Al pregiudizio che li vuole poco inclini all’impegno politico e sociale, un gruppo di giovani romani risponde con progetti sul territorio rivolti alla riconquista di spazi abbandonati. E tra le altre cose hanno dato vita a un giornale di carta, un’iniziativa editoriale decisamente controcorrente nell’erà di internet e dei social network. Abbiamo cercato di conoscerli meglio.

Un cantiere aperto. Scomodo è un giornale di carta, ma domani potrebbe essere un luogo di promozione sociale e culturale. Chi lo sa. Il quartier generale della rivista studentesca under 25 sembra un cantiere aperto. Da cinque anni fa discutere di sé per l’intelligenza delle inchieste poco convenzionali e per l’irriverenza di quelle che vengono chiamate “Notti scomode”, ovvero i blitz notturni nei “luoghi dell’abbandono” di Roma. Dopo i mesi della chiusura forzata, gli ambienti che lo ospitano brulicano di ragazzi giovanissimi: alcuni indaffarati in lavori di carpenteria, altri presi a sistemare le aiuole del “giardino verticale” all’ingresso dello stabile.

Un palazzone occupato. La redazione del giornale impegna soltanto una parte dei garage dello “Spin Time”, il palazzone ex Inpdap, a pochi passi dalla basilica di Santa Croce in Gerusalemme, occupato nel 2013 da centinaia di famiglie senza casa. Nello stanzone d’ingresso, un tavolo da ping pong e un biliardino tengono il centro della scena. Gli arredi, le poltrone di fogge diverse, i divanetti, gli scaffali pieni di libri arrivano dai luoghi più impensati. Dalla contigua sala studio, si accede a un ambiente colmo di poltroncine da cinema già in parte disposte. «Queste – spiega Pietro Forti, 23 anni, uno dei veterani della rivista Scomodo – arrivano da un cinema marchigiano che, prima di chiudere, ha risposto al nostro appello. Avevamo bisogno di mobili e arredi e siamo stati sommersi di cose arrivate dalle cantine di mezza Italia».

Sporcarsi le mani. Gli spazi sono stati progettati con una gara di architettura lanciata nelle università della città, ma a fare materialmente i lavori sono stati centinaia di studenti medi e universitari che ruotano attorno alla rivista. Al facile cliché degli “sdraiati” i ragazzi di Scomodo rispondono “sporcandosi le mani” nel senso nobile dell’espressione. Forse non avranno l’afflato rivoluzionario dei loro coetanei di quaranta o cinquant’anni fa, ma l’impegno è altrettanto radicale e sa di cose realizzate e altre da realizzare, e di smarcamenti dai luoghi comuni con i quali noi adulti vogliamo incasellarli. Anche facendo o dicendo cose “scomode”.

La rivista nasce nel 2016, dalla testa di Tommaso Salaroli ed Edoardo Bucci, due studenti che frequentano un liceo del centro città ma si allarga in poco tempo agli istituti di periferia. Il proposito è subito altisonante: dare vita a un periodico che non sia soltanto un progetto editoriale ma un vero e proprio movimento culturale. I due spiegano l’origine del nome: «Già allora sentivamo la profonda necessità di qualcosa, nel mondo dell’informazione, che partisse con l’intento di essere in controtendenza. Era un bisogno abbastanza primordiale, e ancora oggi scopriamo elementi della nostra attività che sono scomodi per qualcosa o qualcuno! Quindi se da una parte chiamare il giornale Scomodo era il nostro modo di dire “rendetevi conto sin da subito che quel che leggerete parte da un presupposto diverso”, oggi per noi il nostro nome funge da campanello d’allarme quando sentiamo che ci stiamo un po’ adagiando sull’essere una realtà sociale ed editoriale un minimo conosciuta ». La prima copertina venne disegnata da Zero Calcare, alla quale seguirono quelle firmate da Makkox, Altan, Pablo Delcan, Vauro, Fabio Magnasciutti.

Il paradosso della carta. La storia di Scomodo inizia con un paradosso: i ragazzi della “Generazione Z”, nati a cavallo tra la fine del Novecento e i primi anni Duemila, nativi digitali e “sempre connessi” per definizione, decidono di investire il loro tempo in un giornale di carta. «Non ci piace quello che vediamo in rete: troppa disinformazione, un flusso indistinto dal quale è difficile venire fuori. Il giornale di carta era il modo migliore con il quale arrivare a un’informazione con una visione, insieme più lenta e riflessiva», spiega Pietro. All’inizio l’opposizione alla rete è frontale. Ma con la pandemia, i ragazzi di Scomodo scendono a patti con il web e creano un loro sito. «Stiamo cercando ancora la nostra strada per rendere i social network dei luoghi abitabili», ammette. Ma non perdonano ai grandi giornali l’eccessiva permeabilità al potere politico ed economico: «La grande informazione è dominata da editori “impuri” – dice – ed è più funzionale a preservare l’ordine esistente che a dare spazio al punto di vista giovanile».

Il progetto si allarga. Oggi alla rivista contribuiscono con le loro idee centinaia di collaboratori sparsi in tutta Italia. La scaletta arriva dopo estenuanti ore di discussioni, tira le fila una nutrita pattuglia di “responsabili”. I temi trattati sono tutti quelli che può partorire il coraggio un po’ guascone di un ventenne: dalla guerra in Donbass alla pace a rischio in Etiopia, dalle elezioni americane all’analisi dell’informazione e del governo dei social media. Fino alle sortite su argomenti scabrosi come la salute mentale, la censura o la vita nelle Vele di Scampia. Da Roma, sede della redazione principale, la sfida si è estesa a Milano, Torino, Napoli, dove da poco si è aperta una nuova redazione.

Notti scomode. Per finanziarsi, Scomodo organizza le cosiddette “Notti scomode”: notti bianche della cultura in luoghi simbolo, solitamente inaccessibili e dimenticati della città, che vengono “ristrutturati” per l’occasione. In quattro anni, 350 iniziative hanno coinvolto più di sessantamila ragazzi. Lo scopo è quello di riconsegnare alla città, anche soltanto per una notte, spazi in disuso, inutilizzati, chiusi. Nel 2017 i ragazzi avevano provato a occupare uno stabile costruito e mai utilizzato in via Giustiniano Imperatore, noto ai romani come “il bidet di San Paolo”. Ma furono sgomberati dalla polizia, e «mentre indietreggiavamo tenevamo il giornale in mano», ricordano in redazione. E anche con lo stadio Flaminio non andò benissimo: «Volevamo far respirare un luogo abbandonato, dimostrare quanto potrebbe essere bello utilizzarlo per la cultura e l’intrattenimento se fosse aperto al quartiere». Sono stati anche denunciati: «Ma l’avevamo messo in conto», dicono. L’obiettivo è ora tramutare “la redazione”, nata in uno spazio occupato, in luogo legale.

La riconquista degli spazi. La caccia agli spazi della città in disuso è anche metaforica: prendersi il proprio spazio in una società che di opportunità ai giovani ne offre veramente poche. Ma non a costo di una guerra generazionale, anzi. «Non ci interessa il conflitto a tutti i costi. Crediamo nel dialogo, e nella condivisione dei valori, a partire dalla libertà di informazione, che è e rimane un presupposto essenziale».