Alle origini della Cgil: la nascita del sindacato

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Il 1° ottobre di centodieci anni fa cinquecento delegati di settecento leghe per un totale di 250 mila iscritti si riuniscono a Milano per dare vita alla Confederazione generale del lavoro.

I cinquecento delegati che dal 29 settembre al 1° ottobre 1906 si ritrovarono a Milano per dar vita alla Confederazione generale del lavoro (Cgdl) rappresentavano soltanto settecento leghe per un totale di 250 mila iscritti: appena un ventesimo dei lavoratori dell’industria e un terzo di quelli organizzati. Il grado di rappresentatività di quello che avrebbe dovuto essere il massimo organismo del proletariato italiano era dunque basso, al punto da indurre alcuni delegati a chiedere che tutte le deliberazioni del congresso costitutivo fossero sottoposte a un referendum delle sezioni «perché sarebbe curioso che noi obbligassimo ad aderire alla Confederazione anche quelle organizzazioni che al congresso non sono state rappresentate». Più che da scrupolo democratico la richiesta era motivata da un calcolo politico: ad avanzarla erano infatti coloro che, come i sindacalisti rivoluzionari, volevano impedire ai riformisti di assumere il controllo della nuova organizzazione, ribaltando gli equilibri precedenti.

La nascita della Cgdl costituiva l’approdo di un travagliato processo organizzativo e politico del movimento sindacale italiano, che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento si venne definendo secondo due linee: una, cosiddetta “orizzontale”, incentrata sulle camere del lavoro (Cdl), l’altra “verticale”, sulle federazioni di mestiere. Mentre queste ultime rappresentavano e tutelavano gli interessi omogenei di una singola categoria, le camere del lavoro ambivano a comporre i più variegati interessi dei lavoratori in un dato territorio: operai e contadini, manovali analfabeti e settori di “aristocrazia operaia” come i tipografi. Con il tempo le Cdl assunsero una sempre più marcata connotazione politica e divennero i centri propulsori della lotta di classe che saldava istanze rivendicative e obiettivi di democrazia, entrando in conflitto con le federazioni di categoria, la cui azione era invece ispirata a una concezione corporativa e apolitica. Emerse quindi l’esigenza di raccordare i movimenti delle “due gambe” con cui l’organizzazione sindacale italiana aveva mosso i primi passi e a tale scopo nel settembre 1902 fu costituito a Milano il Segretariato generale della resistenza.

La direzione riformista. Controllato dai riformisti, il segretariato si rivelò un organismo inutile, privo di effettivo potere, incapace di assicurare un minimo coordinamento tra le varie strutture territoriali e di categoria. Quando nel 1905 la guida del segretariato passò nelle mani dei sindacalisti rivoluzionari, le federazioni a guida riformista decisero di costituire un nuovo organismo e ci riuscirono gestendo con abilità sia la fase preparatoria sia il congresso che portò alla nascita della Cgdl.

La confederazione nasceva con il compito di «disciplinare la lotta della classe lavoratrice contro il regime capitalistico della produzione e del lavoro». Era un’aspirazione destinata a rimanere tale, perché nei fatti le lotte più importanti e le conquiste più significative di quegli anni, come la riduzione a otto ore dell’orario di lavoro, furono il frutto dell’iniziativa delle categorie e delle strutture territoriali. La Cgdl ambiva piuttosto a proporsi come soggetto politico e interlocutore nei confronti dei pubblici poteri e con tutti i suoi limiti rispondeva comunque a una necessità vitale per il movimento operaio italiano.

La ricerca dell’unità. Di fronte a un padronato che veniva unificando i propri interessi e indirizzi, il sindacato non poteva restare frammentato, ma doveva tendere a un’unità strategica e organizzativa sul piano nazionale.«L’essersi i riformisti accorti di tale necessità – osserva lo storico del sindacalismo italiano, Adolfo Pepe – legittima il loro trionfo nel nuovo organismo; il non essere riusciti poi a strutturare su tali basi la Confederazione del lavoro e a dare a essa una linea politica che fosse il presupposto dell’unità sindacale del proletariato italiano, spiega il fallimento sostanziale che l’egemonia da essi esercitata sul movimento operaio doveva registrare».