Un lavoro contro la violenza di genere

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Un’intesa tra comuni dell’Alto Tevere, in Umbria, sindacati e Confindustria ci fa capire che alla vittime non basta solo la solidarietà ma servono azioni concrete, a partire dall’occupazione. Affinché la violenza maschile non si traduca anche in uno svantaggio sociale

Un lavoro per uscire dal tunnel della violenza di genere e assicurare alle vittime l’indipendenza economica. Affinché la violenza maschile non si traduca anche in uno “svantaggio sociale” permanente.

Da questo presupposto nasce un esperimento nell’area dell’Alto Tevere, in Umbria che ha messo insieme 8 comuni della zona con Cgil, Cisl e Uil da un lato e Confindustria dall’altro, oltre all’Arpal, l’Agenzia che si occupa di politiche attive del lavoro in Umbria.

I contenuti del protocollo
Il protocollo sottoscritto prevede che i servizi sociali del Comune di Città di Castello (capofila di zona), su indicazione del centro antiviolenza “Medusa”, gestito dall’Associazione Liberamente Donna Ets, segnaleranno ai centri per l’impiego di Arpal le donne residenti negli otto comuni dell’Alta Valle del Tevere che hanno avviato un percorso di uscita dalla violenza e per le quali si ritiene opportuno chiedere l’inserimento lavorativo.

La firma del protocollo, con il sindaco di Città di Castello Luca Secondi, la segretaria dello Spi Cgil Alto Tevere Patrizia Venturini, il rappresentante di Confindustria Raul Ranieri, le assessore Benedetta Calagretti e Patrizia Guerri 

Si aprirà quindi un’istruttoria per la valutazione delle competenze professionali, delle esperienze lavorative e delle attitudini, dopodiché Arpal proporrà alle aziende del territorio l’inserimento lavorativo delle persone selezionate in base ai profili richiesti.

Cgil, Cisl e Uil avranno il compito di sensibilizzare le imprese sui contenuti ed opportunità del progetto, di supervisionare il rispetto dei contratti di lavoro e di promuovere forme di collaborazione che tengano conto delle fragilità legate ai vissuti di violenza. Confindustria si farà carico di sensibilizzare i propri partner su contenuti e opportunità del progetto, ma anche di comunicare le necessità lavorative che possano essere prese in considerazione.

Un lavoro di raccordo che in realtà sarebbe già iniziato e che ha visto emergere le prime disponibilità da parte di aziende del comprensorio dell’Alta Valle del Tevere.

I numeri delle violenze
I numeri delle violenze in Umbria sono alti. Parliamo di 3700 donne accolte negli ultimi 10 anni solo dai centri antiviolenza di Perugia e Terni. Parliamo di 36 nuovi casi presi in carico dal Centro comunale antiviolenza “Medusa” di Città di Castello (meno di 40mila abitanti) nei primi 10 mesi dell’anno. “Spesso la dimensione reale di questo fenomeno non è chiara all’opinione pubblica, nonostante il quotidiano stillicidio dei femminicidi – commenta Maria Rita Paggio, segretaria generale della Cgil dell’Umbria – per questo il protocollo siglato a Città di Castello è davvero importante”.

La sindacalista la rilevanza dell’iniziativa sta nel fatto che rappresenta “un esempio virtuoso di rete tra istituzioni, centri antiviolenza e forze sociali che, partendo dal fondamentale diritto al lavoro come strumento di emancipazione, dà una risposta concreta ad un problema che dobbiamo sentire tutte e tutti come nostra assoluta priorità”.

Solidarietà ma non solo
Accanto alla Cgil, ha fatto molto affinché si arrivasse alla firma, lo Spi Cgil Alto Tevere. “Con questa intesa – sottolinea Patrizia Venturini, segretaria dello Spi Cgil Alto Tevere – andiamo oltre andiamo oltre la semplice solidarietà alle vittime di violenza -alle quali offriamo la concretezza di una rete di comunità tra pubblico e privato, in grado di offrire una reale via d’uscita da un vissuto di maltrattamenti e soprusi”.

Venturini, che ha sottoscritto il protocollo insieme a Fabrizio Fratini (Cgil Alto Tevere e Spi Cgil Perugia), Vanda Scarpelli (Cgil Perugia) e Barbara Mischianti (Cgil Umbria), sottolinea “l’unicità di un’intesa che mette insieme Comuni, sindacati e rappresentanze datoriali di un territorio, laddove le uniche esperienze analoghe note nel nostro Paese hanno riguardato finora singole realtà aziendali”.