono impreziositi da una grande qualità realizzativa. Un attore lontano da ogni forma di condiscendenza o di omologazione culturale. “Un attore contro”, come lo si definisce nel titolo di un bellissimo documentario del 2005 dedicato alla sua vita (Un attore contro – Gian Maria Volonté di Ferruccio Marotti, reperibile in rete). Un attore dichiaratamente comunista ma mai asservito ad alcuna logica di partito (è permesso parlare di comunismo? Forse no, e di certo le scelte politiche di questo personaggio hanno contribuito alla sua rimozione).

Gian Maria Volonté nasce a Milano il 9 aprile 1933. Trascorre un’infanzia agitata a causa dell’indigenza familiare e dell’assenza del padre (fascista morto durante la guerra), abbandona presto la scuola e a sedici anni lavora come impiegato presso una compagnia teatrale. Qui scatta l’amore per la recitazione. Superati i venti anni inizierà a frequentare l’Accademia nazionale di Arte drammatica a Roma e ad ottenere i primi successi. A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta accumula esperienza lavorando sia a teatro sia in alcuni sceneggiati televisivi (tra cui L’idiota e Caravaggio), e nel 1960 arriva il battesimo cinematografico con Sotto dieci bandiere di Duilio Coletti. È un periodo di gavetta, in cui si alternano ruoli marginali (anche in pellicole di rilievo come La ragazza con la valigia di Valerio Zurlini e Le quattro giornate di Napoli di Nanni Loy) ad altri più significativi sotto la direzione di registi esordienti (il già ricordato Per un pugno di dollari a cui seguirà Per qualche dollaro in più, entrambi di Sergio Leone; ma anche il primo film dei fratelli Taviani – in collaborazione con Valentino Orsini –, Un uomo da bruciare, che dà inizio, in un certo senso, alla stagione del cinema di impegno raccontando una storia ispirata alla figura del sindacalista siciliano Salvatore Carnevale, ucciso dalla mafia). In questo periodo la necessità è di farsi notare, di emergere nel panorama italiano in attesa di potersi dedicare a ruoli più vicini ai suoi interessi. Peraltro, nel 1966, partecipa a una delle poche commedie presenti nella sua filmografia, certamente la più nota: L’armata Brancaleone di Mario Monicelli (la commedia è forse l’unico genere in cui non si è particolarmente distinto, più per disinteresse che per scarsa qualità).

L’anno successivo avviene la svolta: è protagonista di A ciascuno il suo di Elio Petri, tratto dall’omonimo romanzo di Sciascia. Volonté si cala perfettamente nella parte del professor Laurana, improvvisatosi investigatore per far luce su un delitto all’insegna dell’omertà e dell’interesse personale. È l’apertura verso un cinema di forte impatto, che prende di petto alcune inquietante situazioni proprie dell’Italia di quegli anni (e non solo). La seconda collaborazione con Petri è ancora più memorabile: in un’atmosfera ai limiti del surrealismo, dove dominano nervosismo e tensione, Volonté interpreta un poliziotto assassino, ma intoccabile, nel capolavoro Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. La denuncia nei confronti di uno stato che, in nome dell’ordine, rende praticamente superiori alla legge i suoi funzionari passa per una rappresentazione deformata, dove i conflitti psicologici si legano a una grottesca dimensione di assurdità, con il poliziotto completamente assorbito in un sistema di cui non si riesce a comprendere il senso (non a caso, alla fine compare una citazione di Kafka). Alcune delle sequenze di questo film (che vinse un premio Oscar e fu premiato a Cannes nel 1970) sono passate alla storia soprattutto grazie al contributo sopra le righe offerto da Volonté.

Intorno a quel periodo gira altri film che vale la pena ricordare, come Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo, Sotto il segno dello scorpione dei fratelli Taviani, Uomini contro di Francesco Rosi (con cui lavorerà altre volte) e la curiosa trasferta in Francia per I senza nome, penultimo film di Jean-Pierre Melville (considerato, in maniera molto riduttiva, uno dei grandi “maestri del noir”).

Il 1972 rappresenta l’apice della carriera di Volonté e del cinema politico: al Festival di Cannes, la Palma d’oro è assegnata ex aequo a La classe operaia va in Paradiso di Petri e al Caso Mattei di Rosi. In entrambi il protagonista è lui. Nel primo è un nevrotico operaio lombardo, schiavo della macchina su cui lavora, che, più per disperazione che altro, da lavoratore modello, “coccolato” dai padroni, diventa membro di un gruppo rivoluzionario di estrema sinistra. Nel secondo veste i panni più sobri ed eleganti di Enrico Mattei, di cui studia ogni minimo dettaglio per immedesimarsi nel personaggio. Dal dialetto del nord alle pregevoli capacità oratorie di un uomo d’affari, dalle espressioni folli mangiate dal nervosismo alla pacatezza di un individuo scomodo. Una versatilità ammirevole, un’aderenza ai propri ruoli che nasce da un atteggiamento perfezionista, da un modo di intendere l’attore non come mero strumento nelle mani del regista ma come individuo in grado di offrire un particolare contributo linguistico all’opera d’arte. Un metodo di lavoro fatto di costante applicazione. In due occasioni si troverà ad interpretare Aldo Moro: nella prima – quel “maledetto” Todo modo (1976), per molto tempo scomparso, che chiude il sodalizio con Petri – è un Moro non dichiarato, ma il riferimento è chiaramente lui, imitato com’è nei gesti, nella voce e nella maniera di esprimersi; nella seconda – Il caso Moro (1986) di Giuseppe Ferrara –, arrivò a chiudersi volutamente in una stanza per un mese per immedesimarsi nella situazione di imprigionamento di Moro (e nel frattempo ascoltava i discorsi del politico e osservava le sue fotografie). Un’adesione totale al personaggio.

Col finire degli anni Settanta, e con lo sgonfiarsi della spinta polemica di un certo tipo di cinema, Volonté si fa vedere di meno, ma la bontà delle sue interpretazioni non diminuisce. Nel 1983 ottiene un riconoscimento al Festival di Cannes, vincendo il Premio per l’interpretazione maschile con La morte di Mario Ricci. All’inizio del decennio Novanta partecipa a due film molto importanti: Porte aperte di Gianni Amelio e Una storia semplice di Emidio Greco; tutti e due tratti da Sciascia, uno scrittore che torna spesso nella sua carriera, e non è un caso.

Nel 1994 (annus horribilis) arriva un’offerta notevole: Theo Angelopoulos lo vuole nel suo Lo sguardo di Ulisse. Una produzione di grande valore artistico è l’ideale per un attore come lui, riconosciuto in tutto il mondo come uno straordinario professionista. Purtroppo, il 6 dicembre viene trovato morto, stroncato da un arresto cardiaco, proprio durante le riprese del film. Al suo posto viene chiamato Erland Josephson. Ci rimangono, come una specie di tesoro lasciato in eredità, alcune delle sequenze girate per Angelopoulos, ultimi lampi di un gigante della recitazione che aumentano il rimpianto su quanto avrebbe potuto ancora fare (in quel film e in altri).

La grandezza di Volonté non risiedeva soltanto in una straordinaria capacità di recitazione, in quella totale dedizione al ruolo e al film (del quale, come detto, si sentiva parte integrante) o nella grandissima versatilità mostrata in più di trent’anni di lavoro. Volonté, complici la sua formazione politica e il clima culturale che ha attraversato negli anni della maturità, credeva nella missione dell’arte, nella necessità e nella possibilità di contribuire alla creazione di una società più giusta. Una missione utopica, sicuramente mortificata dagli sviluppi storici, ma in fondo mai del tutto abbandonata. Ma forse, la cosa migliore è riportare direttamente una sua dichiarazione, quella che chiude il documentario di cui si parlava all’inizio e con cui vale la pena concludere questo modesto omaggio: «Noi speriamo in un mondo che riesca a migliorare la qualità della vita di tutti, l’ambiente, la possibilità di conoscere, la possibilità di comunicare, appunto, e di informare. E soprattutto la possibilità di eliminare tutto quello che è oggetto per distruggersi: il fatto di far scomparire le armi, le guerre, la pena capitale. Ecco io credo che già quello sarebbe un cambiamento enorme».