Febbraio 1945: le donne possono votare

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Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Il primo febbraio 1945 è una data epocale nella lunga strada verso l’eguaglianza di genere in Italia. Diversamente da come molti credono, la prima occasione di voto per le donne nel nostro paese, non fu il referendum del 2 giugno 1946, tra monarchia e repubblica, ma le elezioni amministrative del mese di marzo dello stesso anno.
Tutto è iniziato il primo febbraio 1945, settantasei anni fa, quando il governo del Comitato di liberazione nazionale, presieduto da Ivanoe Bonomi, emana il Decreto 23, con il quale il diritto di voto viene esteso a tutte le donne maggiorenni. Le uniche escluse erano le minori di 21 anni e le prostitute.
Tuttavia, il decreto non prevedeva l’elettorato passivo: le cittadine italiane, cioè, avevano ottenuto il diritto di andare alle urne, ma non di essere elette. Fu grazie al repentino intervento e alle battaglie dell’Unione delle donne italiane (Udi), che nel giro di qualche mese fu varato un altro testo e l’altra metà del cielo conquistò i pieni diritti politici.

La nuova legge diede subito i suoi frutti. Nelle elezioni amministrative le donne furono chiamate alle urne in 436 comuni e la loro affluenza superò l’89 per cento. Circa duemila candidate vennero elette nei consigli comunali (soprattutto nelle liste di sinistra) e due donne – Ada Natali (a Massa Fermana, Marche) e Ninetta Bartoli (a Borutta, Sardegna) – furono le prime sindache dell’Italia liberata dal fascismo.