Disuguaglianze, fisco, autonomie: perché la democrazia rischia

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Una riflessione ad ampio raggio nel corso del convegno dello Spi Cgil nazionale “La crisi della democrazia”. Molti gli ospiti, tra cui la parlamentare Maria Cecilia Guerra e il politologo Giorgio Galli

Utilizzare la parola “crisi” per intendere la “crisi della democrazia” può apparire quasi superfluo. La democrazia è perennemente in crisi se la intendiamo come trasformazione perpetua e aggiornamento delle pratiche democratiche. Ma la parola può anche implicare un’ “urgenza”. L’urgenza di intervenire per fermare quella che appare sempre di più come una torsione in grado di svuotare del tutto il sistema, fino a farlo diventare qualcosa che democrazia non è.

Era questo il tema del dibattito proposto oggi dallo Spi Cgil cui hanno preso parte la costituzionalista Chiara Bologna, il presidente dell’Ires Marche, Walter Cerfeda, il segretario nazionale della Cgil Christian Ferrari, il politologo Carlo Galli, la parlamentare Maria Cecilia Guerra, Andrea Morniroli, del Forum Disuguaglianze e Diversità e il segretario generale dello Spi Cgil Ivan Pedretti. Il dibattito è stato introdotto da una relazione del segretario nazionale dello Spi, Lorenzo Mazzoli.

L’idea era discutere in che modo le disuguaglianze ma anche le politiche messe in campo dal governo su fisco, presidenzialismo e autonomia differenziata stiano segnando un punto di non ritorno per la nostra democrazia, a cui bisogna opporsi con una visione allo stesso tempo “conflittuale” e “radicale”.

Attacco a welfare e lavoro

Per la parlamentare del Pd Maria Cecilia Guerra, welfare e lavoro “sono oggetto di un attacco subdolo e continuo, ravvisabile in più provvedimenti del governo: nel decreto del primo maggio con le restrizioni imposte al reddito di cittadinanza e con l’allargamento delle maglie nell’uso dei voucher”. Ma anche nella delega fiscale che può essere letta in una duplice chiave: “politica”, come ammiccamento verso un certo tipo di elettorato, e “di merito” perché priva di risorse pubbliche il welfare per gli strati più fragili della popolazione.

Perché crescono le disuguaglianze

Andrea Morniroli individua tre cause che producono una crescita delle disuguaglianze: le politiche pubbliche che hanno portato a un progressivo disinvestimento in settori cruciali come istruzione e sanità, aprendo la porta alla privatizzazione di questi settori; la perdita di importanza e centralità del lavoro, che è sempre più povero. Morniroli cita un dato: il 18 per cento dei percettori del reddito di cittadinanza erano lavoratori. Terzo elemento: il cambiamento della percezione comune, verso una criminalizzazione dei poveri e dei più fragili.

Autonomia differenziata

Chiara Bologna ha sottolineato invece i rischi e i pericoli del disegno di autonomia differenziata promosso dal governo. Per la costituzionalista sono almeno due le anomalie di questo progetto: l’eccessivo numero di materie che sarebbero devolute alle regioni più ricche, in un meccanismo che non è reversibile e la mancanza di controllo da parte del Parlamento, con una procedura che “privatizza” la negoziazione delle autonomie, affidata ai governi nazionale e regionale. Questo processo rischia di rompere l’unità territoriale e di accentuare le disuguaglianze tra Nord e Sud.

La crisi viene da lontano

La crisi non può essere ridotta alle azioni del governo in carica, ma viene da lontano: “Da un paradigma culturale – osserva il professor Galli – che si è progressivamente affermato a partire dagli anni Settanta e ha fatto breccia anche a sinistra, riducendo credibilità e capacità di penetrazione della compagine progressista. Oggi per molti destra e sinistra sono uguali, e anzi la destra è apparsa più sollecita a cogliere, spesso in maniera strumentale, la perdita di sovranità dei cittadini e dei paesi”. Per Galli, la sinistra deve riconquistare una “interpretazione antagonistica della società”, combattendo un modello economico “ordoliberista” sbagliato “perché distrugge la democrazia”.

Conflittualità e rinnovamento

Nelle sue conclusioni, il segretario generale dello Spi Cgil parla di “buona politica” e della necessità di aggiornare strategie e “linguaggi simbolici”, anche per un sindacato come la Cgil che non può non essere un “sindacato di sinistra”. Per Pedretti, la Cgil rimane un sindacato che sa cercare il compromesso ma che sa essere anche conflittuale. “Per noi – spiega – essere conflittuali è naturale, perché non condividiamo questo modello di società. Ma stiamo riscoprendo anche la radicalità come dimostra la manifestazione del 24 giugno, a favore di una sanità pubblica e universale”. Pedretti ha poi sottolineato l’importanza di mantenere un rapporto con la politica (“ci interessa avere interlocutori per far progredire le nostre proposte”) ma anche la necessità di un rinnovamento profondo della sinistra che deve tornare a fare il suo mestiere.