Anna Kuliscioff

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È stata una delle protagoniste del socialismo italiano e del movimento per l’emancipazione femminile. Questo mese ricorre il 90° anniversario della morte.

Novant’anni fa, il 29 dicembre 1925, nella sua abitazione milanese di Portici Galleria 23, si spegneva Anna Kuliscioff. Lì aveva vissuto per tanti anni accanto a Filippo Turati, in un sodalizio di affetto, ideali e di lavoro alla redazione della rivista Critica sociale. La Kuliscioff giunge all’ombra della Madunina nel 1888, dopo una lunga e tormentata peregrinazione attraverso l’Europa. Nata nel 1854 a Moskaja, in Crimea, in un’agiata famiglia di commercianti, nel 1871, poiché in Russia alle donne non è permesso accedere all’università, decide di trasferirsi a Zurigo per seguire i corsi di filosofia. Conquistata dalle teorie di Bakunin, nel 1874 torna in patria, ma appena tre anni dopo, per sfuggire alla polizia zarista, è costretta a rifugiarsi in Svizzera. Qui incontra Andrea Costa, figura di spicco del movimento anarchico, al quale si lega sentimentalmente. I due si trasferiscono a Parigi, dove il 22 marzo 1878 vengono arrestati.

Espulsa dalla Francia, dopo aver scontato un mese e mezzo di detenzione, Anna si stabilisce a Ginevra e poi a Lugano. Nel settembre del 1878 compie il suo primo viaggio in Italia: a Firenze partecipa a un convegno di internazionalisti, viene arrestata e resta in carcere fino alla celebrazione del processo che si conclude nel gennaio 1880 con la sua assoluzione. Durante la lunga reclusione riflette sull’inefficacia del metodo bakuniniano e matura l’adesione al socialismo marxista, di pari passo con la decisione di Costa di abbandonare la fede anarchica e optare per la tattica legalitaria e parlamentare (sarà il primo deputato socialista). Per le pubbliche autorità Anna e Andrea restano comunque dei sovversivi da tenere d’occhio e così il 22 aprile 1880, con l’accusa di aver organizzato un convegno clandestino a Bologna, vengono rispediti in carcere. Rimessa in libertà ad agosto, dopo un breve soggiorno in Svizzera, Anna trascorre il 1881 accanto a Costa a Imola, dove l’8 dicembre nasce la loro figlia Andreina. Nel 1882 si stabilisce a Berna per frequentare la facoltà di medicina. Questo distacco alimenta la gelosia di Andrea, il loro rapporto si incrina e i due si separano. A Napoli, dove si traferisce con la figlia nell’inverno 1884, Anna incontra l’uomo cui rimarrà legata per sempre: Filippo Turati. La prosecuzione degli studi e la specializzazione in ginecologia la costringono a continui spostamenti: da Berna a Napoli, da Torino a Padova.

La “dutùra” dei poveri. Nel 1888 approda finalmente a Milano e inizia a esercitare la professione medica nelle periferie operaie dove cominciano a chiamarla la “dutùra”. Sono giornate piene le sue perché, insieme al lavoro tra la povera gente, porta avanti l’impegno politico contribuendo con Turati all’elaborazione teorica e al processo organizzativo che porteranno nel 1892 alla nascita del Partito dei lavoratori italiani e nel 1895 del Partito socialista italiano. L’8 maggio 1898, nel corso dei moti popolari per il pane, repressi nel sangue da Bava Beccaris, Anna viene arrestata e detenuta per circa otto mesi con l’accusa di aver complottato per «far sorgere in armi gli abitanti del regno contro i poteri dello Stato».

Il voto per le donne. Dagli inizi del Novecento si batte per il suffragio universale e per una legislazione che tuteli il lavoro femminile e minorile. Tra il 1910 e il 1913 si impegna attivamente nella campagna per l’estensione del voto alle donne, entrando in conflitto con Turati che non ritiene opportuno schierare il partito socialista a sostegno di un obiettivo portato avanti dal “femminismo borghese”.

I funerali raccontati da Nenni. La mobilitazione a favore dell’intervento in guerra, la nascita di movimenti nazionalisti e antisocialisti, preludono all’avvento del fascismo e allo scompaginamento delle file proletarie. Anna assiste con rassegnazione e angoscia al predominio della violenza, la cui brutalità non risparmia neanche le sue esequie. «I funerali – ricorda Pietro Nenni – erano stati un’apoteosi per lei e per il sopravvissuto suo compagno. Ma, ai fascisti, anche l’omaggio reso a una donna insigne per sapere, preclara per carattere, da tutti stimata per la bontà senza pari, era riuscito intollerabile. Sui gradini stessi del Monumentale, mentre a mo’ di saluto io gridavo “viva il socialismo!”, fummo aggrediti. Attorno alla bara, attorno alle corone e ai nastri, ci fu una zuffa breve e feroce dalla quale parecchi uscimmo sanguinanti e pesti. Ed era triste pensare che ciò avvenne in un cimitero e davanti alla salma di una donna che, con tutta la sua anima, con tutta la sua intelligenza aveva auspicato pace, giustizia e fraternità».