Cardano: “Troppo potere ai privati dietro il disastro delle Rsa”

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«Il disastro nelle Rsa è imputabile a decisioni discutibili, ma anche a due fattori strutturali: non aver seguito la vocazione ai servizi e alla medicina di territorio della Riforma del ‘78 e la politica adottata in Lombardia in modo particolare, ma anche altrove, di affidare la gestione di servizi così delicati a privati convenzionati». A sostenerlo è Mario Cardano, docente di sociologia della Salute all’Università di Torino.

La sua è una dichiarazione contro il mercato?

Non sono contrario, in linea di principio, al coinvolgimento dei privati nella gestione della salute. Va bene affidare i servizi pubblici al mercato, ma a quel punto è necessario un controllo sulla formazione di chi svolge il servizio, sul modo in cui viene svolto e sulla qualità architettonica delle strutture. Nel momento in cui si delega a un privato la gestione di un servizio così importante come la salute, i controlli devono essere particolarmente rigorosi. Ecco che cosa è mancato. L’idea che il mercato possa autoregolarsi, controllando la qualità e l’efficienza dei servizi, si è rivelata un’illusione. C’è un’altra questione…

Quale?

L’organizzazione del sistema sanitario nazionale è costituito oggi da venti sistemi regionali diversi e ognuno va troppo per conto suo. Una forma di coordinamento o di avocazione di competenze da parte dello Stato, nell’ambito di emergenze di questo genere, dovrà essere oggetto di un ripensamento. Molte cose non hanno funzionato proprio per la mancanza di una direzione nazionale. E i virus non si fermano certo ai confini delle regioni.

Che idea si è fatto della scelta della Lombardia e del Piemonte di mandare pazienti covid nelle strutture residenziali per anziani?

È stata una scelta sbagliata, che ha esposto gli ospiti e il personale al contagio dall’esterno e dall’interno. Soltanto una piccola parte delle strutture aveva la possibilità di isolare i pazienti. Inoltre, il personale è composto più da operatori sociosanitari che da infermieri e non possiede, quindi, le competenze per emergenze di queste proporzioni. Se a questo aggiungiamo che gli operatori non erano stati dotati di dispositivi di protezione individuale, cosa che li ha trasformati in inconsapevoli “untori”, è facile intuire perché siamo arrivati al disastro.

Ma oltre alla carenza di risorse umane per i controlli, non crede che la sanità soffra anche per le opache commistioni tra politica e imprese?

Il fatto che ci possano essere opacità tra il privato convenzionato e la politica non è una specificità delle sole Rsa. Gestioni opache o corruttive fanno purtroppo parte del panorama delle attività svolte sul territorio, e non tutti i politici, ma un certo tipo di cattiva politica, appaiono più suscettibili alle lusinghe del potere e del denaro. Del resto, Roberto Formigoni – il predecessore dell’attuale presidente della regione Lombardia Attilio Fontana – è stato coinvolto in fenomeni corruttivi che riguardavano proprio la sanità privata.

Questa situazione può portare a una riflessione di sistema?

L’impressione è che la pandemia sia un evento eccezionale, per impatto e durata, dalla quale possiamo apprendere che tagli alla sanità e spesa sanitaria bassa producono conseguenze disastrose. L’altra lezione riguarda la medicina territoriale: deve essere valorizzata perché, al di là dell’emergenza, saremo costretti a convivere con una serie di patologie sub-acute, e non possiamo certo pensare di investire tutto in terapie intensive.

Quando parla di territorio si riferisce anche a percorsi alternativi alle Rsa?

La mia esperienza di figlio di genitori anziani è questa: mentre stavo svolgendo il servizio militare, mio padre, da poco vedovo e malato di cancro, venne ricoverato in una struttura nella quale c’erano molti vecchietti ancora arzilli. Mi sono sempre chiesto se quelle persone – con adeguate terapie domiciliari, un’assistenza infermieristica costante e lo sviluppo delle case della salute – non avessero potuto continuare a stare a casa. Il problema quindi si pone per i non autosufficienti che hanno ancora una parziale autonomia e che potrebbero essere assistiti a casa, senza essere trasferiti in strutture che hanno avuto e hanno molti problemi. Al contrario, le residenze sanitarie assistenziali dovrebbero essere disponibili per le persone non autosufficienti senza alternative, per le quali davvero non è possibile un’assistenza domiciliare.