A dieci anni dalla scomparsa di Pietro Ingrao, l’Acquario romano ha ospitato una mattinata di riflessione civile e politica che ha riunito il mondo della cultura, del sindacato e della sinistra italiana. L’iniziativa, promossa dallo Spi Cgil nazionale e significativamente intitolata “10 anni senza Pietro Ingrao. Vogliamo ancora la Luna”, ha riportato al centro del dibattito pubblico l’eredità di una delle figure più complesse e visionarie del Novecento, capace di tenere insieme rigore intellettuale, passione politica e una continua tensione verso il nuovo.
Celeste Ingrao, fuglia di Pietro Ingrao, ha aperto la giornata ringraziando tutte le persone e le realtà che, in occasione del decennale della morte di suo padre, hanno sentito il bisogno di ricordarlo. Un bisogno diffuso, ha detto, che nasce dal desiderio di ritrovare una storia e un’identità in un momento duro, che spesso appare senza speranza. Ma questo ritorno alla memoria, ha aggiunto, non riguarda solo Pietro Ingrao: lo dimostrano il successo del film su Berlinguer o le iniziative dedicate a figure come Bruno Trentin. Per Celeste, la memoria è indispensabile, ma va trasmessa in modo da non diventare nostalgia. Lei stessa, “una vecchia signora e una vecchia comunista”, riconosce la nostalgia di un tempo in cui era giovane, di un padre che non c’è più, di un partito che pure sapeva far arrabbiare. Ma il compito di chi ha vissuto quella stagione – ha detto – è aiutare soprattutto i giovani a immaginare un futuro di cambiamento. Con un giudizio severo, ha osservato che la generazione oggi alla guida della politica non è riuscita a raccogliere davvero l’eredità di chi l’ha preceduta. Ma vede affacciarsi una generazione nuova: i giovani che si stanno mobilitando, ad esempio, per Gaza. Saranno loro a doversi inventare forme nuove di partecipazione e di politica; chi ha alle spalle un’altra storia può solo offrire la propria memoria come strumento per immaginare il futuro.
«Ricordare Pietro Ingrao non è un esercizio di nostalgia ma un modo per guardare avanti, sapendo da dove veniamo». È partito da qui l’intervento di Stefano Landini, segretario organizzativo dello Spi nazionale. Per Landini il nostro tempo non vive «una semplice discontinuità», ma «un vero cambio d’epoca», segnato da guerre «nel mare di casa nostra», dalla «notte delle democrazie» e da disuguaglianze che «dividono ormai ricchi e poveri in mondi separati». La possibilità di «ripiombare in una guerra globale» e «l’impoverimento della politica» producono un clima in cui «gli esclusi cedono pezzi di libertà in cambio di protezione», una dinamica che definisce «una pessima notizia per tutti noi». Landini ha richiamato alla memoria le grandi fratture del Novecento: «la lotta di liberazione, il sogno di Spinelli, il monito di Primo Levi, il Vietnam, la caduta del Muro, Gorbaciov, Mandela, Martin Luther King», ma anche «Piazza Fontana, Bologna, Piazza della Loggia, via Caetani e il corpo di Moro in quella Renault rossa», l’apice di una tragedia che cambiò il corso della storia politica italiana. Eppure – ha osservato – quegli spettri tornano «in forme nuove»: «imperialismo, culto del leader, nazionalismo, dazzi, populismo, genocidi, due guerre vicine a casa, debolezza degli organismi sovranazionali, spregio del diritto internazionale». In questo scenario, qualcosa di inatteso è accaduto: «Ragazzi cresciuti nel tempo dei “mi piace”, non militanti, provenienti da mondi diversi, hanno riempito le piazze con le bandiere della pace». Giovani che hanno gridato «nomi di luoghi che molti non avrebbero saputo collocare sulla carta geografica», mossi da traiettorie «indecifrabili nell’abecedario del Novecento». La loro presenza è stata «una frattura»: «I nativi digitali hanno provato a uscire dalle loro bolle e a mettersi in cammino».
Un sussulto che Landini legge come un risveglio di coscienza, proprio quando «viviamo il paradosso della massima connessione digitale e del minimo storico di connessione sociale». «La rete spesso ci usa più di quanto noi usiamo lei», afferma, e ciò che vediamo non è «un rivolgimento sociale continuo, ma l’esaurimento di un’epoca». Da qui la domanda decisiva: «La libertà esiste senza giustizia sociale?». La risposta, per Landini, è la stessa di Ingrao, che richiamava Marx: «Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma la loro condizione sociale che determina la coscienza». Se i bisogni di giustizia non vengono ascoltati, «la democrazia rischia di soccombere» e il terreno culturale torna a essere «il luogo dell’egemonia». L’ignoranza, ha sotolineato, «si diffonde come un virus», generando rifiuto della cultura, della storia e delle radici europee. Da qui la difficoltà ad accogliere chi migra: «Abbiamo rimosso le radici del nostro continente, che è stato ed è terra di transumanza». Il populismo, ha aggiunto, «ha una falsa radice di popolo»: il disprezzo dello straniero serve a «incanalare la rabbia degli ultimi verso i penultimi, lontano dai piani alti». Accanto all’analisi politica, il segretario ha denunciato una deriva istituzionale: «Le democrature sono finte democrazie senza pesi e contrappesi». In Italia si assiste anche al tentativo di «riscrivere il passato: è in corso una sanatoria dell’identità e della memoria, una sorta di Alzheimer collettivo». La Costituzione, ha detto, «diventa una pietra d’inciampo per chi dovrebbe difenderla». Rievocando la qualità della classe politica del Novecento, Landini ha parlato del «deficit di reputazione» della politica attuale, colpita dal «non voto reiterato» e dalla scomparsa dei partiti radicati sul territorio, pilastri dell’intelaiatura democratica.
In questo contesto, le leghe dello Spi rappresentano «un piccolo esempio di andare contromano»: «Sono 1.500 presìdi quotidiani, spesso in luoghi dove non c’è più il medico da anni e la farmacia da non si sa quanto. Ma c’è quella lega, un posto dove ci sporchiamo le mani con le fatiche del vivere quotidiano». Landini ha ricordato poi la crisi della sinistra, dall’opposizione alla svolta della Bolognina alla dispersione di un patrimonio politico e umano «mai più ritrovato nel mutare delle sigle». Per recuperare gli astenuti «bisognerebbe smetterla di rincorrere parole altrui, ripartire dai nostri valori e ridare un senso alla parola sinistra». La sinistra, ha affermato, deve tornare a «essere popolare senza essere populista». E qui torna l’insegnamento di Ingrao: «Dobbiamo mantenere, anche con la nostra carta d’identità datata, quella capacità di impicciarsi, come sollecitava Pietro. È una preziosa eccezione in un tempo in cui le coscienze inquiete sono rare». Un invito a «continuare ad amare l’umanità abbastanza da volerla cambiare», senza piegare la storia «sbianchettando ciò che non piace». Per Landini, «con chi nasce dalla storia dei missini non può esserci nessuna memoria condivisa». Il segretario ha citato poi il lavoro, un tempo «sinonimo di cittadinanza e integrazione» e oggi «povero, frammentato, senza rappresentanza». E i giovani, «che se ne vanno per necessità» e che pure «sono tornati nelle piazze non per ideologia ma per coscienza».
Per concludere, Stefano Landini ha voluto condividere un ricordo personale di Pietro Ingrao, sottolineando il lato umano e l’autenticità del dirigente comunista: «Pietro Ingrao venne nella mia fabbrica il 5 gennaio del 1979. Arrivò in treno, in una giornata di grandissima nevicata, e rimase due giorni, non era previsto. Quel capannone ospitava 5.000 lavoratori stipati e, nonostante molti non partecipassero mai alle assemblee, si percepiva un senso di riconoscimento unanime. La presenza anche della direzione aziendale non era un atto di deferenza verso il presidente della Camera, ma un rispetto per l’uomo, per la persona, e per noi un orgoglio: un riscatto, insomma, vedere uno di noi alla guida dell’istituzione più importante del Paese». Landini ha raccontato un gesto rimasto nella memoria: «Ingrao chiedeva a ciascun lavoratore della loro vita, dei figli, era incuriosito dalle storie personali. E ricordo ancora il suo umorismo e la sua semplicità: pur essendo presidente della Camera, si mise un maglione pesante consigliatogli dai lavoratori, e il giorno dopo, vedendoci tutti in giacca e cravatta come nelle occasioni ufficiali, commentò con un sorriso: “Sembrate tutti i presidenti della Camera”. Ci siamo riconosciuti in lui con orgoglio, come uomini e donne che cercano nella politica e nella vita quotidiana valori autentici. Questo insegnamento ci accompagna ancora oggi: ascoltare, rispettare, essere vicini alle persone, senza barriere, senza formalismi. È un’eredità che dobbiamo continuare a portare nel nostro tempo». La conclusione è un appello politico e civile: «Serve un nuovo contratto sociale, un’agenda che non possiamo rimandare». E un auspicio per il prossimo congresso della Cgil: «Accompagnare il fascino del volo con la concretezza dell’atterraggio. Per un sindacato questo è essenziale: le battaglie si vincono o si perdono, e se succede la seconda bisogna ripartire da se stessi, senza alibi». «Un Paese senza storia», ha concluso Landini, «sarebbe un Paese senza anima».
La parola poi è passata a Francesco Palaia, responsabile Politiche della memoria dello Spi Cgil nazionale, che è intervenuto con una relazione che ha intrecciato memoria personale e riflessione politica per restituire la complessità di Pietro Ingrao. Palaia ricorda il primo incontro con lui nel 2002, all’indomani del G8 di Genova, quando le parole di Ingrao – «Non avere paura delle sconfitte perché a ogni sconfitta segue una nuova battaglia» – divennero un orientamento etico per una generazione ferita. Palaia spiega che la grandezza di Ingrao sta nel suo essere stato un punto di congiunzione tra rappresentanza politica e sociale del lavoro. Per Ingrao, infatti, il lavoro è l’elemento qualificante della democrazia e il conflitto ne è una condizione vitale, uno strumento per “far respirare la Costituzione”. La sua adesione al comunismo nasce da un “groviglio di sentimenti”: il rifiuto dell’ingiustizia, della violenza e della sopraffazione. Una scelta radicale, maturata nell’antifascismo clandestino e alimentata dalla convinzione che si milita per gli altri ma anche per sé stessi, per placare ciò che «ti attraversa e scuote nel profondo». Ricorda poi come Ingrao abbia incarnato una tensione costante tra fede e dubbio, un’eredità politica che ha educato un’intera generazione a costruire “congiunzioni”, a mettere in relazione differenze e conflitti senza rinunciare alla propria radicalità. Il dubbio, lungi dall’indebolire la fede politica, ne allarga la prospettiva: è ciò che gli permise di vedere prima e più in profondità i cambiamenti del suo tempo
Tra gli snodi ricordati, Palaia sottolinea il celebre confronto all’XI Congresso del PCI nel 1966 con Giorgio Amendola, quando Ingrao denunciò l’inadeguatezza del partito rispetto a una società in rapido mutamento e rivendicò la necessità del dissenso come pratica politica Ampio spazio è dedicato alla riflessione sul lavoro, che Ingrao inseguì lungo tutto il Novecento: dalla fabbrica fordista al postfordismo, dalla robotizzazione ai nuovi processi produttivi. Ingrao colse con anticipo le trasformazioni del capitalismo e le ricadute sulla persona e sulla democrazia, denunciando la precarizzazione neoliberista e difendendo il principio costituzionale secondo cui il lavoro fonda la libertà e la dignità umana. Negli anni Ottanta e Novanta, la sua critica si allargò ai nuovi assetti globali, all’egemonia della finanza, ai limiti del Trattato di Maastricht e alle derive tecnocratiche, che a suo avviso minacciavano l’equilibrio democratico e la centralità dei diritti sociali. Di fronte allo smarrimento della sinistra dopo la caduta del Muro, Ingrao richiamò la necessità di ritessere un legame profondo tra masse e potere, tra partecipazione e istituzioni.
«Nell’ultima fase del suo percorso – continua Palaia – Ingrao approfondì il tema del tempo di vita, proponendo una nuova idea di lavoro che non fosse solo produttività, ma spazio umano, cura, lentezza e perfino “ozio” nel suo valore più pieno. La sua attenzione si rivolse anche alle lotte femministe, ai temi ecologici, al reddito minimo garantito, al rapporto uomo-macchina e alla necessità di un nuovo equilibrio tra vita, tecnologia e diritti». Palaia ha concluso indicando il vero lascito di Pietro Ingrao: non essere ossessionati dalla vittoria, non arrendersi mai alla sconfitta, perché nessun avversario è invincibile. Ed è proprio nella compagnia degli “umili”, come ricordano i versi amati di Umberto Saba, che il pensiero si fa più puro, là dove la vita incontra le sue contraddizioni più dure.
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Landini ha poi aperto il confronto che, nel corso della mattinata, ha visto alternarsi interventi di protagonisti e testimoni di una stagione politica segnata anche dalla presenza di Ingrao: Luciana Castellina, Carlo Leoni, Arturo Scotto, Walter Tocci, Vincenzo Vita e Nichi Vendola.
Carlo Leoni, già Vicepresidente della Camera dei deputati, è interventuo per primo e ha riflettuto sul valore della “nostalgia” verso una stagione politica segnata da figure come lui. Ricorda il periodo in cui Ingrao fu Presidente della Camera (1976–79), sottolineando come, in soli tre anni, lasciò un’impronta profonda nell’istituzione: rafforzò la centralità del Parlamento ma dentro una rete viva fatta di assemblee territoriali, cittadini organizzati, lavoratori e saperi sociali. Ha citato il celebre discorso di insediamento di Ingrao e l’assemblea alle acciaierie di Terni per i 30 anni della Costituzione, esempio della sua idea di un Parlamento radicato tra operai e movimenti reali. Ha ricordato poi l’episodio del 1953, quando Ingrao entrò ferito in Aula durante le proteste contro la “legge truffa”: un simbolo del ruolo del Parlamento come presidio democratico legato ai conflitti sociali. Il suo intervento si è chiuso sottolineando il carattere innovatore di Ingrao, mai conservatore, capace di leggere le trasformazioni e di anticipare le minacce alla democrazia. La sua radicalità pacifista parlava soprattutto ai più giovani. «Oggi – ha detto Leoni – avrebbe guardato con speranza ai ragazzi che riempiono le piazze per chiedere pace in Palestina».
Arturo Scotto, deputato del Partito Democratico, ha ricordato l’attualità del pensiero di Pietro Ingrao, ribadendo che «la nostalgia non è un ripiegamento, ma una spinta a fare meglio». Ha richiamato la centralità della pace e il rifiuto della guerra, «non come retorica, ma come scelta politica», denunciando la corsa al riarmo e la perdita del ruolo dell’Europa come spazio di pacificazione. Ha sottolineato che «indignarsi non basta», riprendendo il messaggio di Ingrao alle giovani generazioni, e ha valorizzato il suo impegno riformatore «per un Parlamento forte e una democrazia realmente partecipata». Ha poi sottolineato l’attualità del messaggio di Pietro Ingrao: la pace come scelta politica, la critica alla corsa al riarmo e la difesa dell’articolo 11 della Costituzione. Ha richiamato le mobilitazioni dei giovani, da Genova a Gaza, come conferma della necessità di un impegno civile capace di trasformare l’indignazione in azione politica. Ha infine ricordato il contributo riformatore di Ingrao e il suo richiamo permanente al ruolo centrale del Parlamento e della democrazia partecipata.
Vincenzo Vita, presidente Aamod ha ricordato il valore dell’Archivio audiovisivo del Movimento Operaio e il ruolo insostituibile delle immagini nel raccontare la storia: «le immagini ci fanno vedere i corpi, le atmosfere, la verità di un’epoca». Ha richiamato sequenze emblematiche dell’XI congresso, dove «Ingrao veniva applaudito dal partito ma ignorato dalla presidenza», segno plastico del conflitto interno. Ha definito Pietro Ingrao «un grande dirigente politico, non solo un intellettuale», capace di allargare il senso stesso della politica e di leggere con lucidità i mutamenti sociali e del lavoro. Ha infine sottolineato «l’attualità impressionante» delle sue idee e il bisogno, oggi, di recuperare quello sguardo critico e profondo anche sulle nuove tecnologie.
Luciana Castellina, presidente onoraria di Arci nazionale ha ricordato un aspetto poco noto della formazione di Pietro Ingrao: il suo passaggio al Centro Sperimentale di Cinematografia negli anni Trenta, dove – grazie al critico tedesco Rudolf Arnheim, rifugiato in Italia – scoprì una cultura popolare capace di essere anche antifascista. Un’esperienza che contribuì a preparare lui e altri giovani al salto nella Resistenza. «Togliatti – ha spiegato Castellina – capì l’importanza di quella generazione cresciuta nel fascismo ma non fascista, tanto che nel gruppo dirigente del nuovo Pci entrarono tre figure provenienti proprio dal Centro Sperimentale: Ingrao, Alicata e Lizzani». Il video mostrato all’inizio della giornata, con Ingrao tra la gente, è per Castellina la sintesi dell'”ingraismo”: l’idea che la politica non sia solo istituzioni, ma radicamento nei quartieri e nella società civile. Una visione che lo portò a sostenere nuove forme di democrazia di base, oggi più attuali che mai di fronte alla crisi della partecipazione. Castellina ha infine ricordato un testo di Ingrao e Lucio Magri, scritto per il XVII congresso del Pci e quasi mai reso pubblico, che riorganizza in modo organico questo pensiero e che, ha detto, meriterebbe di essere ripubblicato.
Walter Tocci, senatore del Partito Democratico, ha ricordato Pietro Ingrao offrendo «due possibili letture della sua opera»: quella del «sognatore minoritario» e quella del dirigente capace di «pensare come se fosse in maggioranza anche quando era in minoranza». Tocci ha rivendicato questa seconda interpretazione come decisiva per capire la storia del Pci: «Ingrao non è stato soltanto il poeta del dubbio, ma un protagonista dei grandi snodi politici, da Togliatti al dibattito sul neocapitalismo» Ha ricordato il ruolo di Ingrao direttore dell’Unità, capace di farne «l’organo delle masse popolari», e le sue posizioni nei momenti cruciali del partito, dal Comitato centrale del 1961 al dibattito sulle trasformazioni del capitalismo italiano: «Vedeva prima di altri i rischi e le opportunità del miracolo economico». Tocci ha poi ripercorso le alternative mancate degli anni ’60 e ’70, sostenendo che «o avevano ragione gli ingraiani o gli amendoliani: erano le uniche due vie possibili per l’avvenire della sinistra». L’incapacità di scegliere una delle due, ha detto, ha pesato sul rapporto con il sindacato, sui movimenti giovanili e sul modello di sviluppo del Paese. In chiusura, ha richiamato la lezione più attuale di Ingrao: «La complessità. Il PCI è stato di più dei suoi errori: un mosaico in cui le tessere, splendide o spezzate, compongono un’opera collettiva che ancora parla alle nuove generazioni».
Nichi Vendola, presidente di Sinistra Italiana, ha ringraziato lo Spi per l’iniziativa e ha richiamato la necessità di una battaglia culturale contro «l’idea della vecchiaia come malattia» e contro «l’espulsione degli anziani dalla vita domestica e urbana». Parlando di Pietro Ingrao, Vendola ha ricordato “una provocazione morale e intellettuale che dura da una vita” e ha posto due domande decisive: «Come può una storia durata così a lungo continuare a parlarci?» e, allo stesso tempo, «come ha potuto quella comunità straordinaria sciogliersi in un soffio?». Vendola ha definito Ingrao come colui che rifiutava «la politica come sfera separata dalla vita», e ha indicato l’“eresia dell’ingraismo” non nella rottura rituale del partito, ma «nel modello di analisi che smaschera il capitalismo italiano e le sue diseguaglianze strutturali». Ha infine richiamato l’attualità del suo insegnamento: «Non fare dell’ingraismo una retorica: è una tendenza culturale, un modo per riconnettere la politica alle domande di senso e alla complessità del mondo».
In chiusura della giornata dedicata a Pietro Ingrao, Tania Scacchetti, segretaria generale dello Spi Cgil, ha posto l’accento sul valore della memoria e della nostalgia, «quel rimpianto di storie come quella di Ingrao, di uomini e donne che sono stati gettati nella politica dalla storia e hanno saputo trasformarla in storia della loro comunità». Riflettendo sulle sfide del presente, Scacchetti ha sottolineato la difficoltà della sinistra e del sindacato a rinnovarsi: «Questo è un tempo di grandi interrogativi sui temi della partecipazione, del conflitto, della militanza. Non basta analizzare le sconfitte: dobbiamo anche affrontare l’incertezza delle strade che dobbiamo percorrere». Al centro del suo intervento, il pensiero di Ingrao e il ruolo del dubbio come «forma e motore del tentativo di trovare soluzioni», utile per orientare l’azione sindacale in un’epoca in cui «le persone non si riconoscono più in una classe, anche quando ne fanno parte». Scacchetti ha richiamato l’attenzione sui grandi mali del nostro tempo: «Uno è l’assenza di pensiero, l’altro è la solitudine. È fondamentale coltivare riflessione e vitalità intergenerazionale, mettere a disposizione il nostro pensiero per evitare di dare continuità a un’epoca senza pensiero». Chiudendo, ha ribadito l’importanza di dare struttura politica e senso di partecipazione alle nuove generazioni, «per continuare a voler ancora la Luna», valorizzando la democrazia, l’azione collettiva e la militanza quotidiana.










