Medicina del territorio, ovvero il diritto di invecchiare a casa propria

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Medicina del territorio e domiciliarità. Sono le parole chiave dei progetti di rilancio dei sistemi sanitari regionali. Da Nord a Sud i sindacati si stanno mobilitando per chiedere alle istituzioni un cambio radicale di rotta. Nei giorni scorsi abbiamo raccontato il piano strategico proposto dai sindacati dei pensionati di Cgil, Cisl e Uil avanzato nel Lazio. Ma anche altrove ci si muove nella stessa direzione. Come in Puglia, dove stamattina è stato presentato un Patto a sostegno della domiciliarità accompagnato dallo slogan “Il diritto degli anziani di invecchiare a casa propria”.

“Serve una svolta nella sanità territoriale”, hanno dichiarato a gran voce i segretari generali di Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp Uil. Giovanni Forte, Vitantonio Taddeo e Rocco Matarozzo hanno presentato il patto per ribadire come sia necessario, ora più che mai, cambiare rotta. Per i sindacati l’emergenza Covid 19 ha dimostrato chiaramente l’inadeguatezza del sistema sanitario pugliese. Per non parlare della situazione delle rsa della Regione, dove a causa del coronavirus si sono registrati ben 111 decessi.

Da dove iniziare dunque? Il punto di partenza è la legge regionale n.16/2019 per “l’invecchiamento attivo e in buona salute” che individua nella famiglia e nella casa il contesto per garantire condizioni di vita ideali per la terza età. I sindacati chiedono che venga attuata tempestivamente. Anche perché consideriamo che gli over 65 rappresentano ben il 23% della popolazione pugliese. L’assistenza domiciliare integrata, invece, organizzata sul territorio dalle Asl e dagli ambiti sociali, soddisfa solo il 2,3% di coloro che ne avrebbero diritto. Per questo è importante ripartire dal territorio, perché solo così si può far fronte ai problemi della non autosufficienza e delle cronicità.

Ma vediamo cosa prevede nello specifico il Patto. Innanzitutto il potenziamento dei servizi territoriali, risorse finanziarie e personale per rendere esigibile il livello essenziale di assistenza (LEA) e l’avvio della sperimentazione di case famiglia, cohousing sociale e condomini a misura di anziano. Per quanto riguarda invece la non autosufficienza, per i pensionati di Cgil Cisl e Uil bisogna poter contare sullo specifico Piano regionale al fine di potenziare le reti di servizi e proseguire con l’alleggerimento del carico di cura che pesa ancora tutto sulle famiglie. La tutela di chi assiste un congiunto deve prevedere almeno il riconoscimento dei contributi figurativi e corsi di formazione.

E ancora, rsa e case di riposo, che necessitano un ripensamento del sistema di accreditamento: occorrono criteri di qualità e sicurezza per utenti e lavoratori. Ma è necessario garantire anche il monitoraggio e il controllo, con il contributo delle famiglie, delle associazioni di volontariato e delle parti sociali.

Per quanto riguarda le cronicità, il Piano stabilisce che vengano affrontate con la costituzione di un sistema di presa in carico dei medici di base e degli specialisti con un ruolo centrale degli stessi nell’integrazione tra sanità territoriale, servizi sociali e ospedali.

E ancora, la medicina territoriale, che deve contare su sulla realizzazione dei Pta (Presidi territoriali assistenziali), dei Ppa (Presidi post acuzie) e l’integrazione con gli ospedali di comunità, sul potenziamento dei dipartimenti di prevenzione, dei presidi di medicina di genere, dell’attività delle unità speciali di continuità assistenziale (USCA), e, infine, sull’accelerazione della digitalizzazione anche a supporto delle cure domiciliari.

Infine, nel caso si perda l’assistente familiare, devono entrare in gioco le reti di sostegno, secondo quanto già previsto dai Progetti di Vita Indipendente e il Dopo di Noi previsti dalla legge per le persone con disabilità.

Insomma, una rete sul territorio in grado di rispondere a bisogni diversi e capace di integrare al massimo tutte le professionalità e le figure che orbitano attorno alla cura della persona. Solo così si può vincere la sfida e superare la dimensione ospedaliera come l’unica a doversi far carico non solo delle emergenze ma anche delle cronicità che invece possono essere curate altrove. In questo modo si potrebbe favorire anche una differente idea di vecchiaia. Pensare a politiche che consentano la permanenza più a lungo possibile dell’anziano nella propria abitazione vuol dire anche ripensare l’abitare, i quartieri in cui si vive, oltre alle forme di assistenza sociale e sanitaria. Ma vuol dire anche garantire una rete di trasporti adeguata, come pure adeguati spazi all’aperto. Vuol dire consentire agli anziani di poter continuare a vivere dove vivono senza traumi legati al ricovero in una rsa o in una casa di riposo e dunque preservare il più a lungo possibile l’autonomia e la possibilità di ricorrere alle cure mediche a casa.

È questa la grande sfida a cui le istituzioni sono chiamate a rispondere se vogliono tutelare il Servizio sanitario nazionale e garantire a tutti cure adeguate, ed è la sfida che ha rilanciato oggi il segretario generale dello Spi Cgil Ivan Pedretti dalla sua pagina Facebook in un video. “C’è bisogno di domiciliarietà e di assistenza. C’è bisogno di ripensare il sistema delle rsa e delle case di riposo”, dice Pedretti. “Bisogna investire in meccanismi di protezione sociale, in medicina di prossimità. Bisogna lavorare sulla legge sulla non autosufficienza, perché solo così si potranno davvero riformare le cose. C’è bisogno di un nuovo welfare, oggi più che mai”, ha aggiunto Pedretti.