Coraggio bambini. C’è il vaccino

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Le nonne e i nonni hanno un compito importante da assolvere: contribuire a convincere i ragazzi (e i loro genitori) a superare titubanze e paure e recarsi nei centri a fare la “puntura”. Magari insieme. Chi ha “quell’età”, infatti, sa benissimo che soltanto la scienza e la medicina ci hanno salvato da terribili malattie. La poliomielite, ad esempio. In questa intervista il pediatra Rino Agostiniani spiega perché è decisivo immunizzare, i più piccoli. Ai medici spetta il compito di fornire un’informazione accurata

Una partenza incoraggiante. «La risposta iniziale è stata ottima. Ma ora viene la parte più difficile, ovvero convincere gli indecisi e i riluttanti a far vaccinare i propri figli. Ci proveremo con il dialogo, spiegheremo che è per il bene dei bambini». Rino Agostiniani, fa parte del direttivo della Società italiana di pediatria ed è il direttore dell’area pediatrica e neonatologica della Asl Toscana Centro. È reduce da una lunga sessione di vaccinazioni in reparto.

Da settimane i pediatri sono impegnati nella campagna di vaccinazione dei bambini tra i cinque e gli undici anni. Un quarto dei casi di contagio è concentrato proprio in quella fascia d’età, e fare presto e bene può rappresentare un punto di svolta per mettersi alle spalle la quarta ondata della pandemia.

Il dottor Agostiniani giudica con cautela quanto fatto fin qui: «Abbiamo avuto un boom di adesioni da parte delle famiglie già convinte della vaccinazione, ora si tratta di lavorare su un 30 per cento di indecisi e di genitori che stanno alla finestra. E almeno altrettanti sono i contrari». Il nostro pediatra aggiunge che in questa campagna di convincimento un ruolo particolare spetta alle nonne e ai nonni, perché loro sanno bene quanto i vaccini abbiano contribuito a eliminare terribili malattie.

Perché è così importante vaccinare i bambini sopra i cinque anni?

«Sostenere che vaccinare i bambini serve sostanzialmente a proteggere gli adulti e i vecchi non è eticamente giusto. Certo, il contagio avviene principalmente per via familiare, e immunizzare i bambini significa anche mettere in sicurezza gli anziani. Ma lo scopo principale è un altro: utilizzare uno strumento che tutti gli studi hanno mostrato essere sicuro ed efficace, per difendere i bambini dai rischi gravi della malattia che – seppure più rari rispetto ad altre fasce della popolazione – è innegabile esistano. Con il crescere del contagio, purtroppo vedremo aumentare in termini assoluti questi casi. Mi riferisco in particolare alla sindrome infiammatoria multisistemica, che può portare in questa fascia di età al ricovero e alla terapia intensiva. Tre bambini su diecimila vanno incontro a questa sorte. Per noi non sono pochi».

Tenete presente gli effetti psicologici della pandemia sui minori?

«Ecco una questione della quale si discute poco, o almeno non quanto sarebbe necessario. La vaccinazione è necessaria per scongiurare il ritorno alla didattica a distanza e permettere a tutti i bambini di ritornare a quelle attività extrascolastiche di tipo sportivo e sociale così necessarie per una crescita armoniosa. I pediatri hanno assistito a un vero e proprio boom di casi di disturbo psicologico e comportamentale tra i bambini. Una pandemia nella pandemia, fino ai casi estremi di autolesionismo. I più colpiti sono spesso i più fragili, quelli che vivono condizioni sociali e familiari meno solide».     

Avete registrato casi di effetti del Covid prolungati nel tempo tra i bambini?

«Secondo alcuni studi, il 7 per cento dei sintomatici svilupperebbe sintomi di lunga durata. Ma invito alla cautela: combattiamo contro questo virus da appena due anni, e abbiamo bisogno di più dati e tempo per esserne certi».

È d’accordo sull’estensione della vaccinazione anti-Covid ai bambini tra  zero e tre anni?

«Sì, sono favorevole a estenderla appena avremo dati solidi e certi su questa fascia d’età. Abbiamo registrato casi gravi soprattutto nel primo anno di vita e non a caso, con le associazioni scientifiche che si occupano di bambini, abbiamo invitato le donne in gravidanza a vaccinarsi, per proteggere i nascituri. I bambini già dai primi mesi di vita fanno molte vaccinazioni e queste sono il più grande strumento di medicina preventiva per le malattie infettive. La riposta immunitaria a quell’età è altissima e grazie alla vaccinazione infantile siamo riusciti a eradicare e a contenere malattie pericolosissime».

Esistono interferenze note tra i vaccini obbligatori e quello anti-Covid?

«Con i vaccini per i quali non è prevista l’inoculazione del virus vivo (influenza, pertosse, difterite, meningite) non esiste possibilità di interferenza. Per quelli a virus vivo attenuato come il morbillo, la varicella, la rosolia, la parotite è opportuno invece osservare uno stacco di un paio di settimane tra una somministrazione e l’altra».

Come si stanno comportando gli altri paesi?

«Stati Uniti, Israele e Canada, anche senza raggiungere risultati decisivi, sono più avanti di noi e hanno già inoculato milioni di vaccini, dimostrando la sicurezza dei sieri. Gli effetti collaterali accertati sui bambini sono stati minimi, e si limitano a un dolore localizzato nella sede dell’iniezione, mal di testa, malessere, sintomi che si risolvono in pochi giorni. Nella fascia tra i cinque e gli undici anni poi non si sono ripetuti i rari casi di miocardite che abbiamo registrato tra gli adolescenti».

Come vi comporterete con gli indecisi e i reticenti?

«Diffondendo messaggi di fiducia: consigliamo ai genitori di rivolgersi ai pediatri di famiglia che fanno del loro meglio per curare i nostri figli. Cercheremo di convincere gli indecisi con l’informazione accurata e il dialogo. Siamo convinti che in questo momento non serva imporre, irrigidendo le rispettive posizioni».

La nostra è una rivista rivolta soprattutto alla terza età. Secondo lei, che contributo possono dare i nonni al successo della campagna?

«Possono giocare un ruolo fondamentale di convincimento e di testimonianza. La maggior parte degli anziani ricorda gli effetti devastanti di malattie come la poliomielite, sconfitte proprio grazie ai vaccini. Se oggi la mortalità infantile è ridotta ai minimi termini, è proprio grazie alle grandi campagne di immunizzazione che abbiamo condotto soprattutto dalla metà del secolo scorso. Anche la memoria è cruciale per sconfiggere il Covid».