Capita raramente che un’iniziativa intercetti con tanta precisione il momento storico in cui si svolge. Mentre a Roma lo Spi Cgil nazionale e lo Spi Cgil di Roma e Lazio, insieme all’Ufficio Clima del Comune di Roma, davano vita all’incontro “La città che respira. Rifugi climatici e welfare urbano per le persone fragili”, l’Italia era attraversata da una delle più intense ondate di calore degli ultimi anni. Temperature eccezionali che, secondo diversi climatologi, hanno superato perfino gli scenari attesi. «Una coincidenza – ha sottolineato Rossella Muroni del dipartimento benessere e diritti del Sindacato pensionati Cgil nazionale che ha coordinato gli interventi della giornata – che rende ancora più evidente quanto parlare oggi di cambiamento climatico significhi parlare del presente e non di un futuro lontano – Significa interrogarsi su come le città possano adattarsi a fenomeni sempre più frequenti e intensi, mettendo al centro la salute, la qualità della vita e la tutela delle persone più fragili».
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Eppure, nonostante l’evidenza, lo scetticismo resta diffuso. Secondo una ricerca del Censis, il 34,7% degli italiani ritiene che sul clima si faccia troppo allarmismo, mentre il 16,2% è convinto che la crisi climatica non esista affatto. In pratica, una persona su due minimizza o nega un fenomeno che sta già modificando profondamente la vita delle nostre città. È proprio da questa consapevolezza che prende forma la proposta avanzata dallo Spi Cgil: trasformare l’adattamento climatico in una nuova frontiera della contrattazione sociale territoriale, facendo nascere un vero e proprio welfare climatico.
La crisi climatica produce nuovi bisogni e quindi nuovi diritti
«La crisi climatica non è un tema teorico né una scadenza per il futuro. È un’emergenza quotidiana che influisce direttamente sulla salute, sulla spesa energetica e sull’isolamento sociale nei nostri quartieri». È questo il messaggio lanciato da Carla Mastrantonio, della segreteria nazionale dello Spi Cgil, che ha invitato il sindacato a leggere insieme due grandi trasformazioni del nostro tempo: l’invecchiamento della popolazione e il cambiamento climatico. Due fenomeni che raramente vengono affrontati insieme ma che, come ha sottolineato Mastrantonio, rappresentano «una miscela esplosiva» destinata ad accentuare disuguaglianze, fragilità e marginalità. Per questo, secondo lo Spi, la trasformazione ambientale sta producendo bisogni nuovi che devono tradursi in nuovi diritti. L’adattamento climatico deve entrare stabilmente nelle piattaforme di negoziazione con Comuni e Municipi, al pari delle politiche sociali e socio assistenziali.
I rifugi climatici: non emergenza ma infrastrutture permanenti
Dentro questa visione si colloca il tema dei rifugi climatici, cuore dell’iniziativa romana. Non si tratta di centri di emergenza aperti soltanto durante le ondate di calore. I rifugi climatici sono luoghi pubblici, gratuiti e facilmente raggiungibili dove le persone possono trovare sollievo dal caldo, prevenendo disidratazione, malori e isolamento sociale. Possono essere biblioteche, centri anziani, musei, centri culturali, ma anche parchi e giardini capaci di garantire ombra e raffrescamento naturale. I tre principi che li caratterizzano sono inclusività, gratuità e prossimità. Il concetto chiave, sottolineato dall’Ufficio Clima di Roma Capitale, è che «un rifugio climatico non è un presidio di emergenza. È un’infrastruttura permanente della città». Una definizione che si lega perfettamente all’idea di welfare climatico: non risposte occasionali alle emergenze, ma servizi pubblici di prossimità capaci di proteggere le persone tutto l’anno.
Quando il caldo amplifica le disuguaglianze
Le ondate di calore non colpiscono tutti allo stesso modo. Anziani, persone con patologie croniche, cittadini che vivono da soli, famiglie che non possono permettersi l’uso dell’aria condizionata e residenti di edifici poco isolati sono le categorie più esposte. Trascorrere anche poche ore in un ambiente climatizzato durante un’ondata di calore riduce significativamente il rischio di mortalità, soprattutto per le persone anziane. La vulnerabilità climatica coincide spesso con quella sociale: i quartieri con meno verde, più cemento e minori servizi sono anche quelli in cui si concentrano le maggiori fragilità economiche. Da qui la necessità di considerare l’accesso all’ombra, all’acqua pubblica, al verde urbano e agli spazi climatizzati come parte integrante dei diritti di cittadinanza.
Reti di rifugi climatici: l’esempio di Roma
Roma Capitale ha già avviato un percorso concreto. La prima rete dei rifugi climatici comprende 659 punti, di cui 177 rifugi al chiuso – fra centri anziani, biblioteche, musei e centri culturali – e 482 rifugi all’aperto, costituiti prevalentemente da parchi pubblici. A questi si aggiungono oltre 3.200 fontanelle pubbliche, 59 Case dell’Acqua e 17 piscine comunali gratuite per gli over 70. L’obiettivo è quello di costruire una rete sempre più capillare, integrando anche associazioni, centri del terzo settore e luoghi di culto, affinché ogni cittadino possa raggiungere un rifugio climatico a piedi in circa quindici minuti, indipendentemente dal quartiere in cui vive. In questa prospettiva assumono un ruolo strategico anche i centri sociali per anziani, destinati a diventare presìdi territoriali di protezione climatica oltre che luoghi di socialità e partecipazione L’esperienza romana si inserisce in un percorso già avviato da molte grandi città attraverso la rete internazionale C40 Cities. Il calore estremo è oggi considerato il rischio climatico più letale: provoca ogni anno circa 489 mila morti nel mondo, mentre entro il 2050 saranno 1,6 miliardi le persone esposte al caldo estremo nelle aree urbane. Le città registrano temperature comprese tra due e sette gradi superiori rispetto alle aree rurali circostanti. Per questo città come Barcellona, Parigi, Milano, Amsterdam, Londra e Tokyo stanno sperimentando reti di rifugi climatici, nuovi spazi ombreggiati, interventi sugli edifici, forestazione urbana, sistemi di allerta e programmi di sostegno alle persone più vulnerabili.
Una nuova agenda per il sindacato
Per la segretaria generale dello Spi Cgil, Tania Scacchetti, la crisi climatica rappresenta dunque una nuova sfida sindacale. Mappare i rifugi climatici, riqualificare i centri anziani, aumentare il verde nelle periferie, utilizzare i beni comuni come spazi di protezione, promuovere la rigenerazione urbana e inserire questi temi nella contrattazione con le amministrazioni significa riconoscere che il diritto alla salute passa anche dalla qualità dell’ambiente in cui si vive. «Perché il cambiamento climatico non riguarda soltanto l’ambiente. Riguarda il diritto di tutti – a partire dalle persone più fragili – a vivere città più sicure, più giuste e capaci di prendersi cura delle comunità». E, come ha ricordato assieme a lei anche Carla Mastrantonio, se il cambiamento climatico produce bisogni nuovi, la politica e il sindacato hanno il compito di trasformarli in nuovi diritti.










