venerdì 8 Dicembre 2023
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Le ragazze di vetro. Pdf gratuito

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In regalo ai lettori di LiberEtà il racconto vincitore del Premio Guido Rossa 2022


«Il vetro è trasparente e versatile, fragile ma tagliente, quando è temperato è molto resistente». Usa una metafora, Anna Maria Odenato, per dipingere il carattere delle donne in Le ragazze di vetro, racconto autobiografico con cui ha vinto la terza edizione del Premio Guido Rossa, promosso dallo Spi Cgil e da LiberEtà e dedicato all’operaio e sindacalista che nel 1979 pagò con la vita la scelta di denunciare le infiltrazioni delle Brigate rosse nella fabbrica in cui lavorava, l’Italsider, a Genova. Il concorso è nato per raccogliere storie ambientate a cavallo degli anni Sessanta-Settanta nel secolo scorso e tracciare il profilo di una memoria collettiva narrata dai testimoni diretti e Odenato è la prima donna ad aggiudicarselo. Vincendo si è assicurata la pubblicazione di Le ragazze di vetro in formato digitale, sul sito di LiberEtà.
Il suo racconto ha la forza di trasportare il lettore indietro nel tempo, quando le donne avviarono un percorso di emancipazione che non si è più fermato e che rappresenta la più grande rivoluzione sociale che quei venti anni ci hanno consegnato.
«Negli anni Settanta – racconta Anna Maria Odenato – ero una ragazza, sposata da poco tempo e con un figlio. Nel 1973, in piena crisi energetica e con l’inflazione salita alle stelle ho cercato un lavoro per mandare avanti la famiglia insieme a mio marito. Sono entrata in una fabbrica della cintura torinese e ho cominciato a fare i conti con i turni di lavoro da conciliare con gli impegni di madre e di casalinga. I manutentori, come tutte le figure di decisione dell’azienda, erano tutti uomini e ci trattavano con snobismo».
La sua era un’azienda piena di giovani operaie alle quali i datori non concedevano altro che ritmi serrati di lavoro e condizioni ambientali pesanti. Così, insieme alle compagne di lavoro, Anna Maria maturava giorno per giorno la convinzione che bisognasse migliorare la vita agra vissuta in fabbrica.
«Malgrado difficoltà e molte peripezie – ricorda – è stato possibile cambiare il nostro status anche perché avevamo una visione del mondo che usciva fuori dalle mura della fabbrica. Cercavamo di capire cosa accadesse non solo nel nostro Paese. Ricordo che ci siamo abbonate alla rivista Noi donne, pubblicata dall’Unione donne italiane (Udi) e gli articoli che ci sembravano più importanti li esponevamo e commentavamo per confrontare le nostre idee. Volevamo parlare di cose che uscivano fuori dalla piccola realtà che ci riguardava. Eravamo molto unite e questo ci ha permesso di ottenere alcuni successi con le nostre rivendicazioni».

Nel racconto riaffiorano ricordi di lotte diventate anche cocenti sconfitte. «Dopo le nostre proteste la dirigenza dell’azienda chiamò una consulente del lavoro per redimere la questione. La signora comprese, però, che i motivi per protestare erano più che plausibili e preparò una relazione in cui sostanzialmente ci dava ragione. A quel punto i dirigenti dell’azienda, non potendo fare altro la mandarono via e non l’abbiamo più vista. Da lì la situazione è un po’ precipitata: noi rivendicavamo ritmi di lavoro e una paga migliore. Ci risposero che o accettavamo le loro condizioni o l’azienda minacciava la chiusura. A quel punto ci siamo un po’ arrese. Alcune mie colleghe se ne andarono e trovarono subito un lavoro. Io sono rimasta ancora un po’ prima di trovare un altro impiego».

Cosa rappresentava la fabbrica per lei e per milioni di suoi coetanei?

«Mi ha permesso – rispponde la Odenato – di lavorare e di comprendere il ruolo sociale che questo comporta. Mi ha fatto prendere coscienza di quanta importanza abbiano il lavoro e la fabbrica, ancora oggi. Il lavoro è un patrimonio e le persone, lavorando, si affermano nella loro autonomia. Quando si ha la consapevolezza del lavoro che si fa e si ha la possibilità di confrontarsi con tante persone, con tanti lavori diversi, c’è una unità di intenti che serve proprio per parlare di tante altre cose che al lavoro sono connesse, come i diritti e le questioni legate a tutto ciò che fa parte della democrazia. Il lavoro per me è la dignità di una persona. L’individualismo che oggi impera ha frammentato la capacità dei lavoratori di essere solidali e di voler stare insieme per ottenere migliori condizioni».

Come è avvenuto tutto questo?

«Sotto lo stesso tetto dell’azienda prima eravamo tutti dipendenti e indossavamo una divisa unica. La frammentazione degli anni successivi, le forme di precarizzazione, la realtà odierna che vede lavorare nello stesso luogo persone con la stessa mansione ma con salari diversi solo perché appartenenti ad aziende e cooperative diverse, è stata un’operazione voluta. Nel nostro Paese la maggioranza delle aziende hanno strutture medio-piccole e questo può aver facilitato l’attuale esito. Sembra una strategia cercare di dividere di rendere soli tutti quelli che lavorano. Lo vediamo anche oggi: il grande problema della mancata crescita del paese e della precarietà diffusa è che anche quando uno studia e ha un’alto profilo di preparazione, si ritrova solo, con lavori malpagati e poco garantiti».

Molta parte del di Le ragazze di vetro è dedicato agli eventi storici, anche internazionali, con i quali la generazione di Anna Maria Odenato ha dovuto in qualche modo fare i conti. «Ho scritto questo racconto perché ho sempre avuto un senso di fastidio nel sentire parlare degli anni Settanta come di un’epoca buia, dal terrorismo alle stragi, dalla scuola giudicata in declino a partire dal 1968 alla struttura della famiglia alla quale viene accostato l’aggettivo degrado morale. La mia è un’analisi di parte ma sono convinta di aver attraversato un decennio nel quale abbiamo raggiunto le conquiste più importanti sui diritti nel lavoro e sui diritti civili. Lo Statuto dei lavoratori, il Servizio sanitario nazionale, una maggiore redistribuzione delle ricchezze, le lotte per il diritto alla casa, le leggi sul divorzio e il diritto all’aborto, le prime donne ai vertici istituzionali e impegnate in politica, la riforma Basaglia che ha abolito manicomi e trasformato i “matti” in persone che hanno diritto alla tutela della propria dignità. Ci sono state tutta una serie di grandi conquiste sociali che abbiamo visto in quegli anni. C’erano, le sento ancora addosso, una voglia e una speranza di poter cambiare le cose. La strategia della tensione, le stragi e il terrorismo, l’assassinio di Aldo Moro hanno cambiato il volto e il senso del futuro negli italiani».

Partendo dalla tua esperienza come leggi allora il tempo attuale?
«Si è verificato quello che alla fine di questo racconto temevo. Gli anni Settanta hanno segnato il clou della partecipazione alla vita democratica italiana anche se gravemente sfigurata della violenza politica. Oggi la delusione delle persone che non vanno più a votare e che rappresentano in questo il maggior partito del paese ha lasciato spazio a una destra che è arrivata al potere. Siamo di fronte a un cambio di paradigma: i diritti sono diventati privilegi e viceversa. Penso al reddito di cittadinanza per un verso e al ripristino dei vitalizi agli ex senatori per l’altro. Le persone che ci governano rappresentano il mondo dei privilegi contro l’idea di redistribuzione delle ricchezze tra i lavoratori. Hanno invece ripristinato i voucher, aumentato la precarietà. C’è una guerra contro i poveri e contro gli immigrati. E c’è un grave attacco ai diritti che colpisce anche i bambini delle coppie omogenitoriali, discriminati rispetto ad altri loro coetanei quando vedono cancellato dalla propria famiglia il nome di uno dei due genitori. Non so come facciano a registrare consensi, me lo sto chiedendo».

L’ultimo capitolo del racconto guarda però con senso di positività al futuro. Una visione frutto di inguaribile ottimismo o di qualcosa di più strutturale?
«Più che un’inguaribile ottimista avrei un desiderio legato al mondo del lavoro: cambiare la legge sulla rappresentanza. Ci sono tanti contratti pirata o di comodo tra i quasi mille registrati. Servirebbe una legge che riconosca il ruolo delle organizzazioni sindacali più rappresentative a stipulare contratti che abbiano una valenza e delle tutele vere per i lavoratori. La realtà dei rider, dei giornalisti freelance, della marea di lavoratrici e lavoratori che vivono nel mondo della Gig economy che li sfrutta, ci deve interrogare. È un problema che ci troviamo dinanzi tutti i giorni e che ci interroga anche come consumatori: perché abbiamo figli che vivono in questo settore o perché usufruiamo di questo mercato della consegna a domicilio del prodotto garantito da colossi internazionali del settore. Dovremmo essere consapevoli che queste comodità scatenano un meccanismo di sfruttamento sotto il cui giogo sottostanno tanti lavoratori e lavoratrici. Dietro alla falsa identità di lavoratori autonomi, mentre in realtà sono lavoratori subordinati, non hanno neanche il tempo di andare in bagno o di fare la pausa pranzo. Mi piace l’idea del progresso, anche quello tecnologico, ma senza tutele per chi lavora possiamo davvero pronunciare a proposito questa parola?».

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47

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Autrice

Anna Maria Odenato

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