Basta guerra in Medioriente

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Ad Assisi, rappresentanti politici israeliani e palestinesi chiedono alla comunità internazionale un impegno serio per la pace e per il rispetto dei diritti umani.

Da mesi le armi continuano a falciare migliaia di vite innocenti nella guerra in atto tra Israele e Hamas. Da mesi le parole di pace finiscono sotto i colpi dei terroristi di Hamas e sotto le macerie di Gaza. Ecco perché la guerra va fermata e, tutti, dalla comunità internazionale alle istituzioni globali fino ai governi nazionali devono avviare un processo diplomatico che porti alla risoluzione del conflitto in Medioriente, nel segno del rispetto dei diritti umani.

Questo l’appello lanciato ad Assisi da rappresentanti politici israeliani e palestinesi che hanno partecipato all’iniziativa “Parole di pace”, promossa dal sindacato dei pensionati Cgil.

In un luogo dall’alto valore simbolico come la Sala della Pace del Sacro Convento della Basilica di San Francesco, da tutti i partecipanti è partito l’invito a cessare il fuoco immediatamente, a partire da chi ha portato i saluti ai protagonisti dell’iniziativa: da Padre Marco Moroni, secondo cui «il cessate in fuoco oggi è il minimo indispensabile e l’obiettivo è costruire una realtà di pace in ogni modo che la fantasia umana possa trovare», alla sindaca della cittadina umbra Stefania Proietti, grata al sindacato dei pensionati per aver avuto il coraggio di parlare di pace con ospiti che vengono dal cuore pulsante della fede e della guerra,  e dal segretario generale dello Spi Cgil regionale Andrea Farinelli, che ha richiamato tutti a «un impegno quotidiano, per costruire azioni di pace, di cura e di solidarietà in un mondo che sembra procedere in tutt’altra direzione».

L’appello è stato fatto proprio anche dai tre esponenti politici israeliani e palestinesi intervenuti all’incontro. Sono loro ad aver dato vita a un confronto di idee e posizioni che ha segnato il momento clou della giornata. Tre voci diverse, tre esperienze differenti ma tutti hanno chiesto di fermare immediatamente le uccisioni di massa nella Striscia di Gaza, di avviare i negoziati di pace con il sostegno e l’impegno della comunità internazionale e che quei negoziati partano dalla fine dell’occupazione dei territori palestinesi da parte di Israele.

«Sentiamo di vivere in un incubo ormai dal 7 ottobre – ha affermato Aida Touma-Suleiman in collegamento da Tel Aviv, deputata palestinese al Knesset per il partito di Hadash – l’assalto di Hamas ci ha scioccato e ha prodotto un enorme dolore ma la guerra contro Gaza e la sua popolazione è orribile. Nulla può legittimare i crimini commessi dopo l’attacco del 7 ottobre, né può farci dimenticare anni di occupazione e oppressione militare di Israele su Gaza».

Per Ilan Baruch, presidente del Policy Working Group, già ambasciatore israeliano in Sud Africa, «Siamo nel mezzo di una guerra in cui abbiamo bisogno del sostegno dell’Ue contro le politiche del governo israeliano. Noi israeliani abbiamo bisogno della forza politica dell’Ue per fare pressione, con l’obiettivo di riconoscere il diritto all’autodeterminazione della Palestina».

Jamal Zakout, scrittore palestinese, componente del Palestinian National Council, ha raccontato la sua esperienza di profugo e non solo. «Sono stato anche deportato, ho perso un figlio e sono stato in carcere. Ciò nonostante, nel 1993 ho abbracciato la causa della pace. Il periodo del trattato di Oslo fu per tanti un periodo di speranza». Oggi, invece, prosegue Zakout, «Netanyahu ha usato il 7 ottobre non per cancellare Hamas ma per annettere Gaza. Chi ha permesso ad Hamas di ricevere attraverso il Qatar milioni di dollari? La guerra non è iniziata il 7 ottobre ma con il fallimento degli accordi di Oslo. Il genocidio in corso non è uno slogan. Obbligare i palestinesi a lasciare le loro case e andare a Sud è deportazione. Vengono arrestati bambini e donne. La comunità internazionale non deve permetterlo. Va applicata anche per i palestinesi la convenzione di Ginevra. Se davvero si vogliono due stati, Gaza deve essere integrata in questo processo».

Nel prosieguo dell’incontro, Paola Caridi, autrice del libro Hamas. Dalla Resistenza al regime, ha ripercorso la storia del conflitto mediorientale negli anni recenti sottolineando la debolezza della posizione europea e i fattori che hanno finora impedito la costruzione di uno Stato Palestinese, indispensabile perché il processo di pace si compia, mentre Giuseppe Provenzano, responsabile esteri della segreteria nazionale del Partito democratico ha sottolineato come il caos che circonda l’Unione – dall’Ucraina al Medioriente passando per il Nagorno-Karabach – imporrebbe alla politica europea di fare la propria parte. «In Italia – ha dichiarato Provenzano ­­– la presidente del Consiglio si è addirittura nascosta su questo tema, ma il vuoto di iniziativa politica colpisce al cuore l’Europa alla vigilia delle elezioni europee».

Per Silvana Cappuccio, responsabile dipartimento internazionale Spi Cgil la priorità resta, invece, quella di rilanciare in ogni sede la richiesta del cessate il fuoco e, allo stesso tempo, difendere il principio di umanità. «Per troppi anni – ha ricordato – la comunità internazionale e quella europea sono rimaste silenti a dispetto degli impegni e degli accordi assunti».

A conclusione dei lavori Ivan Pedretti, segretario generale dello Spi Cgil, ha rilanciato la soluzione di due popoli e due Stati e sollecitato la politica italiana ed europea a fare la propria parte: «È tempo di occuparci di cosa accade nei paesi in cui si accendono le guerre. Lo scenario è la crisi della democrazia e la spartizione del mondo. Le guerre sono tornate a essere il braccio armato della politica. E si fa fatica a capire quale sia questa politica. La politica internazionale – ha proseguito Pedretti – non ha soggetti autorevoli in grado di risolvere i conflitti. I paesi, che nel 2024 vanno al voto, guardano solo ai fatti interni e non alle questioni internazionali. L’Ue è attanagliata dal sovranismo e l’Italia ne è l’emblema. C’è urgenza di un governo mondiale che riparta dai valori fondamentali della Ue: stato di diritto, sicurezza, libertà, eguaglianza dei popoli. Questi valori vanno riconosciuti a livello internazionale. Dobbiamo chiedere alla Confederazione europea dei sindacati (Ces), così come abbiamo fatto con le istituzioni internazionali, di intervenire e rimuovere, dove si può, le contraddizioni. Non dobbiamo avere tentennamenti nel dire che va fermata qualunque forma di guerra per promuovere la pace».