Algoritmi e big data. Una nuova sfida per il sindacato

0
365

Al Lingotto di Torino i pensionati della Cgil non eleggono solo il futuro gruppo dirigente. Ma riflettono e discutono anche di alcune questioni cruciali che caratterizzano questo nostro momento storico. Algoritmi e innovazione tecnologica in primis. Già, perché il sindacato è chiamato ad interrogarsi su come i processi di produzione e l’organizzazione del lavoro siano cambiati, anche e soprattutto a ragione delle innovazioni tecnologiche che stanno cambiando radicalmente il nostro modo di lavorare e di vivere. Parola di Michele Mezza, giornalista di lungo corso, inviato Rai, tra i fondatori di Rainews 24. Con lui, sul palco dell’Auditorium del Lingotto di Torino, Giorgio Nardinocchi, direttore di LiberEtà. Mezza è autore di un libro dal titolo Algoritmi di libertà. La potenza del calcolo tra dominio e conflitto che spiega bene cosa ci sia dietro la tecnologia e come questa possa cambiare la politica e persino la democrazia. Del resto l’elezione di Donald Trump lo ha dimostrato chiaramente.

Ma Mezza parte dal lavoro. “La tecnologia intanto determina un cambiamento nella creazione di posti di lavoro. Se cinquanta anni fa i giovani scappavano in cerca di lavoro laddove c’era la fabbrica, oggi scappano dove c’è potenza di calcolo”, spiega. “E se la sinistra e il sindacato”, dice lo studioso, sollecitando la platea a conoscere sempre meglio questi processi, “non governano la potenza di calcolo, qualcun altro lo farà al posto nostro. E non deciderà solo cosa comprare e cosa mangiare. Ma anche cosa votare”. Ed è già accaduto.

Mezza non chiarisce solo i termini del problema, ma spiega in modo inequivocabile in che modo la questione dei big data sia assolutamente centrale nelle nostre vite e nelle nostre democrazie. “La selezione delle notizie che vediamo quotidianamente sui nostri computer non è frutto della nostra libertà, ma è qualcosa che chi gestisce i nostri dati crea appositamente per noi. L’algoritmo decide e seleziona per noi”.

In rete si può fare pressione sui cittadini, utilizzando i sistemi di profilazione e i data base. La gente può avere un’informazione individuale e clandestina perché sui social chi vuole comunicare qualcosa può inviare un messaggio ad hoc a singoli individui, personalizzando il messaggio in base al target. Insomma, “la potenza di calcolo permette di duellare con ogni singolo cervello individualmente”, dice Mezza.

È evidente allora come sia di fondamentale importanza conoscere i sistemi di calcolo e il funzionamento degli algoritmi. Altrimenti non saremo in grado di governare i processi. “Non possiamo tornare alle origini. Non avrebbe alcun senso. Ma siamo chiamati a governare i processi. In caso contrario, i proprietari di big data governeranno sempre di più noi, in toto”. Quello che Mezza invita a fare è ricostruire una partita negoziale proprio su questi nuovi terreni. “L’algoritmo non si negozia sui tempi di lavoro ma sui tempi di vita. E la confederalità è un elemento che garantisce che vengano tutelati non solo i tempi di lavoro ma anche i tempi di vita”.

Per spiegare meglio il concetto, Michele Mezza cita Di Vittorio a cui si chiedeva perché si occupasse di fabbrica, quando c’era da pensare ai braccianti. E lui rispondeva: “se non vinciamo contro i padroni dei padroni, non riusciamo a tutelare nemmeno i cafoni. “L’affermazione di Di Vittorio oggi è ancora più valida”, dice Mezza. “Oggi chi sono i padroni dei padroni? I detentori dei big data, i monopolisti della potenza di calcolo, i gestori degli algoritmi”.

Un esempio su tutti. Da qualche tempo i bambini a scuola devono seguire una nuova materia, che è la programmazione di codice. Beh, i corsi, in molte scuole, sono affidati a Microsoft. “Ma ci rendiamo conto?” dice Mezza. “Microsoft è il sistema cognitivo proprietario più regressivo che ci sia. Non sono queste dunque le basi per ricostruire un senso comune”. Insomma, se si affida a una grande azienda proprietaria una materia così importante per le nostre future generazioni, come si può parlare di cittadinanza digitale?

“Il popolo dell’innovazione non ha rappresentanza, non ha titolarità, e nessuno gli parla. Il sindacato gli deve parlare. Non deve abbandonarli. Gli si deve parlare, si deve dialogare. Solo un soggetto confederale può assumere questa responsabilità”, ribadisce Mezza. Insomma l’algoritmo e i big data non sono materie da esperti, è materia di lotta di classe e di valori.

Cosa fare allora concretamente? Per esempio chiedere che i big data siano pubblici e non proprietà di privati. E soprattutto creare nuovi terreni di negoziazione, sulla ricerca in primis. Ricerca come bene comune. Questa, secondo Michele Mezza, è la sola strada percorribile per poter rispondere adeguatamente alle sfide del nostro tempo.