Lombardia, diario da un ospedale #3. La notizia

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In questi giorni difficili nelle nostre case entrano immagini e parole che narrano di ospedali in affanno, di uomini e donne che lavorano senza sosta per salvare quante più persone possibile, di reparti di rianimazione stremati. LiberEtà vuole raccontare da dentro il lavoro di chi ogni giorno, con dedizione e generosità, regala un pezzo della propria vita alla collettività. Lo facciamo pubblicando le pagine del diario di una ricercatrice che lavora in un ospedale lombardo. Resta anonima, certo per pudore ma soprattutto per tutelare la fatica dei tanti medici, ricercatori e infermieri che stanno vivendo un passaggio della loro vita davvero complicato. Un diario che raccoglie e rappresenta la voce di tutti e i sentimenti, le preoccupazioni, le stanchezze, le esperienze e le sensazioni di chi lotta contro il coronavirus.

Lombardia, 20 marzo 2020

La televisione è un medium. Il suo compito è “mediare” la realtà, narrarla attraverso le notizie. Ma qui non serve, perché qui siamo noi la notizia. Basta guardare i fatti, ascoltare i colleghi, guardare negli occhi i nostri pazienti.

Ieri è stato un giorno difficile. L’Ospedale ha messo a disposizione di tutti i dipendenti il sostegno psicologico. Perché è difficile lavorare con questa tensione, perché è difficile veder morire tutte quelle persone e tentare l’impossibile per salvarle e poi capire di non poter fare più niente. Peggio. Può accadere di dover scegliere chi salvare. Nessuno è stato preparato a questo e nessuno è neppure autorizzato a farlo. Un macigno etico sopra e dentro di noi.

Poi arriva un messaggio su whatsapp di un amico cardiologo che si è reso disponibile per andare a prestare servizio in pronto soccorso. Dopo il primo giorno dice: «Qui è come in Siria….» “Qui” non è un posto lontano. Qui è casa mia. E allora non serve accendere il televisore per sapere, perché in ogni momento lo sentiamo sulle nostre spalle e sappiamo bene come sta andando.

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