Petrolio in Val d’Agri. L’identità perduta delle comunità e la ricostruzione di una buona vita

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Nella sede del centro sociale di Marsico Vetere si parla di Buona vita. Siamo in provincia di Potenza, ma in questa zona della Basilicata, dove conta solo estrarre petrolio dalla terra, per chi ci vive sembra una chimera solo pensarlo.

Nella sala, a sorprendere non è tanto la presenza di docenti universitari e responsabili di associazioni, quanto quella, inaspettatamente numerosa, dei residenti e dei cittadini giunti dai paesi del circondario. L’iniziativa è promossa dal sindacato dei pensionati Cgil di Potenza, dall’Amministrazione comunale e dalla Rete degli studenti medi. L’obiettivo è offrire strumenti concreti per avviare un percorso di ricostruzione di un’identità all’interno di comunità stravolte dallo tsunami provocato dall’economia del petrolio.

Mario Fulco, responsabile dello Spi Cgil della val d’Agri, promotore dell’iniziativa, grande conoscitore del territorio, lavora per tenere insieme tutti i soggetti presenti sul territorio: «Dobbiamo riappropriarci della parola “noi”, riempire insieme il vuoto sociale – interviene – ricostruire reti forti e plurali, difendere gli spazi di partecipazione pubblica, sostenere le giovani generazioni che hanno diritto a risposte sociali e collettive».

Con la gente di Marsico Vetere, anche donne e uomini di Viggiano, Marsico Nuovo, Calvello, Paterno, Montemurro, Grumento Nova, Tramutola condividono il destino di abitare piccoli e antichi centri della Val d’Agri che, da oltre trenta anni, ha visto sconvolta la propria vocazione agricola e pastorale. Da quando, cioè, l’Eni e altri giganti del fossile come Total, Shell e Mitsui hanno dato il via all’estrazione di petrolio installando decine di pozzi in quello che, sulla terraferma, rappresenta il maggiore dei giacimenti di oro nero in Europa. Solo che “l’oro” è per la quasi totalità finito altrove mentre il “nero” è sceso sopra il futuro, le promesse e le speranze di tanti cittadini, soffocando, inoltre, sotto la sua coltre, le ricchezze ambientali e le loro potenzialità di sviluppo. Se estrarre petrolio da questo sottosuolo era il prezzo da pagare per lo sviluppo energetico del Paese, perché altrettanta determinazione non ha caratterizzato gli interventi per fornire queste popolazioni di strumenti di rigenerazione economica, sociale e culturale?

Nella sala del centro sociale il tema è come si possa ricostruire una “buona vita” in questo luogo terremotato socialmente, dal quale in molti hanno deciso di andare via e dove in troppi, tra chi è rimasto, faticano a dare un senso alla stessa idea di comunità alla quale appartengono. Dopo giorni segnati da incontri – tenuti insieme a don Massimo Mapelli, responsabile della Caritas della zona di Milano – con gli studenti delle scuole della Val d’Agri, presso il centro sociale di Marsico Vetere, Elena Simeti, responsabile beni confiscati “Una casa per te – Ucapte” della provincia di Cremona, così come Simmaco Perillo, presidente della cooperativa sociale “Al di là dei sogni” di Maiano di Sessa Aurunca (Caserta) e fondatore della “Nuova Cooperazione Organizzata”, hanno raccontato la loro esperienza di rigenerazione sociale della propria comunità.

«Spino d’Adda e Cisliano – ha ricordato Elena Simeti – sono paesi della provincia lombarda. Zona ricca, ben organizzata, ma che attrae speculatori e mafiosi. Proprio qui – puntualizza Simeti – lo Stato ha confiscato, tra tante altre, due proprietà: una tenuta, a Spino d’Adda, di quarantamila metri quadri, attrezzata per lo sviluppo di attività agroalimentari, e una masseria, a Cisliano, di diecimila metri quadri, composta da una palazzina con quattro appartamenti, due sale ristorante, un chiosco bar, una sala per feste, un giardino con piscina, stalle e un salone per esposizioni e riunioni.  Dopo la sua confisca, avvenuta nel 2014, il bene è stato continuamente vandalizzato. Solo la tenacia delle associazioni locali, del Comune e dei sindacati ha permesso di trasformarlo in patrimonio a disposizione della comunità. Quei beni li abbiamo pacificamente occupati, come faceva Placido Rizzotto in Sicilia, per avere diritti. Oggi, qui, si promuovono percorsi di reinserimento sociale, di giustizia riparativa, accoglienza di minori non accompagnati».

«Nella mia terra, in provincia di Caserta – racconta Simmaco Perillo – sin da piccolo imparavi, giocando per strada, che il tuo modo di vivere doveva fare i conti con le regole della Camorra. A diciassette anni occupammo la discarica di Sessa Aurunca e ci accorgemmo che lì c’era una fila interminabile di camion targati Milano, arrivati per scaricare tonnellate di rifiuti industriali tossici che hanno inquinato le falde acquifere. Il 19 marzo 1994, nella provincia di Caserta la Camorra uccide don Peppe Diana. Come fai ad ammazzare un prete nella sacrestia? Ma la Camorra non è solo espressione di un atto violento, è un sistema culturale, sociale, economico. Ti educa. C’è bisogno di unione per contrastarla. L’azienda “Al di là dei sogni”, di cui sono presidente, è il primo bene confiscato in Campania. Grande diciassette ettari, oggi genera opportunità di lavoro regolare e dignitoso, favorendo l’inclusione; offre ai giovani, oltre ad un luogo in cui abitare, anche l’occasione per sfuggire alle insidie della strada. Il consorzio di cooperative sociali, invece, che porta il nome di “Nuova Cooperazione Organizzata”, oggi si occupa del reinserimento di persone svantaggiate, attraverso un lavoro dignitoso, nei terreni confiscati alla criminalità organizzata. Grazie al suo operato, numerosi tossicodipendenti ed ex-pazienti di ospedali psichiatrici giudiziari hanno l’opportunità di reinserimento nella società. Tutto è nato – aggiunge Perillo – dalla volontà di tante persone di dipanare il problema della presenza camorristica, del fatto che non potevamo nemmeno nominarla. Dovevamo e volevamo riappropriarci anche delle parole. Si formarono cooperative, associazioni, diciotto presidi di Libera; dietro il comitato don Peppe Diana c’erano quarantaquattro organizzazioni e l’idea di farne un consorzio di cooperative sociali che chiamammo “Nco”, “Nuova cooperazione organizzata”, per sottrarre le parole alla Nuova camorra organizzata. Decidemmo di prendere il giro la Camorra e per quindici anni abbiamo portato avanti l’iniziativa “Facciamo un pacco alla Camorra” con i prodotti che producevamo nei terreni a loro sottratti. Oggi, su quei terreni lavorano persone i cui diritti sono rispettati. Dopo tutti questi anni di impegno vissuti insieme a tante donne e uomini, scherzando immagino di portare mio figlio su questi beni il giorno del suo diciottesimo compleanno solo per dirgli: “Ebbene, tutte le cose che vedi, le aziende, le terre, i magazzini, non saranno mai tue perché tuo padre ha cercato solo di fare la sua parte per rendere migliore il mondo nel quale viviamo».

A denunciare invece, nella realtà della Val d’Agri, il vuoto di gente, di cultura, di socialità, di partecipazione, di appartenenza è Antonio Prestera, rappresentante nazionale della Rete degli studenti medi. Lui originario di questa zona, conosce bene la realtà del clientelismo, dell’assenza di diritti, del lavoro precario, dell’emigrazione dei giovani da questi luoghi. «Nel mio paese, di giovani ce n’erano un’ottantina, oggi siamo in dieci. Ma abbiamo ancora la possibilità di riscattarci, di unirci». Il suo è un invito alla partecipazione per ricostruire qualcosa, ognuno per la sua parte, ognuno con quello che può dare, coinvolgendo forze sociali che nella regione sono presenti ma anche tutte quelle persone che pensano sia ormai inutile dare il proprio contributo ma che invece possono dare ancora tanto.

«Abbiamo bisogno di più Stato – ha affermato il segretario generale dello Spi Cgil Basilicata Angelo Summa – perché ha arretrato il suo perimetro. Se i Comuni si svuotano di personale e i servizi vengono tagliati è anche per l’assenza dello Stato. Abbiamo bisogno di ricostruire la nostra società che ormai si è frantumata».

È stata Carla Pagani, del Dipartimento legalità e politiche giovanili dello Spi Cgil nazionale, a chiudere, con il suo intervento, una giornata densa di messaggi, informazioni e scambi di esperienze sul valore e la potenzialità del lavoro comune intorno a obbiettivi di carattere sociale.

«Se non ci si associa, soprattutto in zone piccole come la Val d’Agri, colonizzate da giganti del petrolio, con le persone disperse in tanti piccoli centri che contano pochi abitanti, il rischio è di rimanere, da un lato, abbandonati; dall’altro, è di far crescere il senso di sfiducia nelle istituzioni, la politica e i corpi intermedi della società. Di fronte a tanti studenti, anziani, persone di ogni età, professori e docenti di università, per che il sindacato, con il suo ruolo di soggetto collettivo, può mettere a disposizione il suo modello associativo e organizzativo di mobilitazione. Penso che le risposte sociali e collettive si possano dare soltanto se si è in grado di organizzarsi. Per questo le esperienze riportate da Elena Simeti e Simmaco Perillo sono importanti: al di là della loro azione di contrasto alla mafia, hanno saputo organizzarsi. In questo modo è possibile monitorare ciò che avviene anche su un territorio come la Val d’Agri che vive una realtà così particolare. I pensionati dello Spi locale hanno messo a disposizione dei giovani della Rete degli studenti medi uno spazio per le loro attività. Ha un valore simbolico importante perché significa far crescere la capacità organizzativa delle ragazze e dei ragazzi nel partecipare attivamente alle vicende pubbliche che sentono importanti per il loro futuro. La presenza a Marsico Vetere, di tanti soggetti di tante estrazioni diverse, anche politiche, ma che in comune hanno gli stessi valori ha dato vita a un bell’esperimento sociale che ha reso l’iniziativa non tanto un convegno ma un’apertura alle istanze della comunità locale. Ciò dimostra che si può dare vita a spazi di trasformazione sociale se ci si mette insieme. Sembra banale, ma, nelle realtà, così ovvia non è».