Ecco la testimonianza di un marito violento che ha deciso di raccontare la sua storia a LiberEtà. L’intervista, insieme ad altri approfondimenti sul tema della violenza sulle donne, è stata pubblicata nel numero di novembre del nostro mensile. 

La storia di Francesco – nome di fantasia concordato – è “assolutamente normale”. «Con la stessa donna dai tempi della scuola, poi ci siamo sposati e abbiamo avuto due figli. Poi sono cominciate le tensioni, diventate quotidiane: offese, urla, oggetti che rompevo per rabbia. Poi la situazione è degenerata: sono passato agli spintoni, agli strattoni. Ma io non mi sono mai considerato un violento. Per fortuna non sono mai andato oltre, grazie a mia moglie, mi sono fermato: abbiamo deciso di affrontare il problema».

Francesco ha accettato di compilare il questionario che serve per entrare in contatto con il centro di ascolto di Ferrara. La violenza che avevo dentro. «Pensavo che non mi riguardasse e invece ho scoperto che affrontavano proprio il mio problema: come gestire i momenti di rabbia e, soprattutto, ho capito che la violenza fisica verso mia moglie veniva da dentro di me: il maschilismo permea in maniera così totale la nostra vita che non ce ne accorgiamo. È come l’aria che respiriamo». Prima i colloqui individuali con il responsabile del centro, Michele Poli (parleremo con lui più avanti n.d.r.), poi l’ingresso nel gruppo. «È uno strumento potentissimo. All’inizio non mi piaceva, mi trovavo molto male. Mi sentivo come accerchiato dagli altri che mi chiedevano in maniera ossessiva dei vari episodi di violenza che avevo commesso. Io volevo parlare delle colpe di mia moglie e loro continuavano a dirmi: “Tu come ti sentivi, tu perché hai fatto questo, tu cosa hai provato”. Mi sentivo colpevolizzato. Poi piano piano il lavoro inizia a dare frutti: e cominci a prenderti la responsabilità dei tuoi comportamenti».

La presa di coscienza è seguita da un passo ulteriore e ancora più difficile. «Imparare a gestire la rabbia. Non si tratta di reprimerla, perché viene da un impulso interno, ma di conviverci, è un processo automatico che ti consente di rimanere sempre al di qua della violenza ». Insomma, il percorso proposto dal centro di ascolto è un «lavoro fortissimo su se stessi reso possibile dall’interazione con gli altri del gruppo: quelli che hanno avuto la tua stessa esperienza e spesso peggiore – e oggi sono irriconoscibili quanto te e stenti a credere che abbiano fatto quelle cose – e la presenza di chi invece è totalmente diverso da te». L’unica regola del gruppo «è accettare incondizionatamente l’opinione dell’altro. Tutto serve per arrivare a un capovolgimento totale del senso del controllo: capisci che tu puoi controllare solo te stesso, mentre su tutto il resto non hai potere. E in tre anni sono arrivato all’accettazione totale delle altre persone».

L’esempio più incredibile dei progressi fatti da Francesco riguarda la considerazione per le donne. «Prima io odiavo le femministe. Ora la mia migliore amica è una femminista e insieme facciamo dibattiti pubblici anche nelle scuole». Tutto questo sempre grazie al gruppo e all’empatia: «Il responsabile del centro ha portato due donne che hanno iniziato a raccontare il loro punto di vista. Come si sentono spaventate, anche se non lo danno a vedere, quando un uomo di due metri per cento chili urla contro di loro, o come si sentono quando devono scegliere se mettersi la minigonna sapendo che tutti le considereranno delle poco di buono. Anche questo mi ha aperto gli occhi e ho iniziato a mettermi nei loro panni». Tre anni di percorso hanno cambiato profondamente la vita di Francesco. «Con mia moglie ci siamo separati, ma abbiamo un buon rapporto, ci dividiamo i figli e io mi sono anche scoperto un po’ mammo».

Intervista di Massimo Franchi 

I numeri della violenza sulle donne

L’impegno dello Spi contro la violenza sul web

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