Dopo l’emergenza sanitaria ora rischiamo quella sociale

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In un sondaggio di un paio di giorni fa, Save the Children fotografava meglio di altri la bomba economica e sociale che il decreto “Rilancio” dovrà provare almeno in parte a disinnescare.

Per gli effetti della pandemia, quasi un genitore su sette, in condizioni economiche fragili, ha perso il lavoro. Più della metà temporaneamente. Quasi la metà delle famiglie con bambini tra otto e diciassette anni ha ridotto le spese alimentari e il consumo di carne e pesce.

La chiusura delle scuole ha privato i bambini del servizio mensa che permette di mangiare. Il 21,5 per cento delle famiglie non ha comprato medicinali. Una su cinque ha chiesto prestiti a familiari o amici, il 15,5 per cento ha chiesto aiuti alimentari. Con l’aumento della disoccupazione e della precarietà, l’esaurimento dei bonus per le partite Iva e delle casse integrazioni, e in attesa del «reddito di emergenza» che sarà istituito dal «decreto rilancio», la crisi economica rischia di avvitarsi in una crisi anche sociale. 

I dati di Save The Children si incrociano con quelli della produzione industriale, crollata di un terzo a febbraio: un dato mai registrato da quando esiste la rilevazione delle serie storiche che partono dal 1990. A marzo ha perso il 29,3 per cento. E ad aprile, mese di caduta totale di una parte della produzione, il dato potrebbe peggiorare.

Per un’economia come la nostra basata sulle esportazioni, l’impatto della crisi si sta rivelando devastante, molto di più rispetto a paesi come la Francia o la Germania. I primi dati sono già peggiori di quelli dell’ultima crisi nel 2008-2009, quella da cui l’Italia non si è mai più ripresa completamente.

Altro settore a rischio è il commercio, come ha messo in evidenza la protesta degli operatori di ieri a Piazza di Spagna. Secondo l’ufficio studi di Confcommercio, il rischio ora è quello di un’ondata di fallimenti. Oltre 270 mila imprese su 2,7 milioni, se le attività non dovessero essere riaperte completamente entro ottobre, potrebbero chiudere a causa dell’impossibilità di pagare i costi fissi: ambulanti, negozi di abbigliamento, alberghi, bar, ristoranti e imprese legate alle attività di intrattenimento e alla cura della persona. Anche in questo caso i dati potrebbero essere peggiori a causa della desertificazione della domanda.