Anche a essere privi delle più elementari nozioni sulla materia, si capirebbe che sono tante le famiglie italiane impegnate ad accudire, o a trovare qualcuno che accudisca, un familiare del tutto incapace di provvedere a se stesso. E si capirebbe altrettanto facilmente che quelle stesse famiglie sono impegnate quotidianamente in un estenuante fai da te appena mitigato da servizi pubblici, peraltro molto diversificati, in quantità e qualità, da Regione a Regione e anche da Comune a Comune.
Quello che davvero non si comprende è invece come dinanzi a un tale fenomeno destinato a crescere esponenzialmente da qui ai prossimi anni, l’unica risposta da parte di governi e coalizioni che si sono succeduti sia ancora ferma, da quasi quaranta anni, all’indennità di accompagnamento che ammonta a 517 euro al mese fisso per tutti, a prescindere dai livelli di gravità della patologia, e a qualche ora l’anno di assistenza domiciliare. Poco, troppo poco, se comparato alle iniziative intraprese in Europa da governi più lungimiranti.
Quella che con un termine fin troppo asettico chiamiamo non autosufficienza – dentro ci sono tutte le forme gravi di demenza, disabilità fisiche, eccetera – è uno dei grandi temi della nostra società. Già oggi quasi 3 milioni di persone, in larga parte anziane e in prevalenza donne, hanno bisogno di aiuto per le esigenze della vita quotidiana. Milioni di famiglie si trovano ad affrontare quotidianamente le sofferenze e il rischio di impoverimento che la non autosufficienza porta con sé. La risposta finora data dalle Istituzioni è stata inadeguata, disorganizzata e frammentata, nella spesa, nelle risorse, negli interventi, nei servizi e nelle responsabilità tra Stato, Regioni, e Comuni. Una spesa pubblica insufficiente e concentrata sui trasferimenti monetari, l’inadeguatezza dei servizi sociosanitari, estremamente carenti in parte del Paese, hanno scaricato quasi interamente sulle famiglie l’onere dell’assistenza, alimentando una domanda di assistenti familiari nella maggior parte dei casi scarsamente professionalizzate e spesso prive di contratti di lavoro regolari. Tra i grandi Paesi europei il nostro è l’unico che non ha riorganizzato in maniera organica il suo sistema di continuità assistenziale. Ciò alimenta le disuguaglianze tra chi riesce ad accedere ai servizi e chi no, e tra chi si può permettere un’assistenza privata e chi no.
Per questo i Sindacati dei pensionati Spi Cgil, Fnp Cisl, Uilp Uil, che rappresentano la grande maggioranza delle persone non autosufficienti, da anni chiedono alla politica di mettere in agenda una legge nazionale che affermi e garantisca il diritto a un’assistenza sanitaria e tutelare adeguata alla condizione specifica della persona fragile e non autosufficiente, attraverso servizi qualificati erogati in attuazione di un piano personalizzato e continuo. Un’istanza che hanno già portato all’attenzione dell’attuale governo Lega-M5S e che rinnoveranno all’esecutivo, con tanto di proposta unitaria, quando il 1° giugno scenderanno in piazza, a Roma.
Per evitare che i diritti delle persone non autosufficienti restino sulla carta, Spi Cgil, Fnp Cisl, Uilp Uil propongono, tra l’altro:
– aumento adeguato delle risorse;
– contestualità tra il riconoscimento dello stato di non autosufficienza – frutto di una valutazione multidimensionale sulla base di criteri riconosciuti e uniformi – la presa in carico e la definizione del Piano individuale assistenziale (PAI);
– garanzia del responsabile della gestione del piano individuale, referente unico dei servizi sanitari e sociali nei confronti della persona interessata (e/o caregiver);
– attuazione e rafforzamento dell’integrazione tra politiche sociali, sociosanitarie e sanitarie;
– definizione dei livelli essenziali delle prestazioni sociali intesi come i diritti universali riconosciuti a tutti/e i/le cittadini/e in condizione di non autosufficienza, integralmente finanziati dalla fiscalità generale e loro integrazione con i Lea sanitari;
– determinazione e trasparenza delle risorse destinate ai non autosufficienti nei bilanci di aziende sanitarie e distretti;
– definizione di criteri uniformi sul piano nazionale per l’accreditamento dei servizi residenziali, semiresidenziali, di assistenza domiciliare e familiare;
– criteri uniformi per la valutazione dei bisogni;
– un sistema efficace di monitoraggio e controllo;
– il diritto dei cittadini e delle organizzazioni sociali alla partecipazione, alla programmazione dei servizi e al monitoraggio della loro qualità.

Solo in questo quadro, sostengono i tre sindacati, può essere affrontata una riorganizzazione dell’indennità di accompagnamento che rientri nel Piano individuale, mantenga il carattere di prestazione universale non sottoposta alla prova dei mezzi e sia graduata in relazione all’intensità del fabbisogno assistenziale.