A Peccioli, dove i rifiuti sono oro

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Il piccolo borgo in provincia di Pisa ha accettato anni fa la sfida di una discarica sul proprio territorio. L’immondizia è diventata una miniera d’oro che finanzia opere d’arte, eventi culturali, sostenibilità e welfare 

di Guelfo Guelfi

Siamo andati a trovarlo a casa Renzo Macelloni, classe 1950. È lui il sindaco di Peccioli, piccolo borgo adagiato sul territorio mosso della Val d’Era in provincia di Pisa. Appare come d’incanto: «Sotto la collina, dentro la collina…», descrive bene l’arrivo Luca Sofri, introducendoci nel libro del Touring Club controfirmato dal Comune di Peccioli. Si arriva, si entra nel parcheggio e si sale perdendo di colpo l’orientamento. Siamo arrivati da Renzo. Lo conoscevamo da anni e lo troviamo in forma: gentile, affabile, lucido e pronto alla prova.

Tanti anni fa, Renzo Macelloni si trovò a capo della sua comunità, in un momento molto particolare: si trattava di decidere se chiudere una vecchia discarica, oppure bonificarla e ingrandirla. Una grande, imponente discarica dove un giorno arrivarono centinaia di camion, nel mezzo di uno dei più bei paesaggi italiani. «Era una bella bega», dice in apertura della nostra conversazione. Poi alza lo sguardo, sorride: «Se non ci fossero le beghe, non ci sarebbe la via». Trent’anni fa il sindaco poteva soccombere o scommettere. Decise di scommettere. La discarica oggi è in grado di riciclare rifiuti indifferenziati e generare energia. Si tratta di un modello di economia circolare ma non solo, visto che l’impianto produce anche ricchezza: ben 4-5 milioni di euro all’anno investiti, tramite la società Belvedere Spa, in sostenibilità, cultura, arte, architettura, innovazione tecnologica e welfare. Un “rifiuto” che si trasforma in “risorsa”.

Un anfiteatro, l’attività culturale, le tante manifestazioni artistiche che testimoniano una cosa rara ma semplice: il bello vince. Renzo Macelloni lo sa, e quello che ha fatto a Peccioli ne è la dimostrazione. «I tempi che attraversiamo e quelli che abbiamo solcato fin qui non sono facili, assumono aspetti drammatici, impongono scelte non semplici. Il coraggio di assumere rischi. Dobbiamo avere un Gps nella testa. Un Gps veloce, capace. La scelta è sempre un progetto da perseguire. Su quello si va al confronto, alle domande che pone dobbiamo e abbiamo saputo fornire risposte condivise». A camminarci dentro, Peccioli è un corpo vivace che dell’armonia fa la sua cifra costante. La seconda parola è la cura: non potrebbe mostrarsi così bella se non fosse il frutto di una scelta condivisa, partecipata. «La resilienza di Peccioli è la manifestazione dei suoi cittadini. Due sono i segni che restano esposti allo sguardo di ognuno: il campanile e la discarica». Con questo piglio e questo spirito, Peccioli alla Biennale di architettura di Venezia fa mostra di sé, fa lezione a chi volesse guardarla e provare a emularla. Da 40 a 50 milioni di fatturato. Denaro pubblico, opere pubbliche, qualità sociale finanziata col “sudicio”.

A far da sentinella, ovunque si volga lo sguardo, arte contemporanea, testimonianza di un’opera collettiva che viene e si nutre dell’estro di mani che hanno origini diverse e vengono da lontano. L’arte si dispone a presidio del fatto; non di un orizzonte migliore, ma di un orizzonte disegnato bene, come meglio non si può, dice qualcuno. L’arte sorveglia e nutre. Mostra e chiama. È ragione e prova del successo. Daniel Buren, Remo Salvadori, Alicja Kwade, Patrick Tuttofuoco, Vittorio Corsini e tanti altri. Mi fermo qui, dandovi un consiglio: fate un giro a Peccioli, intrattenetevi in quei luoghi, passeggiate, mangiate pure e alla fine bevete un bicchiere di vino che da queste parti è anche buono.

Articolo pubblicato sul numero di maggio di LiberEtà Toscana. Per abbonarti alla nostra rivista, clicca qui