A Torino è nata da poco una rete per la difesa dei diritti civili e l’autodeterminazione delle donne. Si chiama Più di 194 voci. C’è più di qualche buona ragione per pensare che l’esperimento possa diventare un modello per realtà analoghe sul resto del territorio nazionale. Soprattutto se le libertà civili continueranno a essere messe sotto attacco – in Piemonte come altrove – come sta accadendo sempre più di frequente.

Attacchi liberticidi
La regione sabauda non è la sola ad avere giunte di destra che cercano di colpire al cuore i diritti delle donne: consultori, legge 194, pillola abortiva. Ma non solo: allontanamenti familiari e omotransfobia. Sono molteplici i fronti sui quali la destra sferra attacchi continui. Lo fa innanzitutto attraverso le giunte regionali. Accade in Piemonte come nelle Marche e in Umbria. LiberEtà ne ha scritto raccontando di misure regressive su consultori e pillola abortiva. Ecco perché una rete composta da ben 44 associazioni costituisce un’esperienza importante della quale la politica non può non tener conto.

La rete
“Più di 194 voci è una rete transgenerazionale che ha l’obiettivo di difendere la laicità e di contribuire alla costruzione di un mondo più equilibrato e sostenibile”: così è scritto nel manifesto della rete.

A spiegarci come è nato tutto è Lucia Centillo, del coordinamento donne del sindacato dei pensionati della Cgil Torino, tra i soggetti promotori della rete. La Cgil tutta e lo Spi hanno giocato un ruolo importante nella costituzione della rete, fungendo anche un po’ da punto di raccordo e di sintesi. Ed è significativo che a raccontare a LiberEtà questa bella esperienza sia un’attivista dello Spi perché importante più che mai, per la difesa del diritti delle donne, è il dialogo tra chi di lotte ne ha già fatte tante e chi è più giovane.

“Tutto nasce a Torino, poi pian piano l’esperienza si è estesa a tutta la Regione. E nonostante la pandemia e il momento difficile, quando l’assessore agli Affari legali Maurizio Marrone ha sferrato un duro attacco ai consultori, ci siamo compattate e abbiamo organizzato numerose piazze, reali e virtuali”, dice Centillo. L’ultima è quella del 17 aprile.

Il casus belli è rappresentato dal tentativo di rendere inapplicabile le indicazioni del ministro Speranza che stabilivano che durante la pandemia si potesse far ricorso alla pillola abortiva in day hospital o in consultorio anziché con ricovero in ospedale di tre giorni. “Abbiamo iniziato a protestare a settembre e l’abbiamo spuntata”, racconta Centillo. Ma poi Marrone è tornato alla carica, pubblicando un bando che consente alle associazioni antiabortiste di entrare nei consultori. “Ora verranno valutate le domande presentate. Noi ci mobiliteremo e ci auguriamo che anche il personale dei consultori si ribelli”, prosegue.


Difendersi e avanzare proposte
“L’idea è quella di agire come un’unica voce, per poter contrastare in modo più efficace le misure liberticide che questa giunta regionale, come pure altre in Italia, stanno cercando di applicare”, dice Centillo. “Ma il nostro obiettivo non è soltanto quello di rispondere a una pericolosa linea di tendenza sempre più marcata. Vogliamo anche fare proposte concrete perché non si può continuare a pensare che la maternità sia legata al numero di aborti. La maternità è legata al sistema sociale e in Italia le donne hanno bisogno di servizi, di asili nido e di posti di lavoro”.

Che la partita non si giochi tutta soltanto in difesa lo dice chiaramente Elena Petrosino, segretaria della Camera del lavoro di Torino che si occupa di politiche di genere. “Parlare di libertà civili vuol dire anche parlare di occupazione, di diritti del lavoro, di investimenti. Già, perché se nei consultori ci fosse l’organico sufficiente, se funzionassero a pieno regime, se venisse fatta la formazione adeguata, non ci sarebbe nemmeno la possibilità per le associazioni antiabortiste di farvi capolino”.
Applicare la 194 vuol dire fare investimenti. “Vuol dire assumere personale, vuol dire avere le professionalità giuste. Vuol dire difendere e tutelare il welfare universale”, aggiunge Petrosino.


Generazioni a confronto

A Torino il terreno è fertile. “Questa è una città straordinaria in termini di senso civico. E questo senso civico è anche molto intergenerazionale e intersezionale e i diritti civili sono ben presenti nel dibattito pubblico. Ogni volta che c’è stata sul piano nazionale o locale un tentativo di attacco, il mondo femminile e femminista e Lgbt+ si è sempre mobilitato molto. E quando si chiama la piazza, la cittadinanza risponde”, prosegue Petrosino, che sottolinea anche il carattere intergenerazionale della rete.

“La nostra rete si compone di tante generazioni. Ci sono anche giovani e giovanissime, ventenni o poco più, che hanno molto a cuore il tema della cura declinata anche come cura del pianeta e come tutela dell’ambiente”. E questo è senz’altro uno dei punti di forza della rete. Ci sono tante giovani, c’è chi fa sindacato, ci sono le associazioni Lgbt+, ci sono le donne che hanno fatto la storia del movimento femminista. “Nella rete si sta realizzando uno scambio generazionale. C’è uno zoccolo duro, per militanza e competenze, ci sono le donne che hanno fatto la storia”. Sono le madri costituenti, potremmo chiamarle così, della 194. “Poi c’è un pezzo della mia generazione, di chi ha più o meno quarant’anni, e poi ci sono le ragazze più giovani che portano le istanze da millennials. E lo scambio sta funzionando. Tutti vogliono lavorare per la rete”.


Le madri costituenti della legge 194
Dello zoccolo duro fa parte Carla Quaglino, presidente della Casa delle donne, anima del movimento femminista torinese. “Noi siamo state protagoniste della legge 194. Oggi però non possiamo difenderla da sole. Servono giovani donne. Sono coloro che possono utilizzare la legge 194 a dover scendere in campo. Altrimenti la battaglia non si può fare”. E in tante sono scese, sia per far parte della rete, sia per manifestare. Per difendere i consultori, il 17 aprile le associazioni di Più di 194 voci hanno organizzato insieme alle donne di Non una di meno una manifestazione, tutte unite dal comune obiettivo di rispondere agli attacchi della giunta regionale.


Gli attacchi alle donne e alle famiglie
“Nella rete abbiamo trovato una convergenza su alcune parole chiave. Parole chiave per andare contro le misure liberticide della giunta regionale, e a favore di azioni concrete”, ci tiene a specificare. “La paura di ciò che sta accadendo e di ciò che potrà accadere ci ha unito. È la prudenza sabauda”, dice scherzando. “Non bisogna sottovalutare che il Piemonte per la destra è un vero e proprio laboratorio di attuazione di alcune politiche sulla famiglia che prendono le mosse dal movimento di Verona. Bisogna alzare la guardia. Anche perché dietro l’angolo c’è la partita dell’allontanamento zero”, ricorda Quaglino.


Allontanamento zero e famiglie omogenitoriali

Di cosa si tratta? La giunta regionale vorrebbe far credere che azzerare gli allontanamenti dei minori dalle loro famiglie se queste si trovano in condizioni di disagio sociale ed economico sia una misura a favore dei più piccoli. Ma non è così. “Sta passando il concetto che il Piemonte sia peggio di Bibbiano. È ciò che vogliono far credere”, aggiunge Quaglino.

Ma la partita è più ampia e riguarda i diritti delle donne e delle famiglie a tutto campo. Lo spiega Sabina Usseglio, referente del Piemonte per Famiglie Arcobaleno: “Con la rete siamo partite dai consultori ma le lotte sono tante perché gli attacchi alle libertà individuali sono ripetuti e sempre più frequenti”.

Tra le priorità c’è la necessità di legiferare sulle famiglie omogenitoriali. “È necessario riconoscere il genitore sociale alla nascita. I problemi che possono sorgere quando c’è un solo genitore biologico sono moltissimi”, dice Usseglio. Pensiamo al caso di un ricovero del minore o pensiamo anche più semplicemente alla scuola. “Un genitore non riconosciuto non potrebbe nemmeno andare a prendere il proprio figlio a scuola. Per non parlare delle situazioni più gravi come le separazioni. Il genitore biologico potrebbe negare al genitore sociale il diritto di vedere il proprio figlio”. Per questo serve una legge nazionale, subito. “Come Famiglie Arcobaleno abbiamo lanciato una petizione e ci auguriamo che in tanti possano firmarla. E con lo stesso obiettivo scenderemo in piazza il 15 maggio in occasione della Festa delle famiglie”.
E poi c’è l’importante partita sulla legge Zan. Anche su questo fronte la rete torinese Più di 194 voci si darà da fare.

Vigilare e fare rete
Ecco perché la rete può avere un ruolo fondamentale per sollecitare le istituzioni e soprattutto per vigilare. “Una delle attività principali della rete è proprio quella di vigilanza del territorio. Ci scambiamo continuamente informazioni per monitorare le iniziative delle istituzioni locali per poter intervenire tempestivamente con la nostra iniziativa”, aggiunge Usseglio. La rete è importante, perché può avere un peso politico diverso anche come argine agli attacchi presenti e futuri.