Cari ragazzi, vi racconto Giovanni Falcone. Il ricordo di Pietro Grasso

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La paura e la ribellione. Noi – assidui lettori di questo giornale – eravamo tutti adulti quando, nel 1992, la mafia deviò il corso della nostra storia con una scia di sangue, dolore e morte. Abbiamo ricordi vividi di quella stagione, della paura che si respirava e della ribellione civile che pervase l’Italia in quell’estate di trent’anni fa.
Mi sono accorto che è sbagliato dare per scontata questa consapevolezza: è trascorso molto tempo, il mondo è cambiato velocemente e i nostri riferimenti non corrispondono a quelli dei nostri nipoti. Per questo ho deciso di raccontare, con parole nuove, le vicende che ho vissuto in prima linea nella trincea di Palermo negli anni in cui la mafia aveva scelto la strategia più violenta e sanguinaria.
Sono convinto, infatti, che soltanto tenendo alta l’attenzione sulla criminalità organizzata e sulla minaccia che rappresenta per la nostra democrazia e per la nostra economia, le giovani generazioni possano crescere più consapevoli e più reattive di quanto non sia stata la nostra.
Abbiamo bisogno della loro intelligenza, della loro forza, della loro creatività per continuare a costruire un paese più giusto e più libero.
Con piacere, quindi, ho accettato la richiesta di LiberEtà di pubblicare un estratto dal libro Il mio amico Giovanni.

Il dovere della testimonianza. «Dopo le stragi del 1992 ho sentito il dovere e l’urgenza di portare la mia testimonianza nelle scuole e di rivolgermi ai più giovani, per raccontare loro l’impegno e il sacrificio di uomini e donne che hanno perso la vita per contrastare Cosa nostra e che erano stati miei amici, colleghi, maestri.
Nel corso degli ultimi trent’anni ho potuto vedere da vicino i cambiamenti nelle ragazze e nei ragazzi che via via ho incontrato. Sono cambiate le mode, i vestiti, il taglio dei capelli, le marche degli zaini e degli astucci. Sono cambiati i gusti musicali, i nomi dei cantanti e dei gruppi preferiti. Siamo passati dai walkman agli iPod fino agli smartphone. Sono cambiati i modelli di moto e scooter, la forma degli occhiali da vista e da sole.
Sono cambiati anche i docenti che ogni giorno si dedicano a un lavoro delicato e difficile come è quello di educare i giovani, non solo nelle singole materie ma anche nell’affrontare la vita e le sue sfide. Non sono cambiate, purtroppo, le scuole, troppo spesso in edifici non degni della ricchezza che custodiscono e promuovono».

Un segno indelebile. «Quando ho iniziato, le ragazze e i ragazzi che mi ascoltavano avevano il ricordo diretto di quei momenti di sgomento e di rabbia nell’istante in cui abbiamo appreso la notizia di Capaci e via d’Amelio. Ancora oggi, le persone che incontro trovano sempre il modo per raccontarmi, con emozione sincera, dove erano quando hanno saputo delle stragi, e ciò significa che è rimasto un segno indelebile nella loro vita».

I ricordi diretti vengono meno. «Con il passare del tempo, a poco a poco, i volti e le richieste degli studenti sono iniziati a cambiare: non avevano più ricordi diretti di quei giorni, ma il filo della memoria non si era interrotto, e riusciva a trasmettere il valore e il senso del sacrificio delle vittime di mafia. Negli ultimi anni la sensazione che provo è cambiata ulteriormente: ormai le ragazze e i ragazzi che sono a scuola sono figli di tempi nuovi. Molti genitori non erano ancora nati o erano troppo piccoli per avere impressi nella loro coscienza i sentimenti personali e collettivi di quei giorni».

Un nuovo slancio. «Il dovere e l’urgenza di raccontare ha generato in me un nuovo vigore e un nuovo slancio: ho voluto quindi intensificare gli incontri per raggiungere il più alto numero possibile di ragazzi, di classi, di scuole, di teatri, di piazze. Temo che il sorriso di Paolo e la scintilla degli occhi di Giovanni possano scolorire con il trascorrere del tempo, che il ricordo di quella stagione di successi e di sconfitte inizi a lasciare tracce meno profonde nel sentire comune, e che questo rischi di portare a una indifferente rassegnazione: il terreno più fertile per le mafie, vecchie e nuove».

Una storia vissuta. «Per evitare che la loro memoria affondi nell’oblio e che si spenga la speranza accesa con il loro esempio, ho deciso di raccogliere i miei ricordi più intimi e riservati per raccontare la vita di donne e uomini che devono far parte della nostra storia.
La risposta che incontro in ogni angolo del paese, la curiosità che avverto nelle domande degli studenti, la dolcezza che provo quando ascolto il loro impegno per il futuro, i loro sogni, le loro speranze, mi restituiscono ogni volta quell’ottimismo della volontà che riesce ad abbattere, nonostante tutto, il pessimismo della ragione.
So di poter contare su molti alleati: adulti consapevoli, docenti infaticabili, cittadini impegnati, preti volenterosi, politici corretti, giornalisti coraggiosi. E su ciascuno di voi che avete scelto di leggere, in questo libro, il racconto di chi quella storia l’ha vissuta».

(Articolo tratto dal numero di maggio di LiberEtà)