Cinquanta anni fa l’introduzione delle 150 ore

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Cinquanta anni fa, la Federazione lavoratori metalmeccanici (Flm) conquistò con il contratto collettivo nazionale il diritto allo studio durante l’orario di lavoro. La gestione delle cosiddette «150 ore» di permessi retribuiti era affidata collegialmente ai sindacati ai datori di lavoro. In quegli anni, il mondo sindacale era in pieno fermento e, tra l’altro, ci si domandava come affrancare il ceto operaio dall’alienazione e dalla subalternità del lavoro. La risposta fu lo storico accordo sulle 150 ore. D’ora in avanti, il bagaglio culturale del lavoratore non avrebbe dovuto limitarsi all’addestramento connesso direttamente all’attività ripetitiva svolta in fabbrica. Furono anni di appassionati corsi di storia, di filosofia, di arte e giornalismo. E ancora, di seminari e cineforum organizzati dal sindacato di fabbrica insieme a intellettuali, studenti universitari e cineasti.
L’avventura ebbe inizio con l’anno scolastico 1973-1974. Migliaia di lavoratori -studenti – in un primo momento metalmeccanici –, grazie ai permessi delle 150 ore nell’arco di un triennio, si presero cura della propria educazione seguendo liberamente interessi culturali originali e aspirazioni.
Negli immediati anni successivi, soprattutto nel triangolo industriale del Nord-Ovest, il fenomeno esplose e assunse una dimensione di massa. Il principio del diritto allo studio divenne materia comune di contrattazione sindacale per tutte le categorie di lavoratori. Gli accordi sindacali sulle 150 ore furono estesi a tutti i settori dell’industria, compresi i colletti bianchi.
L’esperienza ebbe però vita breve. Ufficialmente le 150 ore non sono state mai abolite, tuttavia progressivamente hanno perso slancio e carica innovativa. Mentre diminuiva il numero complessivo dei partecipanti, si allargava la partecipazione agli impiegati dei settori pubblici e cresceva la varietà degli studenti: disoccupati, precari, lavoratori stranieri, casalinghe.A partire dagli anni Ottanta, i corsi universitari e i seminari di cultura generale lasciano il passo al recupero dei diplomi della scuola dell’obbligo e all’aggiornamento in ambito professionale. Si inizia a puntare su una formazione finalizzata all’avanzamento di carriera, e nel mercato del lavoro che si globalizza, si afferma l’approfondimento dell’informatica e delle lingue straniere.
Negli anni Novanta, il tema dell’educazione lungo tutto l’arco della vita entra nell’orbita di interesse delle regioni e degli enti locali. A chiudere il cerchio della vicenda straordinaria del diritto alla formazione culturale sul luogo di lavoro, nel 2012, nascono i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (Cpia). Lo scivolamento lessicale dal termine “educazione” alla parola “istruzione” rende evidente come il diritto individuale a una educazione non finalizzata alla produttività non sia più la priorità del momento.