25 novembre. Il coraggio di Anna, una storia di salvezza

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Illustrazione Freepik

Questo è il racconto di una vita vera, la vita di una ragazza di appena vent’anni che abbiamo chiamato Anna. Vittima della gelosia morbosa e violenta del marito, non si è data per vinta, ha trovato la forza di reagire e ora è libera e serena, lavora e alleva i suoi due bambini al sicuro in una casa rifugio.

L’articolo è tratto dal numero di novembre di LiberEtà. L’intervista ad Anna è di Marica Guiducci.

Vita impossibile. Quando Anna ha lasciato il marito per la prima volta , la madre, il padre e i suoi quattro fratelli hanno accolto lei e i suoi due bambini a braccia aperte. Ma la paura della reazione le procurava un’ansia indicibile. Anna non viveva più. Racconta: «Dai miei genitori non riuscivo a dormire, ero sempre alla finestra per vedere se era là fuori. Mi ero allontanata da casa altre volte, ma tornavo sempre con lui nonostante mi sentissi minacciata. Il suo controllo a distanza mi opprimeva così tanto che prendevo i bambini e tornavo a casa». Sebbene abbia poco più di vent’anni, Anna è una donna pragmatica, piena di risorse, una che non si dà per vinta. La incontro al riparo di due cancelli elettronici in una casa rifugio dove vivono altre nove donne con i loro bimbi. Ci sediamo nel salottino di fianco alla cucina comunitaria e ricostruiamo la sua storia: «All’inizio non ero consapevole che la sua intrusione nella mia vita fosse un comportamento violento. Spesso noi donne rinunciamo a frammenti di libertà per tenere insieme la famiglia. Avevo vent’anni, non sapevo che mi seguisse, che avesse clonato il mio telefono o che avesse montato il Gps sulla mia auto per tracciare i miei spostamenti. Poi mi ha vietato di frequentare le amiche e obbligato a lasciare il lavoro, ero impiegata in un bar, ma secondo lui non era un lavoro per una ragazza seria. Finché sono arrivate le violenze fisiche».

La casa rifugio. Suo marito è diventato un’altra persona, completamente diversa dalla persona amabile dei primi tempi della loro conoscenza. «Quando ho scoperto la sua vera natura ero già incastrata nella relazione. Mi sono spaventata perché ero sentimentalmente legata. Pensavo di poterlo aiutare a superare la gelosia morbosa». Purtroppo, ogni tentativo di spiegazione va a vuoto. Lui ha la capacità sottile di insinuarsi a livello psicologico e farla sentire colpevole. Anna arriva al punto di non potere uscire di casa neppure per fare la spesa. Però qualcosa in lei scatta e trova la forza di rivolgersi ai servizi sociali e al centro Differenza donna per l’emersione della violenza sulle donne. Da un anno vive nella casa rifugio con i suoi due bambini. In attesa del processo per maltrattamenti, un reato grave che agisce nel caso in cui la violenza sia stata reiterata nel tempo, il giudice ha emesso nei confronti del marito un provvedimento di non avvicinamento di sospensione della paternità. Ha il permesso di vedere i figli solo in un luogo protetto alla presenza di un assistente sociale, questo perché nell’escalation di intimidazioni ha sequestrato la figlia di pochi mesi impedendo alla madre di vederla. Chiedo ad Anna se c’è stato qualcuno tra i suoi amici o in famiglia che aveva capito la condizione in cui viveva. «Mia madre aveva percepito che qualcosa non andava. Mi diceva di non riconoscere più in me la figlia socievole e solare che conosceva bene, mi diceva di vedere che vivevo nella paura». Eppure Anna, non riusciva a confidare a nessuno le violenze e il clima di intimidazione, perché era «convinta che sarei riuscita a cambiarlo. Non volevo metterlo in cattiva luce e sentirmi dire da un’amica o dalla mia famiglia di lasciarlo. Mi rendevo perfettamente conto di non essere pronta». Ero diventata un oggetto. Poi qualcosa è scattato e ha trovato finalmente gli appigli che l’hanno aiutata a superare la paura e il muro di silenzio che la circondavano. «Sentivo di subire un’ingiustizia e di non meritarlo né come donna né come persona. Gli uomini violenti ti annullano. Possono ammaliarti con le parole, e subito dopo picchiarti. La frase tipica era “guarda cosa mi hai fatto fare”.

Ero diventata un oggetto. Non esprimevo un parere perché temevo le conseguenze. Camminavo con lo sguardo a terra per non scatenare la sua gelosia. Mi guardavo i lividi sul volto e mi chiedevo, perché gli stai permettendo di farti questo? E poi mi ha sostenuto l’affetto per i miei figli». Il bambino più grande ha appena due anni ma percepisce il clima di intimidazione. Durante le scenate cerca di attirare l’attenzione del padre con balletti e giochi per farlo smettere di urlare e, con le poche parole che conosce, difende la mamma.

Un pensiero fisso. «Quando abbiamo scoperto che il figlio che aspettavo era una femmina ha iniziato a imprecare, sarebbe stata un’altra persona da controllare. Così come gli era toccato, a suo parere, di controllare la sorella. Lui era nato in una famiglia radicalmente sessista e patriarcale. Anche suo padre era un uomo violento e controllante. Quando è nata la bambina ho trovato la determinazione per mettere fine al mio matrimonio. I miei pensieri fissi erano: che uomo sarebbe diventato mio figlio e che vita avrebbe avuto la bimba appena nata». Nonostante Anna potesse contare sulla sua famiglia di origine, ha deciso di rivolgersi a un centro antiviolenza. «Allontanarsi da casa o anche un periodo di separazione non bastano, rimani nel raggio d’azione del tuo ex. Vivere in una struttura protetta significa mettere te stessa e i tuoi figli in sicurezza. Quando sono arrivata nella casa rifugio ho iniziato a dormire la notte. L’accoglienza a livello psicologico ed emotivo, e il confronto con altre donne vittime di violenza poi cambia completamente la prospettiva con la quale guardi al futuro».

La libertà riconquistata. Anna ha un volto affilato e bello, l’esperienza che ha vissuto non è riuscita a scalfire il suo giovanile ottimismo. Oggi è libera ed economicamente autonoma. Prende tra le braccia i suoi bambini e mi consegna un messaggio. «Ciò che blocca le donne vittime di violenza è sentirsi sole, pensare che stia accadendo soltanto a loro e perché hanno fatto qualcosa di sbagliato. Non è vero, ci sono tante altre donne nella medesima situazione e questo ti dà il coraggio di iniziare una nuova vita».