Spopolamento, abbandono, dissesto del territorio, degrado. È davvero questo l’unico destino che attende le aree interne del nostro paese? Oppure è possibile pensare e progettare un modello di sviluppo differente per queste zone, che metta al centro le loro potenzialità, le loro risorse umane, sociali ed economiche? Di questo si è discusso durante il seminario organizzato dallo Spi Cgil a Castelnovo ne’ Monti, in provincia di Reggio Emilia, intitolato “Aree interne. Cuore d’Italia”, che ha visto impegnati esperti, amministratori, sindacalisti in analisi, proposte, idee per immaginare un futuro per queste zone che non sia fatto di rassegnazione e sconforto, ma di sviluppo sostenibile, possibilità di occupazione, relazioni, coesione sociale.
Cosa sono le aree interne? I parametri che definiscono un’area interna sono vari: accessibilità ai servizi, densità di popolazione, caratteristiche geomorfologiche e ambientali, fenomeni di spopolamento e invecchiamento dei suoi abitanti. In Italia le aree interne sono attualmente 124, numero più alto in Europa, e coprono il 60 per cento del territorio; circa la metà dei comuni italiani, oltre quattromila, si trova in queste aree, e le persone che ci vivono sono il 22 per cento della popolazione, con una media di 214 anziani ogni 100 giovani, indice di un declino demografico doppio rispetto ad altre zone del paese. Una popolazione che vede peraltro una progressiva riduzione dei servizi: chiusura degli uffici postali, delle banche delle farmacie, le quali spesso svolgono una importante funzione di servizio sanitario di base. Oltre cinque milioni di persone sono costrette a viaggi di quaranta minuti per raggiungere un presidio sanitario, e addirittura oltre i sessanta nei comuni ultraperiferici. È quindi evidente che abitarci comporta il più delle volte un livello più basso di opportunità (di studio, di lavoro eccetera), ma anche soprattutto messa in discussione dei propri diritti. Ed ecco allora che i giovani, i lavoratori abbandonano le aree interne, in un processo di causa-effetto dal quale sembra complicato poter uscire.
In questa partita delle aree interne, grazie alla sua vocazione al territorio, il sindacato dei pensionati della Cgil può e deve giocare un ruolo importante, attraverso lo strumento della contrattazione sociale per rispondere alle richieste e ai bisogni delle persone che le abitano, che nella maggioranza dei casi sono anziane, e garantire servizi essenziali. «Noi vogliamo e dobbiamo stare qui – ha detto Carla Mastrantonio, segretaria nazionale dello Spi Cgil –. Vogliamo dare una mano alla politica e ai cittadini che si organizzano, vogliamo contribuire a mettere insieme le persone e creare occasioni di partecipazione. Anche perché al centro delle strategie ci sono alcuni nostri temi prioritari: sanità, welfare, connessioni materiali e immateriali. Questi luoghi parlano a noi perché siamo sindacato di prossimità, rappresentiamo tanti anziani e rappresentiamo anche le loro preoccupazioni e speranze nel futuro. Vogliamo invertire la narrazione che queste zone siano aree marginali, poco produttive, in cui si pone come obiettivo massimo l’esigenza di evitare un eccessivo decadimento delle condizioni di vita delle persone che ci vivono, magari nel tentativo di conservare l’immagine romantica dei luoghi del passato. Vorremmo contribuire alla loro rigenerazione e rinascita».
La politica, però, sembra avere accantonato la questione, nonostante la predisposizione della Strategia nazionale per le aree interne 2014-2020, avviata dal governo su impulso dell’allora ministro Fabrizio Barca, e rinnovata nel settennato 2021-2027. Una strategia i cui obiettivi erano quelli della promozione e dello sviluppo locale di territori caratterizzati da importanti svantaggi geografici e demografici, della creazione di nuove opportunità di reddito, di garantire alla popolazione accessibilità ai servizi essenziali, che però non ha prodotto grandi risultati, a causa di un eccesso di burocrazia, della disomogeneità delle Regioni, della complessità dei patti territoriali e degli accordi di programma.
Ma ripensare le aree interne e progettare il loro possibile sviluppo deve passare necessariamente attraverso due fattori decisivi: la collaborazione tra i vari soggetti sociali coinvolti e un approccio partecipativo che parta dal basso, ossia dalle comunità che in quelle aree vivono, perché progetti calati dall’alto, senza che vi sia il coinvolgimento dei destinatari di determinati interventi non può che risultare fallimentare o quanto meno inefficace. Elementi che hanno trovato una concordanza di opinione tra i vari partecipanti all’iniziativa.
Marco Bussone, presidente nazionale dell’Unione nazionale comunità ed enti montani (Uncem) ha sottolineato come per affrontare le sfide sia importante una collaborazione integrata e territoriale tra diverse entità (sindacati, associazioni e amministrazioni locali), che consenta di superare isolamento e frammentazione politica, e di promuovere strategie condivise, anziché affidarsi a soluzioni demagogiche o interventi provvisori. Convinto che lo spopolamento non possa essere considerato un destino inevitabile, propone soluzioni mirate, come l’aggregazione dei servizi e la creazione di percorsi di sviluppo integrati tra zone interne e città, per costruire un futuro di crescita e innovazione.
In veste di rappresentante delle istituzioni, Davide Baruffi, assessore alla montagna e alle aree interne della Regione Emilia Romagna, ha sottolineato l’importanza della coesione territoriale e la necessità di affrontare la questione con un approccio non difensivo, valorizzando le risorse e promuovendo una programmazione regionale più efficace rispetto a quella nazionale. Fondamentale anche per lui la partecipazione attiva dei cittadini e il ruolo delle cooperative di comunità come strumenti innovativi per lo sviluppo dei territori più fragili.
Sulle modalità della progettazione territoriale si è concentrata invece Mia Scotti, ricercatrice del Crea ed esperta dell’associazione Riabitare l’Italia, che ha evidenziato in particolare il metodo attraverso il quale dovrebbe operare un processo sostenibile per il territorio parte dalla valorizzazione delle potenzialità di quel territorio, passa dal coinvolgimento degli attori e dalla partecipazione attiva della comunità, adottando un metodo multidisciplinare e multidimensionale. Per Fabio Renzi, segretario generale fondazione Symbola, per contrastare la crisi demografica e l’abbandono che interessa le aree interne è necessario trasformare i beni privati abbandonati in beni comuni protettivi è innescare un processo che lui stesso definisce “neopopolamento”, soluzione più radicale rispetto al semplice “ripopolamento”, perché prevede il coinvolgimento e l’impegno della comunità residente anziana, in grado di trasmettere i codici di lettura del territorio.
Dell’importanza di un approccio sistemico e partecipativo per affrontare le sfide delle aree interne e delle periferie ha parlato anche Tania Scacchetti, segretaria generale Spi Cgil, la quale ha evidenziato la necessità di superare interventi compensativi in favore di una visione di crescita che tenga conto della diversità dei territori e del benessere delle persone, e non soltanto del Pil. Punto centrale: la promozione di politiche integrate tra i vari livelli che valorizzino il ruolo attivo delle comunità e il protagonismo territoriale.
Per Christian Ferrari, segretario nazionale Cgil, infine, le sfide delle aree interne richiedono l’adozione di un approccio territoriale specifico che vada oltre gli slogan che preveda il rafforzamento delle istituzioni locali e il coordinamento tra vari soggetti sociali convolti nella questione, ponendo l’accento sul ruolo cruciale del sindacato sul territorio.
Il programma della due giorni prevedeva anche l’incontro con i rappresentanti di due cooperative di comunità: “La valle dei cavalieri” e “I briganti del Cerreto”, che operano a Succiso e Cerreto, frazioni del comune di Ventasso, nel cuore del parco nazionale dell’Appennino tosco-emiliano. Due esperienze nate rispettivamente nel 1991 e nel 2003 che grazie all’impegno e alla tenacia dei soci e dei lavoratori provano tra mille difficoltà a tenere in vita una comunità in via di disgregazione, che lentamente subisce un processo di spopolamento e dove le persone che restano non vedono più soddisfatti i propri bisogni a causa della chiusura dei servizi di base e dei luoghi di aggregazione. Un progetto di resistenza, quello delle due cooperative, presìdi della comunità, che oltre a creare occasioni di lavoro, si propongono come strumenti di tutela e di salvaguardia del territorio e di conservazione delle relazioni sociali.










