Case di risposo. Un’altra strada è possibile

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“I risultati dei tamponi sono arrivati stamattina. Siamo tutti negativi, ospiti compresi”. A parlare è un’operatrice di una casa di riposo di San Stino di Livenza, provincia di Venezia. Anche in Veneto i numeri dei contagiati e delle vittime di Covid fanno spavento. Eppure ci sono luoghi dove le cose hanno funzionato. Residenze per anziani e case di riposo dove è stato fatto tutto ciò che era possibile fare per arginare il virus e tutelare la salute delle persone. Storie che dimostrano che un altro modo per affrontare l’emergenza c’era, eccome. E si sarebbero potuti evitare tanti morti.

“Qui abbiamo lavorato bene, anche grazie alla sensibilità dell’amministrazione che ha chiuso da subito agli esterni. Tutti i familiari sono rimasti fuori, dall’inizio dell’emergenza. Gli unici che venivano dall’esterno eravamo noi, gli infermieri”. Per il resto, controlli massimi. “All’inizio avevamo poche mascherine, ma poi ce le hanno date, e abbiamo lavorato in assoluta sicurezza”.

La casa di riposo di San Stino di Livenza accoglieva anche tanti ospiti diurni. Da un giorno all’altro, scattata l’emergenza, a nessuno di loro è stato più concesso di entrare. Una misura restrittiva resa assolutamente necessaria dal bisogno di evitare il più possibile i contagi.

“Ovviamente il pericolo non è sparito del tutto. Per questo però ci siamo attrezzati, nel caso qualcuno dei pazienti dovesse ammalarsi di Covid 19. E abbiamo allestito un’ala ad hoc, isolata da tutto il resto, con accessi separati per gli operatori”. Così, in caso di contagio, il malato di coronavirus può essere curato con tutte le misure di sicurezza necessarie, senza pericolo per gli altri ospiti.

A San Stino ci sono ricoverate una settantina di persone, prevalentemente affette da alzheimer. E poi ci sono tanti malati psichiatrici. La maggior parte di loro non sono autosufficienti. “Certo, per i familiari, solitamente molto presenti e assidui nelle visite, è stata dura dover rinunciare a venire a trovare i propri cari”. Ma gli operatori fanno quel che possono. All’inizio rispondevano notte e giorno alle telefonate dei parenti che volevano avere notizie. “Poi ci siamo organizzati meglio e ora ci sono due persone che hanno proprio un programma giornaliero per fare videochiamate ai parenti, così i pazienti possono interagire con chi è lontano e i familiari possono avere aggiornamenti quotidiani sullo stato di salute dei propri cari”.

Che sia necessario fornire ai parenti informazioni chiare e mantenere il contatto con la persona anziana lo hanno ricordato anche i sindacati dei pensionati di Cgil, Cisl e Uil nella proposta avanzata in questi giorni ai ministri della Salute e del Lavoro, alle Regioni e ai Comuni. I sindacati, che hanno denunciato la situazione critica di molte rsa e case di riposo sin dall’inizio dell’emergenza, ora chiedono alle istituzioni di poter discutere subito un piano per fermare la strage che si sta consumando.

Le esperienze come quella di San Stino di Livenza dimostrano che una strada alternativa esiste e che la crisi può, e poteva, essere gestita diversamente. “Non c’è nemmeno bisogno che i familiari vengano ogni giorno a portare il cambio a chi è ricoverato. C’è una lavanderia interna, sia per i pazienti che per noi operatori. In questo modo la possibilità di contagio è ridotta al minimo”, ci racconta l’operatrice. Ma non dappertutto si è fatto così, come dimostrano gli ultimi fatti di cronaca.

La nostra testimone lavora da cinquant’anni. Con la legge Fornero è rimasta fuori, e deve aspettare ancora un po’ prima di poter andare in pensione. “Ho sempre lavorato, sin da giovanissima. Lavoravo di mattina e studiavo la sera, e così ho potuto anche far studiare mia figlia. Venti anni in ospedale prima e poi case di riposo. Qui ci sono arrivata nel 2006”. La voce è serena, ma stanca, stanca per le brutte notizie di questi giorni, stanca per un lavoro che è faticoso anche nell’ordinarietà, anche quando non c’è il coronavirus. “Il nostro è un lavoro durissimo. Vediamo tanta sofferenza e tanto dolore”. Immaginiamo allora cosa possa essere avere a che fare anche con il covid 19. Pensiamo a tutti quegli operatori che hanno messo a repentaglio la propria vita, e continuano a metterla, per accudire gli altri, i più deboli.

Nella casa di riposo di San Stino di Livenza l’età media è alta, tra gli 88 e i 90 anni. “Ma si sta abbassando di molto, purtroppo. Arrivano anche persone nate negli anni Quaranta, soprattutto con problemi psichiatrici”, ci racconta l’operatrice amareggiata.

La struttura è stata costruita nel 2000, dopo che una ricca signora del paese aveva donato tutti i suoi averi, terreno compreso, alla comunità. Una storia di generosità, sensibilità, altruismo. Proprio quella dei tanti infermieri e operatori che tutti i giorni, da Nord a Sud, si danno da fare per curare le persone malate. Ma quella di San Stino di Livenza è anche una storia di speranza, una storia di scelte giuste e assunzione piena di responsabilità, per la tutela della salute di tutti.
Esperienze positive, che fanno bene al cuore e al nostro paese. Ma che, purtroppo, aggravano di molto la portata degli errori che invece altrove sono stati commessi.